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Perché le religioni a scuola? Competenze, buone pratiche e laicità

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Ahmed. Il mio vicino di casa.

A scuola per educarsi all'altro
di Mario Menin


Perché le religioni a scuola? È la questione sollevata dal II Convegno primaverile (9 aprile 2011) promosso dal CEM Mondialità a proposito dei rapporti tra religioni e scuola, presso lo CSAM di Brescia, nove anni dopo il I Convegno, che si era impegnato a rispondere a un’altra domanda: È l’ora delle religioni? (Brescia, 19 aprile 2002). Il focus, in ambedue i casi, non è stato l’ora di religione cattolica, bensì il ruolo della cultura religiosa e/o delle religioni in un contesto italiano ed europeo sempre più plurale, mentre paradossalmente cresce l’analfabetismo religioso degli italiani. È quanto si evince anche dalla Carta di Brescia letta alla fine dell’ultimo convegno: "La proposta che lanciamo non intende sostituirsi né contrapporsi al vigente corso di Irc che ha una specifica fisionomia e una sua legittima fruibilità, ancorché facoltativa. Né intende esonerare i docenti titolari delle varie discipline dall’affrontare, nell’ottica epistemologica propria alla loro materia, i fenomeni religiosi occasionalmente intercettati nello svolgimento del loro programma" (n. 6).
Perché, dunque, le religioni a scuola, mi chiedo anch’io, anzitutto come cittadino italiano? Perché, come recita l’art. 34 della Costituzione della Repubblica italiana (1948): "La scuola è aperta a tutti". Ed è quindi il carrefour, il crocevia privilegiato dell’incontro pubblico, democratico e laico, di quei volti, di quei nomi e di quelle storie – mi riferisco evidentemente ai figli degli immigrati in età scolare – che, fuori dell’ambiente scolastico, sono normalmente motivo – ahimè – di profonde contrapposizioni, paure, pregiudizi razziali, perché "appartenenti a tradizioni, culture e religioni diverse da quelle storicamente radicate in Italia" (Carta di Brescia n. 1). La scuola è, dunque, nonostante tutti i suoi limiti e fragilità, il luogo più appropriato per educarsi all’altro in maniera rispettosa, tollerante, non xenofoba, come del resto recita l’art. 26, comma 2 della Dichiarazione universale dei diritti umani (1948), che l’Italia ha firmato: "L’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana e al rafforzamento del rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l’opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace". In buona sostanza, non c’è luogo più adatto per aiutare gli studenti a sviluppare la capacità di vedere il mondo dal punto di vista dell’altro, a confrontarsi quotidianamente con le diversità, a far crescere l’empatia verso l’altro, contrastando la tendenza a chiudersi "tribalisticamente" su se stessi e a condannarsi ai "ghetti".
Perché, dunque, le religioni a scuola, mi chiedo ancora, come cristiano? Perché le religioni – e il cristianesimo e le chiese non sono esenti – hanno anche una responsabilità pubblica, sociale e politica, come del resto ha riconosciuto lo stesso Benedetto XVI incontrando la piccola comunità cattolica di Cipro, il 5 giugno 2010: "Guardando al dialogo interreligioso molto ancora occorre fare nel mondo. (...) Solo attraverso un paziente lavoro di reciproca fiducia può essere superato il peso della storia passata, e le differenze politiche e culturali fra i popoli possono diventare un motivo di operare per una maggiore comprensione. Vi esorto ad aiutare a creare tale vicendevole fiducia fra cristiani e non cristiani, come fondamento per costruire una pace durevole e un’armonia fra i popoli di diverse religioni, regioni politiche e basi culturali". La credibilità delle comunità cristiane in Italia si gioca anche in questa loro disponibilità a lasciarsi giudicare dalle altre fedi/religioni, mettendo in campo il meglio di se stesse, per favorire l’incontro, il rispetto, la tolleranza, la convivenza, anche in ambito scolastico, senza perdere la propria identità religiosa, anzi rinnovandola e approfondendola nel contatto con l’altro. È quanto raccomanda, a livello ecumenico, la dichiarazione Testimonianza cristiana in un mondo multireligioso. Raccomandazioni di condotta, firmata il 28 giugno 2011 a Ginevra dal Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso (card. Jean-Louis Tauran), dal Consilio ecumenico delle chiese (Olav Fykse Tveit) e dall’Alleanza evangelicale mondiale (Geoff Tunnicliffe): "Stabilire rapporti di rispetto e di fiducia con le persone di tutte le religioni, soprattutto a livello istituzionale tra le chiese e le altre comunità religiose, intavolando un dialogo interreligioso continuo d’accordo con il proprio impegno cristiano. In certi contesti, dove anni di tensione e conflitto hanno creato profonde diffidenze, distruggendo la fiducia nelle e tra le comunità, il dialogo interreligioso può offrire nuove possibilità di soluzione dei conflitti, di restaurazione della giustizia, guarigione delle memorie, riconciliazione e consolidamento della pace" (raccomandazione 2). Se l’Italia non è Cipro, potrebbe però rischiare di diventarlo, se istituzioni politiche e religiose, a tutti i livelli, non si daranno da fare per favorire la costruzione di relazioni di rispetto e di fiducia tra i membri delle diverse fedi/religioni.
Saluto dunque, con piacere la realizzazione di questo evento promosso dal CEM Mondialità, riedizione notevolmente maturata rispetto a quella del 2002, grazie anche al seminario propedeutico tenutosi, sempre a Brescia, nel 2010. Lo si è constatato nel clima che relatori e partecipanti hanno respirato durante il suo svolgimento, nella splendida cornice della chiesa di San Cristo, ma lo si coglierà anche nella lettura degli atti qui raccolti. E mentre mi congratulo con i promotori, gli organizzatori e i relatori del convegno, perché sono stati in grado di elaborare un’ipotesi concreta e fruibile per la scuola italiana, alla luce di analoghe proposte ed esperienze fatte all’estero, mi auguro davvero "che qualche sperimentazione sia tentata anche in Italia e che da parte di alcuni parlamentari sia ipotizzata l’istituzione di una specifica (materia) disciplina" (Carta di Brescia n. 9). Visto poi l’interesse suscitato dal Convegno presso gli insegnanti di religione cattolica – numerosi tra i partecipanti al convegno – mi auguro che lo "spirito del CEM Mondialità" possa guadagnare spazio anche presso l’Irc
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