Introduzione Convegno 2006
Introduzione
Il conflitto [24.08.2006]
Antonella FucecchiIntroduzione
Affrontare una questione così complessa in pochi minuti è un’impresa che richiede capacità di sintesi ed estrema brevità, impone una scelta inevitabilmente parziale e riduttiva e un taglio che possa offrire spunti utili al cammino di riflessione del nostro convegno. Il tema del conflitto non è nuovo: è stato già affrontato dal Cem in varie circostanze, ma la prospettiva nella quale si inquadra è di volta in volta diversa: come in una spirale, si ritorna al medesimo punto, allargando l’orizzonte di senso; oggi la cornice è l’immaginario e la sua potentissima influenza nell’orientare e motivare le nostre scelte.
Anzitutto occorre ricordare che il conflitto è oggetto di studi antropologici, politici, filosofici, psicologici ispirati a diverse scuole di pensiero e rappresenta un argomento particolarmente esplorato a partire dalla seconda metà del ventesimo secolo. L’attenzione è stata rivolta alla definizione di conflitto, alle sue dinamiche, alle sue possibili evoluzioni: un approfondimento reso necessario dalla presenza di situazioni sempre più urgenti sul piano planetario e dall’esigenza di concentrare la ricerca sulle strategie di gestione del conflitto ispirate ad una logica evolutiva, sfruttando le insospettate potenzialità di crescita che il conflitto comporta.
Etimologia
Cosa associamo spontaneamente alla parola conflitto? È probabile che in prima posizione compaiano termini in apparenza affini: scontro, guerra, contrasto, aggressività, competizione, lotta, poi odio, rabbia, rivendicazione…, in sintesi, consideriamo sinonimo di conflitto atteggiamenti e prese di posizioni che sono soltanto alcuni possibili esiti del conflitto stesso. Cioè tendiamo a confondere il conflitto con il suo sviluppo più scontato, la guerra, ed abbiamo difficoltà a riconoscere al conflitto un suo status.
Ma è interessante scoprire l’etimologia di questo termine di chiara origine latina, la cui attestazione più rilevante compare nel poema scientifico di Lucrezio De rerum natura.
Nel IV libro dedicato alla passione amorosa (estromesso da tutte le antologie scolastiche) il contesto di versi in cui il verbo al v. 1216 è usato, conflixit, (indicativo perfetto terza persona singolare) è relativo alla descrizione dell’unione carnale di uomo e donna al momento culminante dell’incontro dell’elemento maschile con quello femminile; il termine viene tradotto con «si incontrano» o «si uniscono».
Il verbo è impiegato per descrivere la massima forma di intimità possibile, da cui non si esce né vincitori, né vinti, ma riesce, con la sua innegabile ambiguità, a cogliere l’ambivalenza che ogni relazione comporta, come compresenza di accoglienza e prossimità ma anche di irriducibile e necessaria alterità.
Confliggere così inteso è un atto creativo, aperto ad una nuova possibilità, è la ricerca di una armonia nuova che trascende le individualità in relazione. Questa interpretazione è ricca di implicazioni rilevanti:
- il conflitto è una condizione permanente, costitutiva, ci attraversa intrapsichicamente, ci abita, si insinua nei nostri rapporti interpersonali, il conflitto non è una patologia della relazione, ma è connaturato alla relazione.
- il conflitto pervade micro e macro contesti e non è possibile rimuoverlo, ignorarlo, in quanto permea la quotidianità a diversi livelli, è considerato il codice della contemporaneità.
- Vale a dire che se ne sottovalutiamo la portata e la responsabilità di farsene carico, perdiamo una chiave di lettura essenziale per esplorare la complessità del nostro tempo.
Le dinamiche del conflitto
Cosa è allora propriamente un conflitto? Perché non va confuso con lo scontro o la guerra? Come iniziare a leggerlo, di quali strumenti abbiamo bisogno per affrontarlo?
Il conflitto è una controversia, una contraddizione di punti di vista, percezioni, esigenze riguardo ad un oggetto del contendere sul quale ciascuna delle parti in causa ritiene di esercitare un diritto esclusivo. Diritto che può essere pienamente goduto solo con il ridimensionamento o l’eliminazione dell’altro.
I conflitti hanno origini, cause e motivazioni diverse, ma sono accomunati da un progressivo aumento di aggressività distruttiva che, degenerando in violenza, apre la strada alla guerra; ciò che alimenta l’escalation e ne accelera la deflagrazione trae linfa vitale da un substrato emotivo, inconscio, di cui è permeato l’immaginario delle parti in causa. Il conflitto è una controversia con l’aggravio dell’ansia e dell’angoscia, mette in campo sentimenti di ostilità, odio, rabbia, competizione, concorrenza e rivalità con i quali è arduo confrontarsi soprattutto in ambito educativo ed interculturale.
La miscela di queste emozioni, unita ad un repertorio di atteggiamenti espressione di una violenza che non è diretta, strutturale, ma soprattutto culturale, come il senso dell’onore, la ricerca della gloria, il culto degli antenati, dei padri fondatori, degli eroi, la certezza di possedere la verità, di essere il braccio armato della giustizia, ma anche il peso del passato, con i lutti non elaborati e i traumi rimossi, sono forze che provocano la radicalizzazione del conflitto in meta conflitto, cioè nella perpetuazione della situazione conflittuale a prescindere dalle cause reali ed originarie che l’hanno prodotta. Il conflitto abbandonato a se stesso tende a cronicizzarsi senza pervenire ad una composizione.
Tra i numerosi studiosi che hanno formulato strategie evolutive del conflitto, il più accreditato è Johan Galtung, norvegese, autore del primo manuale delle Nazioni Unite per la trasformazione non violenta del conflitto, nonché di numerosi testi editi in Italia dal Gruppo Abele. Ha fondato Transcend, un movimento che raccoglie e coordina le ricerche degli studiosi impegnati in questo settore.
La figura di Galtung è nota al CEM perché è stato relatore nella ventiseiesima e nella trentesima edizione del Convegno ed anche perché il numero 7/2003 della rivista ha dedicato un intero dossier1 sull’educazione al conflitto curato da Nanni Salio, referente italiano di Transcend i cui materiali sono consultabili e prelevabili al sito www.transcend.org.
Galtung ha contribuito efficacemente alla comprensione dei meccanismi coinvolti in una situazione conflittuale; in particolare ha stilizzato gli elementi in gioco nel conflitto attraverso la figura geometrica dei vertici di un triangolo: il vertice A rappresenta gli atteggiamenti derivanti dai punti di vista degli attori in campo, il vertice C l’oggetto del contendere, il vertice B le modalità manifeste scelte per agire.
Nella sua estrema chiarezza il triangolo riassume, semplificando, gli elementi essenziali presenti in qualunque tipo di conflitto. Le interazioni tra i vertici A e B possono approdare ad esiti dei quali pace e guerra sono gli estremi, la guerra come espressione dell’antagonismo senza alternative, la pace come risoluzione definitiva e cessazione di tutte le dinamiche relative al conflitto stesso. Galtung propone una svolta diversa: il conflitto non si può risolvere, né semplicemente gestire o contenere: il conflitto va trasceso, cioè superato attraverso l’apertura di prospettive nuove ed impreviste, di tipo cooperativo: richiede una conversione, un mutamento di prospettiva che si avvale di alcune importanti risorse: creatività, immaginazione, compassione, perseveranza.
Un esempio pratico
Immaginiamo una situazione base molto semplice in cui due ragazzini, A e B, si contendono un’arancia posta sul tavolo. Le strategie di sviluppo sono riassumibili in queste opzioni essenziali:
- il conflitto si conclude con una vittoria di A o B conseguita con astuzia, sorteggio, violenza, tramite assegnazione dall’esterno.
- il conflitto entra in stallo, viene rimosso: A e B abbandonano il campo, l’arancia viene riposta in frigo o distrutta
- il conflitto approda ad un negoziato e ad un compromesso; l’arancia viene divisa in parti uguali
- il conflitto viene trasceso: A e B decidono di prendere un’altra arancia, di farne una torta da dividere, di piantarne i semi.
Questo ultimo esito differisce dagli altri perché supera la ratio del vincere perdere, del superiore inferiore e instaura una logica cooperativa che fa intravedere ad A e B obiettivi comuni da condividere che azzerano le cause iniziali del conflitto. In questo modo il conflitto viene elaborato creativamente, offre opportunità nuove.
Le sette premesse
Perché la trasformazione non violenta è una via poco praticata? Perché è complessa, benché vantaggiosa per entrambe le parti in causa. È attuabile solo se sono presenti varie precondizioni, delle quali sette particolarmente rilevanti che richiedono nette prese di coscienza e di posizione fondate su questi presupposti:
- il conflitto può essere fonte di violenza distruttiva, ma anche di potenzialità ed evoluzioni costruttive;
- il conflitto è interattivo, le parti in causa sono interdipendenti e parimenti coinvolte;
- ogni parte in causa condivide la responsabilità in merito alle soluzioni proposte, all’uso delle sue risorse personali;
- le azioni intraprese devono essere il più possibili reversibili per scongiurare esiti imprevisti o non voluti all’origine o controproducenti;
- l’opzione per atteggiamenti e scelte di tipo cooperativo;
- la rinuncia alla pretesa di possedere la verità assoluta;
- il rispetto della vita e della sua sacralità.
Se il conflitto fosse già degenerato in guerra, il compito sarà quello di promuovere e guidare il processo di risanamento che subentra alla fine del ciclo distruttivo: la riparazione, la ricostruzione e la riconciliazione del tessuto sociale dilacerato; un esempio riuscito riguarda il Sudafrica post apartheid e l’istituzione delle commissioni di verità e riconciliazione2.
Abitare il conflitto
E se il conflitto fosse un processo infinito? Esistono situazioni conflittuali endemiche, diffuse, generalizzate, che riguardano ampi gruppi umani, culture e sistemi di pensiero; in questo caso, sostare nel conflitto sembra essere la sfida più urgente. Non resta che imparare ad accettarlo a conviverci, come argomenta Ugo Morelli nel suo recente libro, Conflitto. Identità interessi culture3. L’autore impiega metafore ed immagini non nuove all’esperienza formativa del Cem, da recuperare a valorizzare: per accedere correttamente al conflitto e sfruttarne le potenzialità occorre compiere una serie di attraversamenti e di decostruzioni:
- imparare ad abitare l’ambiguità come spazio e possibilità di significati nuovi e non solo come assenza di certezze;
- sostare nel margine: spazio mobile di trasformazione e negoziato anche costoso e non solo lontananza dal centro;
- abituarsi a sostenere la mancanza e a viverla come ambito che permette la propria autonomia e quella dell’altro e non solo perdita e vuoto di senso.
Perché il conflitto è anche espressione della nostra autonomia, è la conferma della nostra differenziazione, del nostro sussistere come individui, premessa essenziale per promuovere un dialogo autentico.
©Cem Mondialità
- Dossier Guerra e pace. Trasformazione nonviolenta dei conflitti, in CEM Mondialità, 7/2003, pp. 17-32.
- Per conoscere la storia di questa esperienza straordinaria, si consiglia il libro di Marcello Flores, Verità senza vendetta, Manifestolibri, Roma 1999.
- Ugo Morelli, Conflitto. Identità interessi culture, Meltemi, Roma 2006.
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