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Dossier Agosto/Settembre 2006

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   Dossier

Come sarà ricordata la Shoà dalle generazioni future?

Janina Bauman

Da quali fonti trarranno informazioni per costruirsi un quadro e farsi un’idea di questo periodo del passato?

Nel XXI secolo l’apporto di fonti primarie d’informazione [1] sulla Shoà necessariamente si estinguerà. Ci sono poche speranze di trovare altri messaggi personali scritti all’epoca e sul posto. Viceversa i testimoni oculari - tanto le vittime quanto i carnefici e gli spettatori - non sopravviveranno a lungo. Solo chi all’epoca della seconda guerra mondiale era bambino può ancora aggiungere un contributo scritto o orale alle testimonianze. Ma presto anch’essi se ne andranno. È difficile credere che, a parte i ricercatori del futuro, le nuove generazioni cercheranno mai accesso ai documenti originali o alle testimonianze più recenti dei sopravvissuti della Shoà, con l’eccezione forse del diario di Anna Frank. Ciò che resterà loro da leggere sono ricerche storiche e opere d’ingegno. Queste fonti secondarie [2] decideranno come i nostri posteri immagineranno la Shoà e cosa ne penseranno. Ecco perché, secondo me, le fonti secondarie dovrebbero venire considerate come addirittura più importanti dei documenti e delle testimonianze originarie.

Per i secoli a venire saranno questi lavori a plasmare l’immagine della Shoà. Quanto saranno affidabili dipenderà dalla capacità individuale, dagli sforzi e dalla scrupolosità dei ricercatori. Nondimeno anche la ricostruzione più meticolosa e onesta può rivelarsi parziale.

Romanzi, pièce teatrali, film e serie televisive sembrano le fonti d’informazione sulla Shoà più accessibili e meno affidabili. Immagino che tra cinquant’anni la maggior parte sarà sprofondata nel dimenticatoio, non più letta, vista o ricordata. Dopo trentaquattro anni chi ancora ricorda la miniserie televisiva Holocaust, prodotta nel 1978 a Hollywood da Marvin Chomsky? Vi recitavano Meryl Streep e molti altri attori di spicco, fu celebrata nelle recensioni e vinse un premio Emmy. Si trattò del primo autorevole tentativo di mostrare una storia complessiva della Shoà, tuttavia non si trattò di nient’altro che una soap opera hollywoodiana, con tutti i tedeschi dipinti come mostri e tutti gli ebrei come vittime innocenti.

Credo che solo le più riuscite opere d’ingegno (opere visuali prima di tutto) avranno una possibilità di essere lette o viste nei prossimi decenni.

Dieci anni fa ho avuto un’esperienza di lavoro con una classe di studenti britannici quattordicenni. Discutendo il mio libro sulla sopravvivenza nel ghetto di Varsavia e in clandestinità, dimostrarono un’ignoranza quasi assoluta della Shoà. Sì, dicevano, abbiamo imparato a scuola che Hitler aveva mandato gli ebrei nei campi di concentramento e che sei milioni erano stati sterminati: ma non ci avevano pensato molto, si trattava semplicemente di un altro fatto storico da ricordare per l’esame.

Immaginiamo una classe di quattordicenni nell’anno 2050. Sicuramente a quell’epoca riceveranno una quantità maggiore di insegnamento obbligatorio sulla Shoà. I loro insegnanti consiglieranno sicuramente qualche libro o film che possa suscitare il loro interesse, aiutandoli a imparare i fatti e a farsi coinvolgere emotivamente. Normalmente gli adolescenti sono riluttanti di fronte all’idea di leggere un libro e preferiscono di gran lunga mezzi audiovisi che li divertano. Così suppongo che gli insegnanti mostreranno o consiglieranno soprattutto dei film. Quali, mi chiedo.

Tra le centinaia di film, ne ho scelti tre particolarmente notevoli che, credo, hanno le migliori opportunità di non venire dimenticati nel giro di qualche decennio. Tutti e tre sono stati diretti da registi di grandissimo talento e di successo internazionale, tutti sono basati su storie vere e mostrano importanti personaggi storici interpretati da grandi attori.


[1] Documenti coevi (documenti ufficiali emanati dalle autorità e istituzioni tedesche, locali o ebraiche nei paesi europei occupati. Esse comprendono anche fotografie e filmati realizzati dai nazisti oppure, segretamente, dalle vittime). Diari, memorie, cronache, poesie, lettere (resoconti personali di sopravvissuti scritti molti anni dopo la guerra).

[2] Schindler’s List di Steven Spielberg

Basato sul ben documentato romanzo L’arca di Schindler, di Thomas Keneally, è la storia di Oscar Schindler, l’uomo d’affari tedesco membro delle SS che salvò più di 1100 ebrei dalla morte nelle camere a gas di Auschwitz.

In una ricostruzione in bianco e nero, quasi da documentario, Spielberg offre un quadro potente del ghetto di Cracovia e della sua liquidazione, del campo di concentramento di Plaszow, dei treni che trasportano il loro carico umano ad Auschwitz e anche del campo stesso con le sue camere a gas. Anche i più ignoranti spettatori del futuro non potranno che fremere di compassione e di orrore. Questo sarà necessariamente il primo stadio per acquisire una conoscenza della Shoà.

Che idea si faranno del personaggio principale, Oscar Schindler? Raffinato, con un debole per le donne, durante la guerra i suoi affari prosperano. Benché membro delle SS, non indossa mai l’uniforme e non si lascia coinvolgere dalla politica del Terzo Reich. Dirige una fabbrica di pentolame usando forza lavoro gratuita, cioè i prigionieri ebrei del campo di Plaszow. Dapprima utilizza solo gli ebrei qualificati e in salute senza preoccuparsi degli altri. Fino a questo punto gli spettatori non possono provare piena accettazione nei suoi confronti. Ma col passare del tempo egli apre gli occhi di fronte alle atrocità perpetrate dai suoi compatrioti e alle miserie dei prigionieri condannati a morire. Pur restando un gaudente e un buon amico dei nazisti, comincia a occuparsi degli ebrei - di alcuni ebrei! - e cerca dapprima di salvare alcuni individui, poi sempre di più, utilizzando nella fabbrica anche coloro che non hanno qualifiche. Verso la fine della guerra si trasferisce nella sua città natale, in Moravia, dove apre una fabbrica di munizioni. Porta con sé i suoi ebrei e fa ogni sforzo per mettere nella lista quanti più lavoratori possibile. Per ogni nome nella lista deve corrompere le autorità di tasca sua. Schindler paga di persona anche i salari e il mantenimento dei suoi operai. La sua fortuna svanisce rapidamente. In breve fa bancarotta. Ma è amato e adorato dai suoi grati lavoratori come se fosse un dio. In effetti verso la fine del film la figura di Schindler sullo schermo ricorda più Gesù Cristo che un carismatico uomo d’affari nazista. Questo passaggio trasforma la ricostruzione di Spielberg, fin qui efficace, in una specie di fiaba sentimentale.

Nonostante le stupende riprese, che spesso danno l’impressione di autentiche immagini documentarie, Schindler’s List soccombe alle regole del melodramma commerciale di stampo americano. Per creare suspense sfrutta spesso gli orrori del genocidio.

[2] Il pianista di Roman Polanski

Palma d’oro al Festival di Cannes nel 2002, il film è basato sulle memorie del celebre musicista Wladyslaw Szpilman, che sopravvisse nel ghetto di Varsavia e poi in vari rifugi tra le rovine della città fino alla sua liberazione da parte dell’Armata Rossa, all’inizio del 1945.

La descrizione del ghetto di Varsavia da parte di Polanski è la più fedele alla realtà di qualsiasi altro film a me noto. È un’onesta e scioccante ricostruzione di come la vita umana venga degradata attraverso la paura, la fame e l’umiliazione. Raccontando la storia di Szpilman e della sua famiglia il film mostra il deterioramento delle condizioni di vita nel ghetto: la chiusura dei cancelli, il peggioramento delle condizioni giorno dopo giorno, le deportazioni di massa al campo di Treblinka, la lotta disperata e la distruzione finale.

Per quanto riguarda il personaggio principale, Polanski non cerca di farne un eroe. È un uomo di talento ma per il resto normale, che guarda al mondo disumano intorno a lui dapprima con incredulità, poi con un misto di impotenza e timore finché, avendo perso tutto quel che aveva di caro, non intraprende una lotta disperata per la sopravvivenza biologica.

Per quelli della nostra generazione, il film di Polanski può risultare deludente: è troppo manualistico, cerca di dire e mostrare tutto sul ghetto di Varsavia, comprese le scioccanti ma ormai ben note scene di persone che si gettano dalle finestre delle case in fiamme, i soldati tedeschi che bruciano con i lanciafiamme quel che resta di Varsavia e molte altre scene passate nell’opinione comune. Ma per i giovani che lo vedranno tra cinquant’anni può rivelarsi una ricca fonte d’informazione sulla Shoà.

[2] Il dottor Korczak di Andrzej Wajda

È la storia della vita del dottor Janusz Korczak, l’educatore, scrittore e assistente sociale ebreo polacco che dirigeva un orfanotrofio nel ghetto di Varsavia e che di sua spontanea volontà salì con gli orfani sul treno diretto al campo di sterminio di Treblinka.

In una densa ricostruzione del sovraffollamento del ghetto, Wajda mostra un mondo claustrofobico nel quale chi ha e chi non ha, chi vive e chi muore, si ritrova letteralmente spalla a spalla nella lotta quotidiana per la sopravvivenza. Tra i corpi emaciati stesi sui marciapiedi e i bambini che contrabbandano cibo attraverso le mura del ghetto, tra i poliziotti ebrei armati di manganello e i soldati tedeschi armati di fucile, il vecchio dottor Korczak, il pesante zaino in spalla, compie il suo giro quotidiano per incontrare i membri dello Judenrat e i milionari del ghetto, i collaborazionisti e i corrotti protagonisti del mercato nero. Chiede l’elemosina: denaro, patate o cereali per dar da mangiare ai duecento bambini affamati. Il benessere e l’integrità degli orfani sono la sua unica preoccupazione. Tiene chiusa a chiave la porta dell’orfanotrofio e alza un muro davanti alle finestre per impedire loro di vedere le malvagità del mondo circostante. Onestà, amicizia e amore sono i valori coi quali i bambini imparano da lui a vivere nonostante le circostanze. Korczak non si preoccupa della propria vita e rifiuta enfaticamente le infinite offerte dei suoi amici cristiani che insistono per portarlo in un luogo sicuro fuori dal ghetto. Come quello reale, anche il dottor Korczak dello schermo conquista oggi l’altissimo rispetto, l’ammirazione e la profonda simpatia degli spettatori. È possibile che susciti le stesse emozioni anche tra il pubblico del futuro.

Da Shoà di Janina Bauman, collana «Le parole delle fedi», Emi, Bologna 2005
Riduzione e adattamento a cura della redazione.

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