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Perché le religioni a scuola? Competenze, buone pratiche e laicità

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Ahmed. Il mio vicino di casa.

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RELAZIONE

Perché le religioni a scuola? La domanda, a dispetto delle apparenze, è tutt’altro che scontata. Le religioni, nelle scuole italiane, ci sono perché tanti studenti fanno riferimento a diversi mondi religiosi; ci sono perché da tempo si discute del crocifisso nelle aule scolastiche, dei presepi e dei canti religiosi da insegnare o meno agli alunni; ma non ci sono, se non in maniera del tutto periferica, come materia di studio e connotato essenziale per una cultura che si pretenda completa e al passo coi tempi. Com’è noto, c’è però una disciplina, l’Insegnamento della religione (sic!) cattolica (IRC), peraltro facoltativa e di stampo confessionale. Come uscire da questa situazione ingessata e, apparentemente, priva di sbocchi? Di questo, e di altro, si è discusso a Brescia lo scorso 9 aprile, in un convegno assai partecipato organizzato da CEM Mondialità, con l’obiettivo – minimo, ma non banale – di rilanciare il dibattito al riguardo, in una fase storica poco favorevole al pluralismo religioso e alla discussione su temi alti. Rompendo l’assordante silenzio su una questione estremamente complessa e, per certi versi, compromessa. Ma anche imprescindibile, se assumiamo come cornice quanto sosteneva (prima di essere chiuso dall’attuale ministro) l’Osservatorio nazionale per l’integrazione degli alunni stranieri e l’educazione interculturale del Ministero della Pubblica Istruzione nel documento del 2007 La via italiana alla scuola interculturale, in cui si chiedeva di cogliere l’opportunità “di allargare lo sguardo degli alunni in chiave multireligiosa, consapevoli del pluralismo religioso che caratterizza le nostre società e le nostre istituzioni educative e della rilevanza della dimensione religiosa in ambito interculturale”.

Il fatto è che domina ancora, in troppi ambiti, la paura di toccare argomenti che scottano, mentre, di converso, posso testimoniare per averlo sentito raccontare a più riprese, aumenta il disagio vissuto da tanti docenti di IRC nel loro lavoro quotidiano, di cui ben poco si dice. In tale contesto, a Brescia si è auspicato l’avvio di quella che, a partire da un altro convegno bresciano di ormai nove anni fa, fu definita l’ora delle religioni, sulla base del metodo didattico di Bradford, in chiave aconfessionale, interculturale e aperta a tutti gli studenti. I numerosi relatori presenti hanno unanimemente rilevato come l’ambito scolastico sia strategico, e rischia di costituire lo spazio principe per strumentalizzazioni e banalizzazioni varie. Mentre solo una forte competenza religiosa è garanzia di laicità, e la laicità non può prescindere da una forte competenza religiosa: per passare, riprendendo Régis Debray, da una laicità di incompetenza a una laicità di intelligenza. E solo una scuola che favorisca e promuova il dialogo interreligioso e interculturale sarà in grado di contribuire a rafforzare il fondamento della civiltà e della convivenza sociale.

La vasta presenza delle seconde generazioni (i G2) nelle aule italiane mostra del resto chiaramente, con l’evidenza dei numeri in progress, che il mosaico delle fedi richiede un’analisi della situazione dell’insegnamento religioso a scuola a più alto livello di una semplice contrapposizione ideologica. E le tante buone pratiche presentate a Brescia, su scala europea e mondiale, che coinvolgono università e centri studio, chiese e comunità religiose, confermano che qualcosa – nonostante tutto – sta avvenendo. Perché l’educazione interculturale non può non fare i conti con le religioni: la considerazione del pedagogista Andrea Canevaro può essere lo slogan per avviare una riflessione su quanto l’ambito religioso e interreligioso costituisca oggi un terreno potenzialmente assai fertile per il microcosmo della scuola, dell’educazione e della formazione. Questo, e molto altro, dichiara la Carta di Brescia (per richiedere il testo: cemsegreteria@saveriani.bs.it), letta alla fine del convegno e applaudita a lungo dai presenti. Che “guardando con interesse alle esperienze di insegnamento delle religioni in una prospettiva curriculare e aconfessionale realizzate all’estero, e assecondando le specifiche raccomandazioni di politica educativa provenienti da autorevoli Organismi europei (Consiglio d’Europa, Unione europea, OSCE…)”, si augura “che qualche sperimentazione sia tentata anche in Italia”. Chiudendo con l’auspicio dell’avvio “di un confronto che coinvolga anche il MIUR e le istituzioni scolastiche sul tema delle competenze religiose nella scuola del pluralismo culturale e religioso che ogni giorno vediamo crescere di fronte a noi”.

Sarà possibile discuterne, a mente serena, e coinvolgendo quella classe politica che dà continuamente segni di completo disinteresse al riguardo (basti pensare allo stop su tutte le Intese e alla mancata realizzazione di una qualsiasi Legge sulla libertà religiosa)? E farlo senza chiusure preconcette, ma prendendo le mosse dal dato oggettivo e realistico di un’ignoranza crescente sia della Bibbia sia degli altri grandi codici e delle religioni in genere, nel nostro Paese?

Brunetto Salvarani

 

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