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La pagina di... Rubem Alves Agosto/Settembre 2006

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Ruben Alves   La pagina di... Rubem Alves

Amanti

Rubem Alves
 

Continuo la mia meditazione sull’amore, senza preoccuparmi dell’ordine logico delle idee: l’inconscio non segue linee rette. Mi torna alla mente un poema di Fernando Pessoa. L’asse di questa poesia è la parola «altra», che si riferisce non a un’altra donna, a un’amante vietata, bensì all’«altra» che abita nell’immagine della persona amata, e che si riflette nei suoi occhi.

Nel primo verso è esposto il pensiero: «Non amiamo ciò che abbiamo, ma quello che non abbiamo quando amiamo». Nell’abbracciare la mia amata, quello che amo non è la donna che ho tra le braccia ma quello che non ho nel momento in cui la abbraccio. Questo è il dolore dell’amore.

Il poema prosegue: «La barca si ferma, lascio i remi, noi ci teniamo per mano. A chi porgo la mia mano? All’altra. La mia bocca sfiora la bocca che ho sempre sognato di baciare. Di chi è questa bocca? Dell’altra. I remi sono già caduti nell’acqua, la barca è portata dalle onde. (…) Sei bella, sei colei che ho sempre desiderato. Vita, non permettermi di desiderare nulla di più del tuo bacio. Ti bacio e a chi penso? All’altra».

Chi è questa «altra» che fa dimora in te e per colpa della quale io ti amo? In un altro poema risponde: «Nessuno ama un altro; ama soltanto ciò che di se stesso esiste nell’altro, oppure è supposto». Sarà questo il segreto del mito di Narciso? Siamo tutti innamorati della nostra immagine riflessa nell’altro? Gli occhi dell’altro, la musica della sua voce, i suoi gesti dipingono l’immagine che desidero essere. Lo specchio e la fotografia mi fanno già vedere come sono. Fernando Pessoa racconta la sua esperienza con una fotografia che lo ritraeva insieme ai colleghi e in cui lui si trovava tanto insignificante: «lo specchio e le fotografie mostrano la nostra insignificanza, ma gli occhi dell’amata sorridono quando mi vedono e mi dicono: “Come sei bello”».

Cassiano Ricardo ha inserito la sua meditazione sull’amore in una poesia terribile, ispirata forse da una domanda di Agostino: «Cosa amo quando ti amo?». «Perché anche una semplice fotografia mi commuove?» La continuazione del poema è un tentativo di dare una risposta a questa domanda. La risposta è semplice: la fotografia, immobile, è il luogo in cui colloco l’immagine di colei che amo e che abita in te, ma non sei tu. Se non sei tu, chi è? Sono io. Mi cerco nella persona amata. Tutti noi siamo alla ricerca dei pezzi che ci sono stati strappati.

Milan Kundera, nel suo libro L’insostenibile leggerezza dell’essere, medita sul mistero dell’amore tra Tomas e Tereza. Sembra che ci sia nel cervello una zona specifica, che potremmo chiamare memoria poetica, che registra tutto ciò che ci colpisce, che ci commuove, che dà bellezza alla nostra vita. Per Tomas, Tereza è la sola a lasciare il segno in questa zona del cervello. «L’amore inizia da una metafora, nel momento in cui una donna si inscrive con una parola nella nostra memoria poetica». Quando Tereza gli viene incontro, sola e malata, Tomas vede in lei una bimba indifesa che gli si avvicina, portata dalle acque di un fiume dentro un cestino di vimini: per questo l’ama.

Roland Barthes, dopo aver perso la madre, ha raccolto nella solitudine tutte le fotografie di lei, cercando quella che lui amava. E l’ha trovata in una vecchia fotografia di quando era bambina. Era quella l’immagine che lui amava: la bambina che abitava nella madre anziana.

Dette tutte queste cose inutili per gli innamorati, permane la verità del poema di Adelia Predo: «L’amore è la cosa più felice. L’amore è la cosa più triste. L’amore è la cosa che voglio di più».

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