Bene e male: come scegliere?
MONDIALITÀ
Bene e male: come scegliere?
Insegnanti a confronto al 45° convegno di Cem-mondialità In questa epoca di conflitti come educare a scegliere tra bene e male?
Se lo chiede il mondo della scuola, visto che “l’educazione non può mai essere neutrale”. In questa scelta gli educatori sono invitati a “disintossicare l’immaginario, inquinato dai poteri forti”, per “vivere il conflitto come una risorsa e non come un tabù”. “Tra bene e male? Il conflitto negli immaginari dell’educazione” è questo il tema, complesso e di attualità, che ha fatto da sfondo al 45° convegno nazionale di Cem-mondialità, il Centro di educazione alla mondialità promosso dai missionari Saveriani di Parma (con sede a Brescia), al suo 64° anno di vita. Oltre 180 gli insegnanti iscritti all’edizione di quest’anno, in corso a Viterbo dal 24 al 29 agosto, con relazioni e laboratori che hanno approfondito il tema centrale tramite approcci diversi, dalla narrazione alla musica al teatro. Alla base, sempre, un’idea di società aperta al confronto e all’arricchimento reciproco tra culture.
INTERCULTURA A SCUOLA.
Secondo Cem-mondialità la scuola italiana, in materia di intercultura, ha oggi bisogno di entrare nella “fase due”: non più solo richiesta di mediatori culturali, laboratori, biblioteche interculturali, ma “riforma dei libri di testo, dei linguaggi, dei saperi”, vista la crescente presenza di alunni stranieri. Anche per questo al convegno è stata rinnovata la richiesta – accolta dal ministro della pubblica istruzione Fioroni, che in apertura di convegno ne ha annunciato la riapertura entro i primi di ottobre – di ripristinare la Commissione ministeriale per l’intercultura, abolita negli anni recenti. “Laicità positiva” ed “educazione al pluralismo interreligioso” sono alcuni elementi prioritari per la scuola di oggi, insieme a “buone pratiche” come la celebrazione di Giornate dedicate al dialogo tra religioni o all’educazione civica. Nelle “Giornate della comunità”, ad esempio, una iniziativa avviata in alcuni comuni italiani su proposta del Cem, ai neo-diciottenni vengono consegnati simbolicamente la Costituzione italiana e lo Statuto del comune.
DECOLONIZZARE L’IMMAGINARIO.
Da anni, negli ultimi convegni, il Cem discute sul tema dell’immaginario, ispirandosi all’invito dell’ideologo francese Serge Latouche. “L’immaginario precede il nostro pensare ed agire, quindi anche l’educazione è già inquinata e distorta – ha ricordato ANTONIO NANNI, condirettore di Cem-mondialità -. O noi ci disintossichiamo oppure restiamo colonizzati nel cervello dai tanti condizionamenti subìti”. Tra i tanti, “una visione manichea della società che divide i buoni dai cattivi” e “lo scontro tra civiltà”. “Ma noi dobbiamo proteggere il cristianesimo da una appropriazione indebita che lo identifica con l’Occidente in contrapposizione all’islam – ha affermato Nanni -. Questa è una falsità storica e una disonestà intellettuale che noi educatori non possiamo accettare. Gesù Cristo non era né europeo né occidentale, a lui stava a cuore la mondialità”.
ABITARE IL CONFLITTO.
Ma come può l’educatore, chiamato a proporre ai giovani una scelta tra bene e male, far percepire il conflitto come una risorsa positiva? ANTONELLA FUCECCHI, docente e collaboratrice di Cem-mondialità, ha ricordato che “il conflitto è condizione permanente nell’uomo, e può essere occasione per verificare la nostra capacità di stare in relazione”. Tra le premesse per una gestione positiva dei conflitti vi è “la sensazione che le parti sono alla pari”, “il rispetto della sacralità della vita”, ma soprattutto “la rinuncia all’idea di possedere la verità”. L’antropologa ANNAM ARIA RIVERA ha analizzato nella sua relazione alcuni conflitti a base simbolica. Dall’analisi della controversia sul velo islamico (che in Francia ha condotto ad una legge proibizionista) a quella sul crocifisso in Italia, fino alle vignette blasfeme. “Dall’11 settembre in poi - a suo avviso - l’universalismo è diventato una delle maschere del dominio”. “Come è possibile superare e trascendere l’universalismo particolare per tentare di costruire l’utopia di una universalità policentrica e transculturale?”, si è chiesta. Per il sociologo ADEL JABBAR, questo è “un periodo assolutamente preoccupante. La deterritorializzazione delle persone implica l’avvicinarsi dei confini culturali. La sfida è come gestire questi cambiamenti e come ripristinare una nuova visione sociale”. L’invito agli operatori della cultura e dell’educazione è: “Avere consapevolezza della posta in gioco”, cercando di “elaborare un percorso condiviso e un linguaggio comune, con la consapevolezza che ognuno di noi ha una esperienza legittima ma limitata, che non è rappresentativa di tutte le altre esperienze. Bisogna mettersi in una situazione di ascolto, rispetto e responsabilità”.
In questo nuovo contesto multiculturale la cronaca rimanda però episodi inquietanti, come l’omicidio di Hina, la ragazza pachistana uccisa a Brescia dal padre e dai familiari perché “non si comportava bene e viveva all’occidentale”. Fatti che interrogano chi lavora in quest’ambito. Abbiamo girato la domanda a BRUNETTO SALVARANI, direttore del Cem.
Non ci sono ricette contro fatti tragici come questo. Ma quali interrogativi, soprattutto per il mondo della scuola?
“Questo fatto non va ritenuto esemplare di qualcosa che succede solitamente, ma è sp ia di un disagio da non eludere e trascurare. È un disagio reciproco, nostro e loro, e va gestito con processi educativi di conoscenza reciproca. Sono processi lenti ma creano occasioni di conoscenza, aiutano ad uscire dagli stereotipi, da tutte le banalizzazioni dell’informazione. Le crisi e le difficoltà sono serie. Perché noi non siamo abituati a rapportarci con la diversità. Ora però l’immigrazione non è più una emergenza ma una quotidianità. Quando diciamo di entrare nella fase due dell’intercultura chiediamo di passare da situazioni emergenziali a cui rispondere rapidamente (per poi continuare come prima), a situazioni strutturali che hanno bisogno di una interculturalità che informi e fornisca un quadro a tutta la scuola. Questo è un ruolo importante. Non è decisivo, non è la soluzione delle questioni, ma sicuramente è una pista sulla quale vale la pena investire”.
“Disintossicare l’immaginario”: una sfida enorme quando l’immigrazione viene raccontata dai mass media…“
Sì. Abbiamo un immaginario sull’immigrazione totalmente sballato. A cominciare dal fatto che immigrato equivale a musulmano, cosa non affatto vera. Soprattutto dopo l’11 settembre tutto ciò che riguarda l’islam ha ricevuto questa patina negativa. È importante lavorare per una informazione che racconti la pluralità e migliorare il linguaggio, dove facciamo molti sbagli, ad esempio confondere termini come islamico e islamista, ecc. C’è molto da fare ma qualcosa è già stato attivato, come ad esempio la giornata sul dialogo cristiano-islamico, arrivata al quinto anno, con centinaia di iniziative in tutta Italia. È necessario un investimento strategico vero, anche da parte delle Chiese, delle istituzioni”.
Come Cem avete deciso di appoggiate la proposta di Paola Bignar di di celebrare il 27 ottobre, in memoria dell’incontro di Assisi, una Giornata dell’incontro tra le religioni a scuola. In che modo?
“È una proposta molto bella, sentiamo il bisogno di dire che la scuola è dentro questi processi. Con le nostre riviste spiegheremo la proposta e ricorderemo lo spirito di Assisi. E ad Assisi, il 27 ottobre, coinvolgeremo le scuole per una prima iniziativa simbolica. Già parecchi istituti ci chiedono cosa possono fare. Sarà la memoria di un gesto di Giovanni Paolo II assolutamente straordinario e storico”.
Lunedì, 04 settembre 2006
(Agenzia SIR 4-9-2006)