Laboratorio 5 Info
Una specie di pace
Laboratorio teatrale per una grammatica della reciprocità
Eleonora Fumagalli e Marina Pecorelli
Domande-motore
E’ necessaria un’idea di pace come ordine globale? Il desiderio di ordine aumenta la paura del disordine? La ricerca della pace a tutti i costi massimizza la felicità individuale e quindi quella globale?
La pace non è un concetto universale, appartiene al mondo della storia e del bisogno dell’uomo è uno strumento di ridefinizione continua delle risposte alle necessità di convivenza civile. Non è un’idea, appartiene al mondo dei fatti e della realtà.
L’antitesi di questa prospettiva è “il muro”, rigido come un concetto inamovibile, un muro contro il quale la speranza si sgretola, il tempo si ferma, la storia appassisce, la vita vegeta nell’attesa disperata che forse qualcuno ci ripensi.
Il muro fisicamente delimita territori, stabilisce confini, traccia spazi, crea doppi. In apparenza difende dall’intrusione del nemico, ne permette il controllo.
Ma non è detto che il più forte sia colui che ha stabilito la necessità del muro e che lo ha edificato. Sicuramente la sua identità è fragile: la delimitazione del limite dell’altro, la sua individuazione come nemico, come realtà inferiore e denigrabile che permette di stabilire la propria identità come diversa e migliore, nasce dall’ incapacità di definirsi se non per confronto peggiorativo a scapito dell’altro. Nessuno scambio, nessun incontro. Così facendo mi “stabilizzo”, ecco che ho bisogno di difendermi, di conservare il limite conquistato, pena la mia sparizione.
Fermare le relazioni attraverso muri è fermare la storia dell’uomo in nome del potere, di un potere debole perché fatto di paura, di incertezze e di bisogno, di dipendenza dal nemico senza il quale si corre il rischio dell’assenza di definizione di sé, sia che si sia individuo o popolo, persona o civiltà.
Io e l’altro non siamo né migliori né peggiori, ogni superamento di conflitto comporta, oltre ad un’inevitabile volontà e desiderio di incontro e di scambio, la capacità della rinuncia, rinuncia parziale ma costante a ciò che diventa inutile e pericoloso all’incontro nel suo farsi esperienza, vita, storia.
La frantumazione del muro crea lo spaesamento necessario alla ridefinizione delle soggettività, una pratica prima che un concetto. Comporta il permanente e costante lavoro di ricerca delle necessità reali e delle reali e possibili risposte, in accordo con la necessità dinamica del mutamento costante e del rapporto dialettico tra le verità, mai con una singola e univoca Verità.
La grammatica della reciprocità
Mediante il linguaggio del corpo e teatrale attraverseremo il tempo della storia, la storia del divenire e dell’essere, quella che si fa racconto – parlato e agito - attraverso le storie, gli immaginari, le esperienze, i fatti.
Indagheremo il “limite” come profilo d’identità in rapporto all’altro, il conflitto israelo-palestinese come contenitore di molti conflitti possibili, la narrazione come fonte e non come esito.
Brecht parlava di Haltung: una presa di posizione fisica ed etica. Gestus, azione, fare, interagire: che cosa è, come accade. A partire da ciò il percorso si muoverà dalle domande-motore verso il fare teatrale che vede l’attore “portatore di un agire”, non rappresentativo ma “attivo”.
Proporremo un lavoro fisico a partire dalla condizione estrema del conflitto definita dal muro cercando di trovare risposte creative e dialettiche.
“Il testo scenico” sarà realizzato dal montaggio delle fonti attraverso l’interazione attiva dei partecipanti. Si cercherà una parola poetica, capace di sintesi emozioni e sensi, fondata su gesto, ritmo, azione.
Relazioni per cui l’altro è fondamentale per vivere, raccontare e raccontarsi, quelle per cui l’altro è compagno di viaggio, di avventura, facile o difficile che sia, e quindi testimone.
Cosa portare
Abiti comodi e di colore nero per lavorare fisicamente, una stuoia o tappetino, un oggetto che simboleggi il conflitto, materiali per il trucco (ombretti, matite…), scampoli e stoffe.
Bibliografia
- Brecht, Bertold: “L’Abicì della guerra” – Einaudi, 2002
- C. Bernardi, M. Dragone, G. Schininà (a cura di): “Teatri di guerra e azioni di pace” – EuresisEdizioni, 2002
- Marshall B. Rosemberg: “Le parole sono finestre” (oppure muri) – Esserci edizioni, 2003
- Warschawski, Michel: “Sulla frontiera” Città aperta edizioni, 2003
- Dekel, Ouzi: “Sui muri di Jabalia” – EGA, 2004
- Autori vari: “Viaggio in Palestina” – Nottetempo edizioni, 2003
- Ben Jelloun Tahar: “Jenin un campo palestinese” – Bompiani editore, 2002
- Genet, Jean: “Palestinesi” – Stampa Alternativa, 2002