L’educazione al tempo del post_umano
<<Se non sapremo offrire al mondo impoverito dal dopoguerra nient’altro che i nostri corpi salvati a ogni costo _ e non un nuovo senso delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione _ allora non basterà. Dai campi stessi dovranno irraggiarsi nuovi pensieri, nuove conoscenze dovranno portare chiarezza oltre i recinti di filo spinato… Allora forse, sulla base di una ricerca comune e onesta di chiarezza su questi avvenimenti oscuri, la vita tratta fuori dai suoi cardini potrà di nuovo spostarsi in avanti, di un piccolo passo timido>>: con il riferimento a questo passaggio di una lettera del dicembre ’42 di Etty Hillesum si è chiuso, così come si era aperto, il 46° convegno nazionale del CEM Mondialità, rivista e movimento dei missionari saveriani con sede a Brescia, svoltosi a Viterbo dal 26 al 30 agosto scorsi. La citazione della giovane scrittrice ebrea, uccisa ad Auschwitz dalla Shoà, risultava parlante alla luce del titolo dell’iniziativa, <<Umano, disumano, post_umano. Corpo a corpo nell’educazione>>, che proseguiva il tema dello scorso anno, <<Tra bene e male? Il conflitto negli immaginari dell’educazione>>: con l’intenzione, da parte degli organizzatori, di effettuare però un ulteriore salto di qualità nella ricerca dei punti spinosi del fare scuola e formazione nella presente congiuntura.
Gli oltre duecento partecipanti (dai tanti bambini agli adulti già pensionati ma battaglieri), una notevole carica di energia proveniente soprattutto dagli undici laboratori attivi che _ come sempre _ rappresentano il catalizzatore attivo del convegno, e le numerose iniziative collaterali, hanno prodotto un esito assai lusinghiero, a giudicare dai commenti dei presenti: attesi pochi giorni dopo alla ripresa del lavoro annuale, e qui alla ricerca della giusta carica per essere protagonisti del rinnovamento in una scuola, come quella italiana, in cui da parecchi anni sono evidenti una palpabile stanchezza ed una grave crisi di identità.
PEDAGOGIA SOTTO SCACCO?
Ma cosa racchiude lo slogan del titolo, e in particolare quella locuzione (post_umano) che sta diffondendosi in molti ambiti del pensiero? Quell'unità psico_fisica che è l'uomo, rispondono al CEM, risulta oggi sottoposta a profondi rivolgimenti, soprattutto sul versante del corpo, come mai prima nella storia. Se per secoli si è ritenuto che l'educazione si dovesse occupare prevalentemente dello spirito, della coscienza, del sapere, attualmente tale concezione viene clamorosamente messa in discussione dall'evoluzione della biologia, e più in generale delle scienze e delle tecnologie: ed è per questo che l'educazione non può disinteressarsi di quel che accade.
Il tema del post_umano richiama dunque una sfida inedita che vede la scienza e
la tecnica condurre l'uomo oltre l'uomo, già oggi descritto come
essere bionico, cyborg, simbionte... dal corpo biologico, come tradizionalmente lo conosciamo, si è passati al corpo tecnologico, all’uomo bionico che, per stare all’attualità, potrebbe anche chiamarsi Oscar Pistorius, il giovane atleta sudafricano che corre sulla di atletica pista con protesi tecnologiche.
L'avvento del post_umano rischia pertanto di mettere sotto scacco la pedagogia, dal momento che non si comprende più come sia possibile educare un uomo ed una donna che corrono il rischio di vedere alterata la loro stessa natura umana. Ci troviamo di fronte ad un paradosso che l'educazione non aveva mai conosciuto prima: la fine di ciò che sembrava essere naturale, immutabile, fisiologico e a suo modo trascendente. Cosa significa oggi naturale? Che ne è dei principi iscritti nella coscienza di ogni essere umano? Che ne è della loro universalità? Come educare il simbionte (il quale altro non è che l’essere umano come simbiosi, ossia come vita in comune, tra la componente animale e quella tecnologica a cominciare dagli stessi batteri, dagli antibiotici e dagli OGM, fino alle protesi, ai by_pass, ai microchip, alle attuali nanobiotecnologie) che è già fra noi?
Stando al CEM, l'educazione è chiamata ad un corpo a corpo davvero sorprendente. Esso, da un lato, chiede di indagare i presupposti razionali su cui fondare e
costruire le regole dell'etica pubblica e, dall'altro, di definire i confini
invalicabili di quella soglia_limite per impedire a ciò che è umano di
degenerare nel dis_umano e nel post_umano…
UN’UNICA COMUNITA’ DI DESTINO
A cercare di dipanare la complessa matassa hanno provato, per cominciare, alcuni esperti dello stesso CEM, durante una tavola rotonda che ha dato il via all’appuntamento viterbese. Antonio Nanni, figura storica del movimento, l’ha moderata, discutendone a tutto campo con Antonella Fucecchi, Gianni Caligaris, Davide Bazzini ed Aluisi Tosolini. Qui è emersa, fra l’altro, una necessità che ha accompagnato tutti i lavori, quella di mettere a fuoco il più precisamente possibile la terminologia adottata; oltre ad una prima linea strategica, l’invito a non lasciarsi afferrare dalla paura. A non essere, cioè, né tecnofili né tecnofobi, né integrati ma neppure apocalittici. E’ toccato quindi al relatore principale, il giorno seguente, adoperarsi per mettere qualche puntino sulle i… E Mauro Ceruti, filosofo della scienza e preside della Facoltà di Scienze della formazione a Bergamo, chiamato dal ministro della pubblica istruzione Fioroni a coordinare il pool di esperti che stanno mettendo mano alla nuova programmazione scolastica, non ha deluso le attese. Egli ha coniugato il tema affidatogli nella chiave del bisogno di un nuovo paradigma, all’altezza della complessità di questo nostro tempo, segnato dalla condizione dell’incertezza e da nessun radicamento positivo (cosa che produce, di volta in volta, esiti fondamentalistici o relativistici). Occorre dunque leggere l’evoluzione umana nei tempi lunghi, per cogliere come l’identità dell’uomo sia, e sia sempre stata, un processo in costante divenire: tanto che, più che di esseri umani, sarebbe più opportuno parlare di divenire umani, valorizzandone il carattere creativo. Da tale punto di vista, l’umanità odierna, secondo Ceruti, è sulla soglia di reinventarsi radicalmente, trasformandosi in specie planetaria (già Giovanni XXIII, nella Pacem in Terris, parlava di comunità di destino unica) e sperimentando per la prima volta nella storia la possibilità di trasformare i vincoli interni del nostro corpo: questo è politicamente governabile, sostenibile? Ecco la sfida antropologica che abbiamo davanti… tenendo conto, peraltro, che restano due caratteristiche assolutamente peculiari dell’umano, rispetto al non umano: l’esperienza fondamentale del disadattamento, della fragilità, della dipendenza dagli altri, dell’essere accolto da qualcun altro, da un lato (il principio_responsabilità di Hans Jonas); e la capacità di darsi la morte, di suicidarsi, dall’altro.
A Ceruti ha fatto eco, nel giorno conclusivo del convegno, l’analisi di Alberto Abruzzese, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi allo IULM di Milano, esperto di mass media fra i più qualificati in campo internazionale. Il quale ha teso a sdrammatizzare la questione terminologica, sostenendo che, nel processo dello sviluppo dell’umanità, è stata l’umanità ad abbandonare sempre più il mondo: in fondo, l’umano è sempre stato post_umano, al di là dell’umano. Il fatto è che, oggi, tale tema sta riemergendo con grande forza. Per chi insegna, la questione è di tenere assieme il più possibile i due modi tradizionali di intendere la comunicazione, quello unidirezionale di chi manda messaggi ad un altro (metafora dello scoccare frecce) e quello che evidenzia l’avere e l’essere in comune, la condivisione (metafora dell’abitare assieme un luogo). Richiamandosi ad autori come Baudrillard, Benjamin e Mc Luhan, oltre che a film e fumetti che hanno plasmato l’immaginario collettivo occidentale degli ultimi vent’anni, Abruzzese ha chiuso sostenendo che il problema è che non abbiamo ancora elaborato una strategia all’altezza dei tempi, e che _ di nuovo _ bisogna puntare a incrementare il senso di responsabilità complessiva. Di seguito, è intervenuta Letizia De Torre, sottosegretaria al Ministero della pubblica istruzione, che ha richiamato il lavoro prodotto dalla Commissione, da lei presieduta, sull’intercultura e gli alunni stranieri (il cui documento La via italiana all’intercultura nella scuola, è appena uscito e compare già sul sito del ministero) e suggerito un modello di scuola capace di valorizzare le autonomie locali ma anche di rispondere alle esigenze di modernizzazione di una società che marcia sempre più in fretta, e che tende a cercare fuori dalla scuola stessa le fonti del proprio sapere.
UN PICCOLO PASSO TIMIDO…
Fra i diversi altri eventi proposti nell’occasione, va segnalato senz’altro il classico Momento dello Spirito, affidato quest’anno all’ebraista Carmine Di Sante, che ha riflettuto ad alta voce su Il corpo di fronte a Dio, ispirato dalle parole del Salmista <<Sei tu che mi hai tessuto nel seno di mia madre>>, e ad un’originale esperienza meditativa di costruzione, percorso e danza nel labirinto proposta dalla pedagogista Rita Roberto (che ha ricreato lo schema labirintico presente nella cattedrale di Chartres). Ma anche l’intenso spettacolo teatrale di Candelaria Romero Bambole, dedicato al dramma nascosto della violenza contro le donne. E ancora, la festa conclusiva, che ha registrato il ritorno sulla scena del CEM di un appuntamento che mancava da molto e che anni fa ha contribuito largamente alla nascita del filone della cosiddetta pedagogia narrativa, lo spazio della narrazione, ben guidato dall’esperto di giocattoli e di giochi Roberto Papetti.
In conclusione, è stato diffuso un primo Documento di cultura educativa a cura del CEM, in cui si legge fra l’altro che di fronte al cambiamento in atto <<non ha alcun senso, mettersi a fare il tifo a favore o contro la ricerca e la sperimentazione della tecnoscienza. Scegliendo la via difficile del discernimento il CEM rinuncia alla scorciatoia sia dei tecnofobi che dei tecnofili e alla conseguente tentazione di schierarsi con gli apocalittici o con gli integrati... È chiaro tuttavia fin d’ora che l’avvento del post-umano comporta che l’educazione metta in discussione se stessa e sia disposta a rivedere metodi di approccio e saperi disciplinari perché non vi è dubbio che le prospettive del post umano rimescolano il mazzo delle carte e riaprono i giochi del rapporto tra scienza e laicità nel quadro della biopolitica e dell’etica pubblica>>. Una sfida, vale la pena di ripeterlo, quanto mai delicata, ma altrettanto ineludibile. Di fronte alla quale c’è ancora molto lavoro da fare, ma probabilmente, a Viterbo, si è cominciato a fare un primo passo in avanti. Come direbbe Etty Hillesum, un piccolo passo timido.
Forse quello più importante, sicuramente quello indispensabile.