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Introduzione Convegno 2006

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Stefano Curci   Introduzione

Tra bene e male [24.08.2006]

Stefano Curci

È difficile educare in termini di bene e male, come se esistesse una casistica valida per tutti in ogni tempo. I giorni che viviamo sono quelli della modernità liquida, della perdita di punti di riferimento, dell’individualismo esasperato. Non intendo avventurarmi nel dibattito sul rapporto tra bene e male nella storia, tra ipotesi di tipo metafisico o di taglio più sociologico, come quella recente di Franco Crespi che attribuisce la presenza del male nella storia alla tendenza a fuggire dall’esistenza e alla mancanza di riconoscimento1.

Seguiamo allora l’intuizione di Howard Gardner che ha scelto la Shoah come paradigma per educazione al bene, nell’ottica dell’educazione al comprendere: «si dà comprensione di un concetto, di un’abilità, di una teoria o di un campo del sapere, quando l’individuo è in grado di applicare opportunamente tale comprensione in una situazione nuova»2 .

Può essere un’indicazione preziosa per rispondere alla domanda su come educare al bene e al male. Auschwitz non è un episodio come altri, ha caratteristiche assolutamente peculiari. È il simbolo di un’epoca in cui il progresso tecnologico, la pianificazione politica, la burocrazia esasperata e la scomparsa di vincoli morali si sono combinati per la distruzione umana di massa. Il simbolo del male, perché mette insieme sterminio del diverso, deportazioni, sperimentazioni mediche su prigionieri, lavoro in schiavitù. Un grumo non integrabile nel percorso storico dell’Occidente, che pure è fatto di disastri e tragedie. È necessario presentare alle nuove generazioni questo simbolo del male perché, come constatava amaramente Elie Wiesel (ma il discorso vale purtroppo anche per l’oggi), «il mondo è sempre lo stesso».

«In effetti, a partire da Auschwitz, la nostra coscienza storica non può più nascondersi a se stessa, non soltanto è ormai pienamente informata dell’estrema fragilità dei suoi fondamenti, ma si sa abitata dalla possibilità, iscritta nel suo essere, della sua negazione assoluta»3. In quest’ottica, le vittime di Auschwitz diventano i rappresentanti di tutte le vittime, i vinti e gli esclusi della storia, tutti quelli che la storia ha ridotto al silenzio.

Visto che è oggettivamente difficile per noi agire direttamente sui meccanismi politici che sono alla base degli eventi tragici, il nostro campo d’azione deve essere quello educativo, cioè la formazione della coscienza delle generazioni future. Auschwitz va insegnata non solo dal professore di storia ma dai punti di vista di tutte le materie, va collocata nel suo tempo storico, collegandola però a una memoria universale che coinvolge tutti nell’impegno contro il male radicale, il fondo oscuro che abita l’uomo.

Un’indagine guidata da Milena Santerini sugli studenti liceali lombardi nel 1994 ha dimostrato, tra le altre cose, la presenza di un potenziale revisionismo tra i giovani, dovuto più che all’adesione a ideologie estreme, a paura e disagio davanti ad eventi tragici e inspiegablili, che gli studenti non sono preparati ad affrontare. Bisogna contrastare quella mentalità per cui Auschwitz è il male assoluto che avrebbe colpito l’umanità dall’esterno, cercare di dare agli alunni gli strumenti per una riflessione sulla realtà che vedono, che integri nella propria coscienza il passato, evitando così di vedere la storia come qualcosa di concluso e slegato dal presente. Nel mondo di oggi significa liberare gli immaginari dall’immagine vincente dell’uomo che si è fatto da sé, senza un collegamento con la tradizione storica in cui è iscritto.

La tragedia è stata resa possibile dalla mentalità burocratica, che scarica sullo Stato e le sue emanazioni la responsabilità di quanto accaduto, la razionalità strumentale, che porta ad occuparsi della perfezione delle azioni perdendo di vista i fini, l’esaltazione del privato, che porta a disinteressarsi del destino degli altri come estraneo. Sono elementi sempre potenzialmente in agguato.

Perciò bisogna salvare gli immaginari delle generazioni future dal rischio di perdere la memoria: «i regimi totalitari del XX secolo hanno rivelato l’esistenza di un pericolo prima insospettato: quello di una manomissione completa della memoria. Non che in passato si sia ignorata la distruzione sistematica dei documenti e dei monumenti (...) è noto che l'imperatore azteco Itzcoatl aveva ordinato di fare sparire le stele e i libri per poter ricomporre la tradizione a suo modo; i conquistadores spagnoli, un secolo dopo, si applicheranno a loro volta a cancellare e a bruciare le tracce che testimoniavano l’antica grandezza dei vinti. Ma, non essendo totalitari, questi regimi intaccano solo i depositi ufficiali della memoria, lasciando sopravvivere ben altre sue forme, per esempio i racconti orali o la poesia»4 .

Resistere e salvare la memoria è un esempio di educazione al bene contro il male, perchè «la vita ha perso contro la morte, ma la memoria vince nella sua lotta contro il nulla» 5. Ricoeur ci mette in guardia dal cadere nella trappola del «dovere di memoria», della commemorazione delle vittime del passato per non occuparci di quelle del presente, dalla comodità di «esercitare il perdono come un potere, senza essere passati attraverso la prova della richiesta di perdono e, peggio ancora, del rifiuto del perdono»6 e ci esorta ad attaccarci al lavoro della memoria.

©Cem Mondialità

  1. Franco Crespi, Il male e la ricerca del bene, Meltemi, Roma 2006.

  2. Howard Gardner , Sapere per comprendere. Discipline di studio e disciplina della mente, Feltrinelli, Milano 1999, p. 123.

  3. Yannis Thanassekos, L’evento Auschwitz nella coscienza della modernità, in Giuseppe Vico - Milena Santerini, Educare dopo Auschwitz, Vita e Pensiero, Milano 1995, p. 43.

  4. T. Todorov, Memoria del male, tentazione del bene. Inchiesta su un secolo tragico, Garzanti, Milano 2004, p. 139.
  5. Ivi, p. 147.
  6. P. Ricoeur, Ricordare, dimenticare, perdonare. L’enigma del passato, Il Mulino, Bologna 2004, p. 112.
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