L’Africa e noi. Economia, Giustizia e Solidarietà
Centro Documentazione Mondialità, SUAM Lombardia,
Ufficio diocesano per la pastorale migranti,
Ufficio diocesano per la pastorale missionaria
Documento finale
L’Africa e noi.
Economia, Giustizia e Solidarietà
Nessuno è più al riparo. Se le manifestazioni di instabilità internazionale degli anni e poi ancora dei mesi scorsi avevano dato l’impressione di limitare i loro più nefasti effetti verso i paesi più poveri, o, al più, verso i paesi di più recente industrializzazione che sembravano scontare in questa maniera anni di una crescita tumultuosa, gli eventi che riempiono le cronache di questi giorni sembrano toglierci ogni dubbio. Le analisi e le previsioni di chi fino a poche settimane fa spiegava compiaciuto quali vantaggi ci si potesse attendere dagli ultimi ritrovati della finanza derivata vengono clamorosamente smentite.
È una spirale che sembra non avere fine, e di cui si stenta a riconoscerne le cause: i primi crack vengono attribuiti agli amministratori disonesti di qualche società o di qualche ‘scheggia impazzita’ che si è fatta prendere la mano nelle speculazioni finanziarie; poi le responsabilità si allargano a complici o a controllori che non hanno vigilato; infine l’intero sistema sembra crollare, poco a poco, come un castello di carte, fino ai tonfi più rumorosi.
L’Africa osserva da spettatrice le catastrofi che si susseguono nelle borse dei paesi cosiddetti ‘sviluppati’. E con essa tutti i popoli che abitano i luoghi più poveri, o impoveriti, del pianeta vedono calare l’attenzione verso la loro sorte da parte del mondo ricco, che è troppo impegnato a leccarsi le ferite per preoccuparsi di quanto è necessario per ristabilire condizioni di giustizia per tutte le donne e gli uomini del pianeta. Il primo pericolo è dunque questo: che la crisi del mondo ricco, crisi che forse è solo appena iniziata, ci spinga ad un ripiegamento su noi stessi, non soltanto in termini delle (sempre insufficienti) risorse che vengono dedicate per promuovere il ristabilimento della giustizia a favore dei paesi più poveri, ma soprattutto in termini delle priorità dei cosiddetti decisori, che sono chiamati a rivedere assetti e meccanismi che, a livello internazionale, si dimostrano sempre meno pertinenti ed efficaci.
L’Africa, o meglio i diversi Paesi che compongono questo variegato continente partecipano oggi al complesso delle relazioni internazionali, siano esse di tipo geopolitico o geostrategico ma soprattutto di tipo economico (commercio, investimenti, estrazione delle risorse, prezzi delle materie prime) in posizione subalterna, praticamente subendo ciò che viene deciso in tavoli ai quali non partecipano, tavoli i quali non prendono in minima considerazione la posizione del continente. Ci sono inoltre meccanismi per i quali alcune delle elités africane, ben ricompensate, accettano questo gioco in cambio di remunerazioni individuali o a vantaggio della propria famiglia o clan. Da parte dei decisori importa mantenere un minimo di “faccia pulita” nei confronti della società civile dei loro paesi di provenienza. Non mancano dunque iniziative di cooperazione e di aiuto, a livello statale come a livello privato, in cui sono presenti un minimo di regole rispetto ad alcuni diritti umani fondamentali. Un reticolo di vincoli dai quali altri decisori - ed è il caso della Cina ormai attore fondamentale e dominante nel complesso delle relazioni economiche africane - si sentono totalmente slegati. E non è difficile prevedere come, di fronte all’inefficacia delle risposte globali provenienti dal “vecchio mondo”, sia proprio l’asse tra Africa e nuove potenze asiatiche ad essere rafforzato.
Cosa occorre fare? Appare ormai ineludibile un’azione volta a dotare il sistema mondiale delle decisioni di regole accettate da tutti e che pongano tutti allo stesso livello, che in un certo senso, dunque, ridistribuiscano il potere tra chi decide. In una parola ripensare le relazioni economiche in una sorta di partenariato per lo sviluppo, che viene in qualche modo espresso anche nell’ottavo degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. Chi decide del futuro dell’Africa non sono oggi gli africani, ed è sul superamento di questo elemento che occorre concentrare l’attenzione.
Nell’esaminare in che modo l’Africa entra e subisce le dinamiche mondiali, l’illusione è pensare che sia possibile isolare un elemento del sistema, identificando nella cosiddetta ‘economia di carta’ la fonte di ogni male. Il crollo dei derivati finanziari e delle borse in tutto il mondo mette in evidenza la necessità di un ritorno a modalità di produzione e scambio che mettano al centro le vere necessità delle persone. Ma è anche necessario riconoscere che i meccanismi perversi che riempiono oggi di incognite la vita dei risparmiatori del mondo ricco sono, in fondo, gli stessi che contribuiscono ad affamare i popoli dell’Africa. La recente, e forse già quasi dimenticata, crisi dei prezzi dei prodotti alimentari ed agricoli è infatti legata alle medesime logiche: la fiammata improvvisa dei prezzi è registrata presso il mercato dei futures di riso, mais e grano, che vengono venduti e scambiati come si farebbe con titoli valutari o finanziari, e che si diffonde immediatamente a chi quei prodotti deve comprarli al chilo o al sacco e non a migliaia di tonnellate. In casi di quel tipo, il panico che si diffonde nelle borse mondiali ha l’immediata conseguenza di gettare sul lastrico madri e padri che all’improvviso non sanno più come nutrire la loro famiglia. I prezzi, in definitiva, vengono determinati da un mercato internazionale che, tuttavia, coinvolge soltanto una piccola porzione di tutti i cereali che vengono prodotti nel mondo! Dunque non basta semplicemente staccare l’economia reale da quella ‘di carta’: occorre cambiare i meccanismi stessi che di fatto negano la possibilità a produttori e consumatori di essere arbitri consapevoli delle loro decisioni. In questo senso il tema scelto per l’Expo 2015 Nutrire il pianeta, energia per la vita è strategico, a condizione che lo si prenda sul serio, con la reale disponibilità ad affrontare i necessari cambiamenti.
C’è un’altra domanda, ancor più di fondo tuttavia, che di fatto esprime la vera sfida aperta: è questo il mondo nel quale agli africani interessa vivere? Sono queste le modalità, seppur con regole migliori e un riequilibrio delle relazioni verso un vero partenariato, nel quale le diverse popolazioni africane vogliono giocare il loro ruolo nell’economia? O non è forse il caso di riconoscere, come occidente, il nostro posto limitato all’interno del mondo globalizzato e di lasciare agli altri la possibilità e la libertà di scegliere - una sorta di “ownership” - sul futuro del loro continente?
È forse venuto il momento di pensare ai parametri di qualità della vita come scelti dagli individui e dalle comunità in base ai propri valori e priorità, di dare spazio ad una riappropriazione condivisa delle risorse e ad un reale autogoverno.
Da questo punto di vista gli stessi Obiettivi di Sviluppo del Millennio, oltre a risultare sostanzialmente irraggiungibili, corrono il rischio di caratterizzarsi come un atteggiamento buonista dei principali governi del Nord del mondo verso il Sud. Occorre cambiare le regole del gioco su “chi decide” a livello globale e rovesciare in qualche modo l’impostazione, partendo non tanto dal punto di arrivo, cioè dai risultati che si vogliono ottenere, quanto piuttosto da quello che dovrebbe essere il vero punto di partenza: un processo partecipativo delle singole comunità, che coinvolga i diversi attori locali e li metta in condizioni di costruire in permanenza il proprio futuro.
Affrontare questo nodo è fondamentale anche per rivedere le nostre mentalità e rappresentazioni: la nostra idea di noi stessi, del nostro benessere, di quello che di volta in volta abbiamo chiamato sviluppo e sottosviluppo, ricchezza e povertà, globalizzazione e sicurezza, merci e beni comuni.
La questione decisiva non è soltanto quella di trasferire risorse - siano esse umane, finanziarie o di altro tipo - da Nord a Sud per colmare quelli che ai nostri occhi sembrano dei limiti allo sviluppo del grande continente, ma piuttosto riproporre un processo di cambiamento all’interno del quale la solidarietà diventi la via che conduce alla libertà: il segno “più” che si contrappone al segno “meno” del nostro sfruttamento e sottomissione, per restituire dignità e libertà ad ogni donna e ad ogni uomo.
Dando all’Africa lo spazio per respirare, daremo a noi stessi l’occasione per riflettere sul futuro – anche nostro - in un mondo interdipendente e diversificato.
Soltanto comprendendo tutto questo, assumono significato le proposte di uno stile di vita più sobrio, di un’esistenza aperta all’accoglienza dell’alterità e disponibile a farsi trasformare da essa, di un lavoro educativo che non semplifica i problemi e non dà ricette di soluzione, ma favorisce una comprensione più profonda e stimola ciascuno a proporre soluzioni creative.
Dire “L’Africa e noi” significa provocarci a una condivisione, addirittura a una conversione, a scoprire che quella “e” (l’Africa e noi) non è semplice accostamento o, peggio, sottolineatura implicita dell’asimmetria della relazione, ma è legame profondo, comune destino, persino forza empatica di chi compie lo stesso cammino e comprende meglio se stesso mettendosi in relazione con l’altro, non negando questa relazione ma costruendola.