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Interculturafase2 Agosto/Settembre 2006

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Patrizia Canova   Intercultura fase2

Schermi scene scenari

Patrizia Canova

Da Amarcord a Arrivederci ragazzi: tra cattivi e buoni maestri
Punti di vista cinematografici sul mondo della scuola che (dis)orienta e (dis)educa.

La scuola da sempre è stata una delle location privilegiate del cinema. Il connubio tra la settima arte e le aule scolastiche ha fatto sì che, sin dai suoi albori, numerosi registi si appassionassero al tema e si insinuassero con la macchina da presa dentro questo microcosmo, luogo per eccellenza di formazione, crescita, scoperta e ribellione. Jean Vigo, Francois Truffaut, Louis Malle, Nicholas Ray, Peter Weir, Bertrand Tavernier, Spike Lee, Elio Petri, Marco Risi, Zhang Yimou e Gus Van Sant, Nicolas Philibert, sono solo alcuni tra i numerosi autori che si sono posti davanti o dietro la cattedra, tra i banchi o dietro la lavagna, tra le mura o con lo sguardo rivolto verso «il fuori», per carpirne umori, passioni, atmosfere, per raccontare con lucidità, per registrare fermenti e desideri di mutamento o per ricordare con nostalgia. La scuola, spazio in cui si possono forgiare gli ideali etici che guidano le scelte di vita, è diventata nel corso della storia del cinema non solo luogo della messa in scena, della rappresentazione, ma anche «zona» in cui ritornare con la memoria, territorio in cui costruire la propria identità, dimensione per progettare il futuro e per immaginare un mondo da sognare.

Protagonisti della scena, alternativamente centri di interesse per i registi, gli alunni - come singoli o gruppo - e gli insegnanti. Ed è proprio di quest’ultimi che vorrei occuparmi in questa prima riflessione sul rapporto tra cinema e scuola.

Che fisionomie hanno gli insegnanti raccontati al cinema? Come si collocano rispetto ai conflitti nati dentro e fuori delle mura scolastiche? Quanto e come incidono nell’orientare gli studenti e nell’educare alle scelte?

Pur con diversi gradi di sfumature, i modelli che si sono delineati sullo schermo sono sostanzialmente due: quello impositivo, coercitivo, fatto di dogmatiche certezze, princìpi calati dall’alto e valori imposti e quello in cui prevale una dimensione interlocutoria, di ascolto, di libertà e creatività, basato sull’importanza di sviluppare un’attitudine critica, sulla valorizzazione della soggettività e del confronto, sulla capacità di guidare/accompagnare la crescita dello studente e di orientarne le scelte.

Nel primo caso la presenza degli insegnanti, lungi dall’essere autorevole, viene subìta con fastidio, insofferenza, sarcasmo, come ben dimostra il grande Fellini che in Amarcord si è simpaticamente «vendicato» di alcune figure di educatori della sua infanzia, passando in rassegna e mettendo alla berlina le tipologie degli insegnanti dell’Italietta fascista: docenti di italiano, storia, fisica, filosofia, religione e arte ritratti come macchiette di grottesca ignoranza e arroganza, inetti, maniacali, ripetitivi, conformisti, assolutamente distanti dal mondo degli studenti e privi di qualsiasi ruolo formativo ed educativo. Insegnanti che, insieme a quelli elencati da Woody Allen quando ricorda in Io e Annie la galleria degli orrori della sua infanzia scolastica, appartengono senza ombra di dubbio a quella categoria di insegnanti nozionistici, rigidi, punitivi, preoccupati di fare il proprio mestiere come se fosse una catena di montaggio e che riescono solo a orientare le scelte nella direzione della ribellione verso un’istituzione scolastica retrograda e insoddisfacente.

Nella direzione opposta vanno figure di educatori capaci di stabilire ponti comunicativi forti con gli studenti come il professore Keating di L’attimo fuggente (Peter Weir, 1989) che, intuendo il grande bisogno di spazi di condivisione e di espressione dei ragazzi del college, li stimola a cercare nuove forme di cultura, a diventare maestri di se stessi, a guardare le cose da diversi punti di vista, a opporsi e a «combattere per trovare la propria voce». Ma anche come il professore di matematica di La forza della volontà (di Ramon Menendez, 1988) che fa di tutto per vincere l’apatia dei suoi studenti portoricani e farli uscire dalla fatalistica rassegnazione con cui vivono la loro condizione di emarginati, rimettendo in moto la volontà, l’impegno, il desiderio del riscatto, il gusto della sfida con se stessi per ottenere una promozione.

Ma educare alla scelta e agire i conflitti può voler dire mostrare ai propri studenti che si è disposti a lottare e rischiare in prima persona per quello in cui si crede. È il caso del coraggioso maestro di Pietralata del film Diario di un maestro (di Vittorio de Seta 1972) che per far fronte alla massiccia dispersione scolastica, sperimenta un modo «non tradizionale» di fare didattica. Osteggiato dai colleghi e dal direttore, riesce però a conquistare i suoi giovani alunni che torneranno sui banchi entusiasti, motivati e curiosi di apprendere. Nella stessa direzione va Liliana, giovane maestra del film Del perduto amore (di Michele Placido, 1998) che, sul finire degli anni cinquanta, si batte per emancipare culturalmente le ragazze che vivono in un piccolo paesino della Lucania e, con il suo entusiasmo vulcanico, riesce ad aprire una scuola alternativa e popolare.

L’amore per la conoscenza e la convinzione che l’educazione stia alla base dello sviluppo umano e della coscienza critica è ciò che muove, nel film Lavagne (di Samirah Makhmalbaf, 1999), un gruppo di insegnanti che attraversano una poverissima ed aspra regione ai confini tra Iran ed Iraq chiedendo, villaggio dopo villaggio, se qualcuno vuole imparare a leggere e a scrivere. Stesso coraggio di affrontare la complessità muove Marco Terzi, insegnante di lettere del film Mery per sempre (di Marco Risi, 1989) che sceglie come sede il carcere minorile «Malaspina» di Palermo dove, dopo un impatto non dei più facili, riuscirà, con un metodo di insegnamento antiautoritario, ad attirare l’attenzione dei detenuti e a promuove il recupero della loro dignità umana.

Le figure dei «buoni maestri» della scuola al cinema sembrano volerci ricordare spesso che le lezioni di matematica, di letteratura o di storia formano la personalità e il pensiero degli studenti, ma la scoperta del mondo e la valenza formativa e orientativa della scuola, spesso sono legate alle riflessioni morali e sociali degli insegnanti, alla loro capacità di autoanalisi e di giudizio, oltre che alle esperienze dirette che portano gli studenti a confrontarsi con la realtà circostante e con i conflitti che caratterizzano la vita sociale. Un esempio su tutti la figura di padre Jean, priore del collegio francese del film Arrivederci ragazzi (di Louis Malle,) che, durante le seconda guerra mondiale, nasconde gli ebrei e i resistenti, che ha parole durissime contro le ricchezze e gli egoismi, che esorta i ragazzi a dividere il contenuto dei pacchi ricevuti da casa con chi non ha niente, che chiede di pregare non solo per le vittime ma anche per i carnefici, che cerca di spiegare, vivere ed elaborare i conflitti che si dispiegano dentro e fuori le mura del collegio e che educa gli studenti al rigore, al rispetto e alla dignità umana fino all’ultimo, quando a testa alta li saluta con un «Arrivederci ragazzi», mentre i carnefici nazisti lo portano via dal collegio, verso un campo di concentramento da cui non farà mai più ritorno.

Confrontarsi con le figure dei buoni e cattivi maestri tracciate dal cinema può offrire a tutti gli insegnanti buoni spunti di riflessione sul proprio ruolo educativo, può costituire occasione di dialogo e confronto con i propri studenti e può aiutare ciascuno a non dimenticare che per orientare ed educare alle scelte è necessario insegnare agli studenti a pensare e non cosa devono pensare ed è importante saper fondere autorevolezza e impegno, coraggio e passione, disciplina e coscienza, stupore ed etica, fantasia e rigore, come sembra volerci ricordare il professore del film Il portaborse (di Daniele Luchetti, 1990) con la raccomandazione fatta ai propri studenti la sera prima della maturità: «Per essere uomini occorrono le due cose che Kant fece incidere sulla sua tomba: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me».

©Cem Mondialità
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