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Mediamondo 01-2009

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Svetlana Broz

I giusti nel tempo del male. Testimonianze dal conflitto bosniaco
Erickson, Trento 2008, pp. 464, € 20.00


I giusti nel tempo del male

All’inizio di molti libri la voce «ringraziamenti» è spesso formale e talora sovrabbondante. Qui invece il libro si apre con la chiave giusta: «questo libro è nato grazie all’aiuto di centinaia di persone […] che hanno accettato ancora una volta di aprire le loro anime ferite». Sono loro - 100 «anime ferite» - che ci accompagnano in queste pagine sospese fra l’orrore (di cui noi umani purtroppo siamo capaci) e la meraviglia (perché, anche nelle situazioni più tragiche, incontriamo «i giusti»).

Nel villaggio di Donje Baljevine c’è «l’unica moschea dell’intera Repubblika Srpska (cioè dell’entità politica serba che insieme alla federazione Bih costituisce la repubblica di Bosnia ed Erzegovina) che non è stata distrutta». Perché lì l’intera popolazione - serbi e musulmani - ha difeso tutti gli abitanti, durante la guerra «nel villaggio nessuno ha mai perso la vita». La testimonianza di Salih Delic si chiude così: «Abbiamo rimesso in piedi la casa […] stamattina i nostri vicini serbi ci hanno portato patate, formaggio, latte e pane. “Vicini, ma perché ci avete portato tutto questo cibo - ho chiesto - non ne avete neanche per voi”. “Divideremo tutto a metà. Come abbiamo fatto finora, vicino”».

In un’altra testimonianza (in alcuni casi il nome è inventato a tutela di chi si è esposto) si legge dell’inferno dei deportati in uno stadio. Torture, uccisioni, «tirando in aria il pallone da pallacanestro decidevano chi ammazzare», eppure c’è chi ha il coraggio di portare in salvo «un nemico».

Tante «anime ferite» ma sempre un filo di speranza, un appiglio per credere nel futuro.

Fa bene «scoprire che perfino nel peggiore dei mali la bontà umana esiste, a prescindere dal Dio nel quale si crede». Grazie a Svetlana Broz per aver raccolto, in sei anni di fatica, queste storie (che lei chiama «perle») perché «senza di esse, la nube scura dei crimini compiuti dai singoli - non importa quanti essi siano stati - terrebbe per sempre imprigionati nel buio perenne tutti noi che siamo nati su queste terre, nelle quali malgrado tutto, vivono ancora oggi molte persone oneste e generose, persone delle quali nessuno parla mai».

«Anime ferite» che raccontano e una donna ostinata che vuole ascoltarli, che non si arrende neppure quando le rubano il materiale faticosamente raccolto o la minacciano.

Nella bella presentazione, Andrea Canevaro racconta dei pregiudizi (anche in Italia) intorno a Svetlana Broz, «colpevole» di essere la nipote del maresciallo Tito. Ma perché tanto ritardo nel tradurre questo libro? Forse perché «il male» vende più del bene; forse perché in Italia l’informazione sull’ex Jugoslavia (come su molte altre questioni) è manichea. L’autrice ha voluto pubblicare «lo stesso numero di testimonianze di bosniaci, di serbi e di croati, intrecciate fra loro così come lo sono state le vite e i destini di questi cittadini della Bosnia ed Erzegovina.

Dice una celebre frase di Martin Luther King: «Non mi fanno paura i malvagi, temo di più il silenzio delle persone buone». E nella quarta di copertina si legge: «Un libro per ribadire che nelle piccole questioni della vita come nelle grandi vicende della storia l’indifferenza dei molti è più pericolosa della crudeltà dei pochi». Ma c’è chi sa dire «no» all’orrore e all’indifferenza. Regalate e regalatevi questo libro se avete ancora la voglia, l’urgenza, la necessità di sperare.

Daniele Barbieri


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