Da Bart a Barth
Per una teologia all’altezza dei Simpson
Editrice Claudiana, Torino 2008
pp. 160, € 12.50
(presentazione di Giole Dix e post fazione di Paolo Naso)

Aggiungendo una nuova tappa nel percorso della teologia narrativa, il volume di Brunetto Salvarani mette in rilievo le numerose tracce teologiche presenti nella celebre serie di disegni animati dei Simpson (trasmessi su Italia 1). Fin dal titolo è evidente la capacità di coniugare l’analisi mass mediologica di un fenomeno che prosegue da vent’anni con i concetti presenti nelle battute che si scambiano i protagonisti. I Simpson sono una famiglia che racchiude vizi e virtù delle famiglie postmoderne, che accanto alle dinamiche tradizionali di tutte le famiglie, rappresentano la fulminea narrazione tipica delle «strisce».
Un elemento che spiega tale successo, sostiene l’autore, è proprio il fatto che la serie è imperniata su una famiglia, istituzione al centro dell’attenzione dei sociologi. I Simpson sono «una famiglia americana qualunque, capace però di fare vedere in controluce l’eccezionalità di ogni storia, di ogni vicenda umana, persino della più (apparentemente) banale e frustrata» (p. 36). E che non si tratti di un’intuizione isolata di Salvarani, lo si evince dalla bibliografia, che riporta saggi di autori che vi hanno visto una cartina di tornasole del nostro quotidiano, con le sue ansie e i suoi interrogativi, le spinte all’indifferenza e la nostalgia del passato. L’analisi sottolinea come nei Simpson i temi religiosi siano evidenti. È frequente infatti il rivolgersi a Dio, il parlare di lui, in modo non superficiale, con riflessioni sul senso dell’esistenza, dei legami familiari, dell’amicizia, sul confronto tra fedi: un fatto non scontato per il mondo dei disegni animati, ma anche per l’intera programmazione televisiva. Un dato che vale non solo per l’esperienza americana, attenta a non urtare le componenti tradizionaliste della società e a non interferire con i gruppi religiosi, ma anche per quella europea. La religiosità del capo famiglia, Homer, del pastore Lovejoy e degli altri adulti, rappresenta una comunità in crisi, dove la Parola non riesce a scalfire un crescente senso di assopimento provocato «dall’incapacità di proclamare la differenza evangelica» (pag. 52). Come nella realtà, il tiepido Homer deve confrontarsi con un integralista cristiano, il vicino di casa Ned Flanders, che incarna «l’enorme influenza della religione sull’etica, senza alcuna mediazione».
Il microcosmo di Springfield, la cittadina dove si svolge la vita dei personaggi, è interessato da un pluralismo religioso che fa discutere: Groening (il creatore della serie) sollecita lo spettatore alla necessità «di interagire in modo creativo con l’ambiente nel quale siamo immersi, di favorire la crescita di una relazione armonica, di un arricchimento reciproco… di un dialogo che non accetta di rinunciare alla propria identità» (pp. 71-72). I personaggi mostrano le incoerenze di chi è depositario di una fede certa e pertanto non hanno «la tentazione di chiamarsi fuori da una necessaria revisione», assumendo il ruolo di coscienza critica per chi li guarda.
È passato molto tempo da quando si levavano voci di condanna dei modelli (dis)educativi dei Simpson. Come spesso accade per i linguaggi innovativi, le menti conservatrici sono pronte a colpire ciò che le spiazza, trascurando il fatto che quella famiglia rappresenta ciò che avviene quotidianamente tra le mura domestiche. Salvarani dimostra che i Simpson possono diventare uno strumento di dialogo sui massimi sistemi, capace di attrarre l’attenzione di giovani e adulti che ancora hanno voglia di guardare al mondo con curiosità.
Luciano Grandi
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