48° Convegno Nazionale CEM Mondialità
Convegno CEM Mondialità 2009

La felicità nella società del rischio
l'educazione al bivio:
rassegnazione o resilienza?
Crisi e felicità, un’occasione da non perdere
Per troppo tempo si è creduto che lo sviluppo tecnologico ed economico sarebbe stato la locomotiva della democrazia e del benessere: oggi, secondo Edgar Morin, bisogna cambiare l’egemonia della quantità in favore della qualità e di beni immateriali, come l’amore e la felicità. È qui che, ancora una volta, il cammino del CEM e quello di Morin s’incrociano, mi pare non casualmente.
Dedicheremo dunque il nostro convegno annuale alla felicità. È in mezzo a noi che la cercheremo, nello spazio in cui prendono corpo le nostre relazioni, nei legami che si generano per provare ad essere felici, o nelle forme - politiche, culturali, sociali - delle nostre città. In questi esercizi di approssimazione alla felicità, essa perde sicuramente la sua innata onnipotenza per fare i conti con ciò che sempre manca alla sua compiuta realizzazione. Parlare di essa nella società globale del rischio significa, allora, passare dal sonno dogmatico di chi è ancora addormentato nella culla calda dell’utopia al sogno ad occhi aperti di chi dentro la storia coltiva una speranza che può diventare realtà concreta. Se in tale situazione d’insicurezza e di rischio il CEM trova il coraggio di parlare di futuro, di speranza e perfino di felicità, la ragione sta nella consapevolezza di rispondere alla chiamata per cui siamo nati ed esistiamo: la vocazione alla mondialità, che oggi significa condividere il mondo con l’altro.
La felicità nella società del rischio
L’educazione al bivio: rassegnazione o resilienza?
La felicità non è un’idea occidentale ma transculturale. Ma non è su un’idea di felicità astratta che il CEM intende so-stare, bensì su una felicità concreta, ordinaria, feriale e, proprio
per questo, sostenibile.
Se la vita si colloca al punto di incrocio tra questione sociale e questione antropologica, con le sue implicazioni bioetiche e biopolitiche, ora sentiamo la necessità di compiere un passo
ulteriore. La complessità dei temi affrontati, infatti, ha prodotto in molti di noi una sensazione di smarrimento, se non di vera e propria angoscia. Siamo immersi in quella che Ulrick Beck
ha chiamato «società del rischio», in cui minacce e pericoli provengono da più parti. Ma non vogliamo, come formatori e genitori, rassegnarci all’impotenza; piuttosto vogliamo chiederci
a quali condizioni sia possibile oggi essere felici, reagendo alla situazione di blocco e di difficoltà quasi traumatica.
La ricerca della felicità ci induce ad approfondire quella forma di reazione che si chiama «resilienza», la capacità di reagire alle atmosfere depressive e di risorgere dal trauma subìto, riprogettando se stessi con fiducia verso il futuro. Non tutti siamo resilienti allo stesso modo, ma l’educazione può rafforzare nei soggetti la capacità di resilienza.
Anche l’intercultura è una risposta di resilienza per chi migra e fatica ad accettare i mutamenti che la società multiculturale produce attraverso la perdita di centralità e lo smarrimento
identitario.
In questo contesto, la felicità che il CEM propone non riguarda né una fuga in avanti, né un ritorno all’indietro, ma si avvicina a ciascuno di noi, partendo dalla domanda di felicità realizzabile e condivisibile in questo mondo, così com’è e come possiamo trasformarlo a partire dalle nostre città.
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