Mediamondo 12-2008
Il coraggio di cambiare la storia. Il dialogo ebraico-cristiano dal Concilio a Giovanni Paolo II
EMI, Bologna 2008, pp.288, € 14.00

Stanno fiorendo anche qui, fortunatamente, gli studi sul tema delle relazioni fra ebrei e cristiani. Si tratta di un ottimo segnale, che, al di là dei momenti di inciampo che negli ultimi anni non sono certo mancati in questo delicato itinerario, lasciano ben sperare per il futuro. In tale filone s’inserisce il recente lavoro di Amal Hazeen, Il coraggio di cambiare la storia, sottotitolo ll dialogo ebraico-cristiano dal Concilio a Giovanni Paolo II. È utile dire, da subito, di alcune caratteristiche del libro, che lo rendono unico almeno nel panorama editoriale italiano. Da una parte, il fatto che lo firmi una donna, dato non frequente per opere simili. Dall’altra, il fatto che l’autrice sia palestinese e cattolica, nata in Terra Santa (dizione da lei preferita) e abitante a Roma, dove insegna Dialogo interreligioso e metodologia del lavoro scientifico alla Pontificia Università Urbaniana. Il testo, scritto con un linguaggio chiaro e accessibile anche ai non specialisti del ramo, è diviso in quattro sezioni. La prima passa in rassegna la difficile situazione dei rapporti fra la chiesa cattolica e l’ebraismo fino alla vigilia del Vaticano II, dalle rispettive ottiche. La seconda traccia le novità apportate dal Concilio stesso con la dichiarazione Nostra Aetate e dai papi che hanno attraversato quella feconda stagione (Giovanni XXIII e Paolo VI). Si passa poi a verificare la lunga teoria di interventi magisteriali sul dialogo nel postconcilio, con una speciale attenzione alla pedagogia dei gesti di Giovanni Paolo II. Infine, e ancora va evidenziata l’originalità di questo contributo, sono analizzate le incidenze pedagogico-educative del mutato rapporto tra cattolici ed ebrei. C’è anche una ricca bibliografia, che consente di valutare appieno la vastità delle prospettive inaugurate da Nostra Aetate. Ma perché la scelta di privilegiare il versante educativo del dialogo? «È l’unico strumento di cui dispone l’umanità per evitare le guerre e il male che ne consegue», risponde l’autrice, che evidenzia come non si tratti di trascurare lo sguardo teologico, bensì di integrarlo, per renderlo pienamente fruttuoso. Il rapporto tra ebrei e cristiani, infatti, è unico. Eppure, continua lei, nonostante le ripetute sollecitazioni provenienti dalla Santa Sede, purtroppo «nella chiesa cattolica mancano ancora degli efficaci orientamenti che aiutino i diretti interessati, come i professori, gli insegnanti, i catechisti, ecc., a guidare l’educazione delle nuove generazioni e le famiglie cristiane alla conoscenza dell’altro non cristiano, e al dialogo». Il focus del volume riguarda, in effetti, l’urgenza di fare di tutto per radicare le generazioni più giovani nella propria fede, perché siano in grado di capire la fede altrui, senza appiattirsi sulla retorica (fallimentare) del siamo tutti uguali: «sì, siamo tutti uguali davanti a Dio, ma siamo diversi l’uno dall’altro in quello che siamo ed è questa la nostra ricchezza». Di qui la scelta per il dialogo della vita, in vista, spiega la teologa, di un progetto educativo che, dal piano di una convivenza pacifica fra cristiani ed ebrei, si espanda a un progetto di uomo capace di vivere, crescere e arricchirsi nel pieno scambio di valori a livello umano universale. Ecco allora la centralità strategica dell’educazione alla pace, sulla linea tuttora attuale di Maria Montessori («ora, evitare i conflitti è opera della politica; costruire la pace è opera dell’educazione»): contro ogni pregiudizio, dal razzismo all’antisemitismo, e a favore di solidarietà e fratellanza verso tutti. Una prospettiva densa di speranza e dunque, auguriamocelo con Hazeen, finalmente in grado di produrre il coraggio di cambiare la storia.
Brunetto Salvarani
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