Introduzione Convegno 2006
Introduzione
Tra bene e male? Il conflitto negli immaginari dell’educazione [24.08.2006]
Antonio NanniIntroduzione
Inizierei questa introduzione al tema del Convegno spiegandovi come mai esso sia diventato «uno e trino». Infatti, d’accordo con Brunetto Salvarani, abbiamo ritenuto opportuno fare come l’anno scorso a Frascati, quando l’introduzione fu fatta a più voci (allora intervennero anche Patrizia Canova, Nadia Savoldelli, Lino Ferracin...).
Per questo motivo ho chiesto un contributo a due persone con le quali collaboro da tempo e che scrivono su CEM: Antonella Fucecchi (docente di latino e greco al liceo Tasso a Roma); e Stefano Curci (docente di storia e filosofia al liceo Villa Sora a Frascati).
Come ci siamo organizzati?
Abbiamo concordato di soffermarci ciascuno, brevemente, su un aspetto del tema:
- Io sull’ «immaginario» e l’ «educazione»; Stefano sul binomio «tra bene e male»; Antonella sul «conflitto».
L’immaginario e l’educazione
Mi sembra utile ricordare che come CEM stiamo attraversando «i quattro momenti sulla centralità dell’immaginario», per tutti, in particolare per gli educatori. Non esiste alcun pensiero e alcuna educazione che non si inserisca in un preciso immaginario.
1° Momento: risale alla provocazione di Serge Latouche, Decolonizzare l’immaginario, poiché il nostro sistema di pensiero e di ideazione del futuro è già inquinato e distorto da concetti tossici, come ad esempio «l’ideologia dello sviluppo» e le sue derivazioni camuffate.
Dunque, serve un lavoro preliminare di dis-intossicazione e questo deve arrivare a toccare il livello profondo dell’immaginario! ... E, se non lo fai, non ti liberi e resti un colonizzato nel cervello, cioè un idiota clonato.
2° Momento: è stato quello dell’esplorazione che ci ha portato, come CEM, a guardarci intorno per capire che cos’è e come funziona l’immaginario nelle attività di pensiero delle persone, che non sono mai spontanee ma sempre condizionate da pre-comprensioni.
Abbiamo chiamato Paolo Jedlowski a Frascati e abbiamo cercato di interrogarci sugli Alfabeti dell’immaginario. Un lavoro non semplice, ma necessario.
Jedlowski ha reso ancora più intricata e difficile la nostra ricerca dicendoci che non esiste un punto di partenza non condizionato perché siamo già dentro una «società mimetica» in cui ciascuno recita il ruolo che gli viene assegnato e tutto si perde poi in un gioco di specchi infinito.
3° Momento: è stato quello in cui il CEM ha scelto di percorrere un cammino positivo dando voce agli immaginari della speranza. Il sociologo Aldo Bonomi, sempre a Frascati, ci ha spiegato che neanche la globalizzazione riesce ad addomesticare del tutto l’uomo. Bisogna saper smontare il mostro! E poi recuperare dalla storia quegli immaginari di speranza come S. Francesco e il Sultano, Giorgio La Pira e la cultura del ponte, la Rosa Bianca e la cultura della resistenza fino al martirio, ecc. Con la narrazione di questi nuovi immaginari diventa possibile reagire al pensiero unico di quegli altri immaginari mediatici che ci martellano la testa ogni giorno sulla guerra, sulla paura, sul terrore, bloccandoci ogni energia positiva e impedendo ogni boccata d’ossigeno.
4° Momento: è quello che inizia oggi e che domani si avvarrà della competenza di un’antropologa, Annamaria Rivera, che in tanti suoi libri presenta posizioni coraggiose, scomode e interessanti (senza peli sulla lingua)! Penso soprattutto al suo testo La guerra dei simboli.
Permettetemi di aggiungere ancora un punto.
Oggi gli educatori sono chiamati a lavorare sul proprio immaginario pedagogico per aprire gli occhi sui meccanismi nascosti che rendono l’azione educativa sterile, inefficace, del tutto funzionale alle ideologie dello scontro di civiltà e della difesa dell’Occidente!
Ebbene, noi non vogliamo che tra le nuove generazioni crescano tanti piccoli Giuliano Ferrara e tanti piccoli Marcello Pera, oppure, per dirlo al femminile, tante piccole Oriana Fallaci!
Non possiamo restare in silenzio e consentire a questa schiera di «atei devoti» di appropriarsi del Cristianesimo e di identificarlo con l’Occidente in funzione anti-islamica. Questa è una falsità storica e un clamoroso esempio di disonestà intellettuale.
Gesù non è né europeo, né occidentale! ... Il cristianesimo trascende l’Occidente e va oltre. Ciò che stava più a cuore a Gesù era l’unità della famiglia umana, cioè la Mondialità, come il CEM dice da sempre.
Questa unità dei popoli ci spinge a parlare di dialogo, non di separazione.
Basta, dunque, con la divisione manichea in buoni e cattivi (Regno del Bene/Asse del Male).
Basta con la divisione che vorrebbe da una parte i puri e dall’altra gli impuri, poiché siamo tutti meticci e bastardi.
Una visione diversa, che ci viene dal Vangelo stesso, è quella secondo cui «il grano e la zizzania crescono insieme»... e il male coesiste con il bene fino alla fine dei tempi.
Così pure il conflitto si presenta oggi in forme ancora più complesse e ambivalenti del passato. Due esempi:
- il conflitto Israele-Libano, l’enigma degli hezbollah (tra terrorismo e forma di governo) e la paura dell’Europa di impegnarsi per risolverlo!
- il conflitto dei simboli: non più solo degli oggetti, dei segni, delle immagini, ma anche dei modi di vivere, delle seconde generazioni degli immigrati in Italia (e in Europa); si pensi a Hina Saleem, la ragazza pakistana sgozzata dal padre e sepolta in giardino… perché si era troppo occidentalizzata! È l’esempio di un conflitto che ci sollecita ad andare oltre i modelli di multiculturalismo che si sono rivelati fallimentari.
A Stefano vorrei chiedere: come è possibile per l’educazione fare riferimento in modo significativo al Bene e al Male in un tempo di smarrimento come il nostro? Mentre ad Antonella chiederei che cosa dovrebbero fare gli educatori per passare da una concezione del conflitto come tabù ad una concezione del conflitto come risorsa positiva.