Scuola, siamo tutti in ballo...
Ancora una volta la scuola e l’educazione sono al centro del dibattito sociale e politico. L’autunno 2008 ha visto infatti il ritorno in piazza di giovani studenti delle scuole superiori e dell’università, madri e padri di bambini delle scuole primarie, di insegnanti e personale della scuola.
Un ritorno in piazza, soprattutto per i giovani, pieno di colore e senza particolari appartenenze ideologiche.
Di che si tratta? Non era finito il tempo della protesta collettiva? Vale la pena di tornarci sopra, in ogni caso. Per la funzione sociale della scuola, da un lato, per la coincidenza con il reiterato lamento sull’emergenza educativa proveniente da papa Benedetto XVI, ma anche per l’oggettiva novità della qualità del movimento che ha riempito le città non meno che le prime pagine dei nostri media.
IL FUTURO AL CENTRO
Per contestualizzare gli avvenimenti, è necessario ricordare che l’oggetto primario della contestazione ha riguardato la cosiddetta riforma della scuola pubblica italiana che porta la firma del ministro dell’istruzione Maria Stella Gelmini. Per la verità, già sulla parola riforma non tutti sono d’accordo. Se infatti si poteva parlare di riforma per il tentativo del ministro Berlinguer (dal ‘96, in seguito De Mauro), poi per la titanica produzione del ministro Moratti ed infine per l’opera del cacciavite di Fioroni, più arduo è parlare di riforma per il piano Gelmini. C’è chi ha evidenziato trattarsi soprattutto di tagli (otto miliardi di euro in tre anni), più o meno imposti dall’attuale crisi economica; peraltro, il ministro vi ha dato immediata esecutività con una serie di mutamenti assai significativi. Si va dal maestro unico al voto di condotta, dalla critica ai docenti come fannulloni part time alla revisione delle indicazioni nazionali, dalla riduzione delle piccole scuole di montagna all’annuncio dell’aumento del tempo pieno… mentre si è registrato un assoluto silenzio sulla dimensione interculturale della scuola (salvo la proposta dell’onorevole Cota sulle cosiddette classi_ponte, che ha provocato un vivace dissenso da parte di molta opinione pubblica). A dispetto del recente documento La via italiana per la scuola interculturale e l’integrazione degli alunni stranieri, firmato dall’Osservatorio nazionale per l’integrazione degli alunni stranieri e per l’educazione interculturale, presentato dallo stesso Ministero solo un anno fa e ora già dimenticato! Il clima si è fatto sempre più di scontro, con il rischio di perdere di vista le ragioni del contendere, e l’oggettiva urgenza di un cambiamento della scuola, di fronte alle enormi trasformazioni in atto.
Le manifestazioni, le prese di posizione e i commenti che hanno messo al centro l’analisi e la critica del piano Gelmini hanno uno spesso utilizzato la parola futuro. La cosa è comprensibile: la scuola e la formazione riguardano il futuro, sui banchi di scuola siede la generazione dei cittadini di domani, che si sente scippata del futuro. Non solo perché la scuola è essenzializzata e ridotta, ma anche perché il risparmio e le minori spese sono presentati, come fa il ministro Tremonti, come elementi necessari per un ritorno a un passato più o meno mitico. Ad una società pre ’68 vista come porto sicuro, heimat calda e rassicurante.
Di recente molti esperti, tra cui il demografo Livi Bacci e l’economista Boeri [1], hanno descritto le scelte politiche e sociali degli ultimi nostri governi come scelte di un mondo di anziani che vede nei giovani il proprio nemico. Penalizzare i giovani, sostiene Livi Bacci, significa ridurre le proprie prospettive di sviluppo. Per una società vecchia che vuole gestire a proprio piacimento il proprio declino basta anche una scuola minima, una formazione bignami, pochi valori, singolari e senza aggettivi. Nessuna sperimentazione, nessuna innovazione. Investire in formazione è uno spreco. In sostanza il progetto attuale pare essere una delle tante manifestazioni della crisi che il mondo adulto sta vivendo nei confronti dei giovani: il rifiuto a co_costruire assieme una nuova dimensione sociale.
Da ultimo il rifiuto del futuro, e della necessità di una politica capace di futuro, è evidente per quanto riguarda le proposte sulla dimensione multiculturale della società italiana. Il 30 ottobre 2008 Caritas Italiana ha presentato il XVIII rapporto sull’immigrazione emblematicamente intitolato Lungo le strade del futuro [2]. Dove si evidenzia che, se continuerà il ritmo di crescita riscontrato negli anni Duemila, si può ipotizzare che la popolazione straniera si triplicherà, raggiungendo o superando i dieci milioni di unità, forse già prima della metà del secolo. Il domani degli italiani e degli europei inevitabilmente si basa sull’intreccio tra diversi popoli e diverse culture, perciò bisogna trovare le ragioni e le strategie che consentano una convivenza fruttuosa nel rispetto delle regole comuni. Le indagini condotte evidenziano però, in circa metà della popolazione, un diffuso atteggiamento di paura di fronte ai nuovi venuti, di preoccupazione per il mantenimento del lavoro, della cultura e della religione.
Perché il futuro sia propizio, bisogna prepararlo. A tal fine, secondo il Dossier Caritas/Migrantes, occorrerebbero interventi più decisi per la semplificazione delle procedure in materia di soggiorno e lavoro, la valorizzazione dell’apporto degli immigrati e l’ampliamento degli spazi per la loro partecipazione. E la scuola, in questo campo, è cruciale.
SOLUZIONI SEMPLICI E PROBLEMI COMPLESSI
In tale contesto, CEM Mondialità, movimento e mensile di educazione interculturale promosso dai padri saveriani di Brescia, ha deciso di dedicare un seminario e un instant_book alla questione educativa oggi. Con l’intenzione di ribadire che la scuola italiana, così com’è, non funziona, e per questo da molti anni esso opera per cambiarla; ma le modifiche previste rischiano di riuscire nell’impresa di peggiorarla ulteriormente: e drammaticamente. Il seminario, intitolato L’educazione ai tempi della Gelmini. Oltre la scuola, la scuola e oltre, si è tenuto a Brescia, sabato 29 novembre, con la partecipazione di un folto pubblico fra addetti ai lavori e interessati a vario titolo. Nella comune consapevolezza che lì si gioca, al di là di ogni retorica, una buona fetta delle prospettive non solo dei più giovani, ma dell’intero Paese.
L’obiettivo era di riuscire a compiere un’operazione di frontiera, un so_stare sul crinale tra opposti abissi, interrogandosi a partire da due dimensioni:
a) la dimensione antropologica: che tipo di persona viene fuori da questo tipo di scuola? Che tipo di relazioni sociali e di società vi sono sottese, proprio nel momento in cui si stabilizza l'educazione alla cittadinanza e alla costituzione?
b) la dimensione politica: che senso ha oggi la scuola nelle società glocali? Che nuovo significato assume il concetto di diritto all’apprendimento e all’istruzione nei nuovi contesti e nei nuovi scenari?
Dopo l’esposizioni delle ragioni del seminario, affidate a chi scrive, Patrizia Canova ha offerto un originale montaggio cinematografico delle migliori pellicole dedicate alla scuola, dal titolo Siamo tutti in ballo. Punti di vista (cinematografici) sul mondo della scuola che (dis)orienta e (dis) educa. Molti, nel corso della giornata, sono stati gli interventi che meriterebbero di essere citati, che hanno presentato i diversi ambiti che è necessario coinvolgere: dai docenti (Nadia Savoldelli, Rita Vittori) alle famiglie e al territorio (Rita Roberto, Riccardo Olivieri, Mohamed Ba). Da parte di tutti, come ha mostrato in particolare la relazione fondativa della mattina, del pedagogista e dirigente scolastico a Parma Aluisi Tosolini, è risultato evidente che l’odierno dibattito tende a sottovalutare il fatto che viviamo ormai in una società globale sempre più complessa, intrecciata, plurale, meticcia. Il piano ministeriale e le scelte di fondo che lo animano paiono essere improntati all’idea che esistono soluzioni semplici a problemi complessi. Che la soluzione sta nell’uno (un maestro, un voto, un libro) piuttosto che nel molteplice. E’ quanto accade con il voto di condotta, iniziativa su cui si può discutere a lungo e che certo non scandalizza: sembra tuttavia perlomeno ingenuo pensare che il disagio vissuto da adolescenti e giovani possa essere arginato con il voto di condotta e l’eventuale bocciatura dei più facinorosi. Per definizione, proprio costoro non si curano, di regola, del voto di condotta e della stessa bocciatura. E così, la scuola rischia di essere definita più per la sua capacità di escludere che per quella di includere. Includere tutti, non uno di meno. In sostanza, si sta assistendo all’avanzare di un pensiero che reputa di poter fornire una mitica tranquillità chiudendo gli occhi di fronte alle sfide imposte dalla necessità di apprendere a gestire la società globale del rischio. Semplificando la realtà piuttosto che assumerla come luogo in cui si giocano i nostri destini apprendendo dal cambiamento.
UN ALFABETO PER L’INTERCULTURA
Nel pomeriggio, l’intervento principale è stato quello di Antonio Nanni, condirettore del CEM e capo dell’ufficio studi delle ACLI a Roma, dedicata agli orientamenti di politica educativa da mettere in campo per rispondere adeguatamente all’emergenza in atto. Che ha posto, quale primo obiettivo, la necessità di ritrovare il fine perduto dell’educazione: infatti, il dibattito sull’emergenza educativa sta a segnalare il declino (se non lo scacco) di ogni idea riconducibile alla vecchia paideia. Lo smarrimento dell’educazione che si registra in questa nostra società caotica e disorientata è tale che tutti gli attori educativi (famiglia, scuola, associazionismo, chiesa, mass-media) non sanno più che cosa fare e come fare.
In un quadro così preoccupante, il fatto stesso che ci stiamo interrogando sul futuro dell’educazione e della scuola, sulla necessità di ripartire dal senso e dal valore dell’educazione per la coesione sociale, ha spiegato Nanni, è un segno che ci serve per riprendere fiducia nella consapevolezza che avere premura per le sorti dell’educazione equivale a prendersi cura della socialità (contro l’individualismo e l’apartheid) e la solidarietà (contro l’egoismo, il corporativismo e l’utilitarismo). In questa direzione, serve un nuovo patto educativo tra genitori, docenti e associazioni del civile!
Grande interesse, poi, ha suscitato la parte della relazione incentrata sul nuovo alfabeto da apprendere per un’autentica scuola dell’intercultura. Che si fonda sul valore della dignità di ogni persona, sulla differenza come ricchezza e risorsa per tutti, sul principio d’inclusione e sulla politica di riconoscimento di ogni alterità (etnica, culturale, sessuale, religiosa), sul paradigma della cittadinanza globale che va oltre i confini territoriali e assume i contorni della famiglia umana e dell’interdipendenza planetaria. Non si tratta tanto, del resto, di apprendere neologismi più o meno di moda, ma di dare un significato nuovo a parole antiche:
Cultura: da una concezione pesante e statica a una concezione leggera e dinamica, de_localizzando e de_etnicizzando la cultura. Passare da una visione della cultura come boccia (che porta allo scontro) a quella della cultura come spugna (che porta allo scambio).
- Identità: passare dalle identità di appartenenza e di radicamento alle identità di migrazione e di attraversamento. Sostituire la metafora dell’albero e delle radici, con quella del viaggio e delle ruote. Aggiungere le ruote sotto le radici. Dalle identità reattive e rocciose (muro contro muro) passare alle identità assertive e flessibili (come ponti levatoi). L’identità è sempre una realtà dinamica, plurale e complessa.
- Cittadinanza: è un principio di fondamentale importanza perché rappresenta una patente di accesso ai diritti; uno spartiacque tra chi è in e chi è out.
- Ma la cittadinanza ha bisogno di uno sfondamento teorico per uscire dai confini dell’ethnos ed entrare nello spazio del demos, passare dallo jus sanguinis per entrare nello jus soli. Anche la tripartizione classica della cittadinanza (T.Marshall) non basta più: oltre alla cittadinanza legale, politica e sociale abbiamo bisogno della cittadinanza simbolica (A. Margalit), vale a dire di riconoscere il diritto ai simboli sia religiosi sia culturali (abbigliamento, alimentazione, calendario, ritualità, usanze...).
- Laicità: per un nuovo statuto di laicità bisogna prendere le distanze da una concezione illuministica e cavouriana. La laicità non esprime una concezione contro, ma per, è una condizione di libertà per tutti. In una società post-secolare e democratica (J.Habermas) anche la fede ha diritto di entrare nello spazio pubblico diventando visibile e uscendo da una dimensione privata e nascosta.
- Etica pubblica: nessuno ha il monopolio dell’etica poiché le regole devono essere stabilite insieme, se si vuole garantire la coesione sociale. Ciò che appare oggi più importante decidere è quale debba essere il modello d’integrazione sociale che vogliamo realizzare in Italia: ciò significa, ha concluso Nanni, impegnarsi a costruire insieme un comune ethos civile, dove siano ben definiti i principi e le regole della convivenza.
MIRANDO ALTO…
A fine giornata, è stato presentato in anteprima l’instant book sopra citato, appena uscito per la cura di Aluisi Tosolini, dal titolo Oltre la riforma Gelmini, che ha l’ambizione di far circolare ancor più le proposte emerse a Brescia [3].
Ecco, dunque, le risultanze, certo non definitive ma rilevanti in funzione del dibattito in corso, del seminario di CEM: Certo, la congiuntura sociale e culturale in cui siamo immersi può generare sconcerto e paura, ma qualsiasi visione di assoluta conservazione dell'esistente o di ritorno ad un passato mitizzato (in materia di scuola, ma anche di tutto il resto) appare miope e perdente. I sindacati, gli insegnanti, i genitori, e naturalmente gli studenti non sono privi di opzioni, idee, proposte e progetti di miglioramento della scuola: è tempo di metterli in piazza, avere il coraggio di contaminarli e sconfiggere con le idee più che con il rifiuto netto la cancellazione di un modello di scuola e di civiltà. Una volta di più, secondo lo slogan che da qualche anno il mensile dei padri saveriani ha scelto di adottare, mirando alto, e non giocando alribasso. Più che di altre riforme generali, la scuola italiana ha bisogno di esser presa sul serio, come un luogo decisivo per le sorti del nostro Paese.
Brunetto Salvarani
[1] T. BOERI - V. GALASSO, Contro i giovani. Come l’Italia sta tradendo le giovani generazioni, Milano, Mondadori, 2007; M. LIVI BACCI _ G. DE SANTIS, Le prerogative perdute dei giovani, Il Mulino, III/2007 pp. 464-471.
[2] CARITAS/ MIGRANTES, Dossier statistico 2008. XVIII Rapporto, Edizioni Idos, Roma 2008.
[3] A. TOSOLINI, a cura, Oltre la riforma Gelmini. Per una scuola dell’intercultura, EMI, Bologna 2008 (con interventi di G. Biassoni, R. Morselli, A. Nanni, L. Pedrali, B. Salvarani, N. Savoldelli e A. Tosolini), pp.110, € 10,00.