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Il resto del mondo Agosto/Settembre 2006

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   Il "resto del mondo"

La scuola degli altri: La scuola giapponese al centro del terremoto sociale

Stefano Vecchia

Allontanata in un passato nemmeno tanto lontano la sua povertà contadina, esorcizzato l’incubo atomico dopo sessant’anni da Hiroshima e Nagasaki, superati diffidenza e senso d’inferiorità verso un mondo occidentale fin troppo idealizzato e contrastato con la forza della sua capacità produttiva, il Giappone scopre oggi un pericolo assai difficile da combattere in coloro che maggiormente anticipano l’incerto futuro ed esprimono l’inquietudine del presente: i suoi giovani.

Non è un problema di gap generazionale. Non ci sono certezze adulte da contrapporre a idealismo e mutevolezza adolescenziali. Dalla metà degli anni Novanta del XX secolo, il Giappone sta vivendo una transizione che ha spinto nell’incertezza l’intera popolazione adulta e nella disperazione molte migliaia di cittadini di ogni età, senza più una prospettiva esistenziale. È in questa situazione che fioriscono le marginalità e si alimentano in modo autoreferenziale le molte devianze di questo paese. I suoi giovani le anticipano, le vivono e le esasperano. Bosozoku, hijime, hikikomori… «bande violente», «bullismo», «ritiro dal mondo», sono termini specifici che l’Occidente ha recepito attraverso i manga, i fumetti, ma che in Giappone sono parte della realtà giovanile.

Congiuntura economica e shock culturale hanno provocato un vero e proprio terremoto sociale che continua a propagarsi, ma rispetto alla situazione giovanile, è in particolare sotto accusa anche il sistema educativo, incapace di cambiare se stesso prima ancora di contribuire all’evoluzione dei giovani giapponesi.

Erede alla distanza delle scuole shogunali e delle più popolari terakoya (scuole dei templi), fortemente riformato a seguito della Restaurazione Meiji dal 1868 come base per lo sviluppo del paese, il sistema scolastico giapponese è funzionale a una struttura ad alta produttività e di forte coesione sociale.

L’anno scolastico inizia abitualmente ad aprile. Fino dalle elementari l’ordine e la pulizia delle classi sono affidati agli studenti, divisi in gruppi funzionali (in media gli alunni sono 30-40 per aula). Il principio educativo della scuola elementare è quello di coltivare lo spirito di collaborazione, di fornire conoscenze pratiche, di stimolare capacità scientifiche, conoscenze linguistiche e matematiche, di avviare alla comprensione delle arti tradizionali.

La scuola media punta a formare buoni cittadini, dotati di abilità necessarie nella società ed educare al rispetto del lavoro. Nella scuola superiore viene riservato maggiore spazio all’educazione civica, alla cultura generale, alle abilità tecniche. Si promuovono anche l’individualità (non l’individualismo…) e la capacità critica.

Per quanto riguarda l’università, a seconda degli indirizzi, l’accento viene posto sull’istruzione tecnologica o sulla cultura generale, soprattutto si cerca di sviluppare capacità intellettuali, morali e attitudini individuali, in quanto il vero training professionale avviene nel mondo del lavoro.

In Giappone gli esami di profitto sono sostanzialmente una formalità: assai importante è invece essere ammessi - sempre per esame - ai migliori istituti superiori e alle università più prestigiose. Da qui la grande diffusione delle costose «scuole di recupero», che incidono pesantemente sui bilanci familiari, senza per questo garantire una reale crescita culturale degli studenti, in quanto l’insegnamento è basato sull’apprendimento mnemonico finalizzato al superamento degli esami.

La competizione per essere ammessi nelle università che godono di maggior fama è molto forte, visto che proprio in tali università le maggiori aziende ricercano il personale qualificato. Anzi, fino agli anni ’90 del secolo scorso, di norma il contratto di lavoro veniva concluso ancora prima della laurea (oggi questo è meno frequente). Di fatto, gli anni dell’università sono considerati preparatori all’ingresso nel mondo del lavoro e in genere non propongono curricula di studi particolarmente impegnativi. L’ultimo anno è trascorso dagli studenti nella ricerca di un buon impiego e, sempre più spesso, in viaggi all’estero.

Yuji Oniki, giornalista giapponese esperto della realtà giovanile, descrive i crimini efferati che hanno a volte come teatro le aule scolastiche come una diretta conseguenza del sistema educativo, a volte inutilmente repressivo, a volte troppo attento alla formazione di un individuo-tipo, secondo indirizzi che vengono aggiornati con esasperante lentezza. «Il sistema scolastico giapponese ha avuto successo, ma a quale costo?», si chiede Oniki.

Frutto di un’evoluzione culturale acceleratasi nell’ultimo decennio, nei figli del Paese del Sol Levante si rileva una maggiore indipendenza e una crescente capacità di affrontare i problemi autonomamente. Tuttavia, questo riguarda ancora un numero limitato di giovani e la mentalità comune non favorisce certamente gli aspetti positivi dell’individualismo. Soprattutto, il sistema scolastico non sembra in grado di recepire necessità e istanze che emergono dal mondo giovanile e, in generale, dalla società.

Come sostiene padre Sonoda Yoshiaki: «La realtà giovanile in Giappone è alle prese con la perdita del senso della vita e del suo valore. Basti pensare al numero crescente di suicidi o agli omicidi perpetrati da giovanissimi che continuano a scioccare l’opinione pubblica riportando in primo piano il problema educativo e le sue finalità. Fin dalle scuole materne, infatti, il bambino è sottoposto alla spietata legge della concorrenza che insegna ad essere ai vertici a ogni costo, nella scuola prima, nella società poi. In questo modo è venuto a logorarsi il più elementare senso di solidarietà sociale e di servizio, di sincera collaborazione e di dedizione che, per tanto tempo, ha rappresentato la forza della società giapponese».

La scuola giapponese, nonostante i costanti aggiornamenti introdotti a partire dal 1980, resta un sistema con molti problemi gravi e irrisolti. Se da un lato i cambiamenti sono andati nel senso di una maggiore flessibilità e del riconoscimento delle differenze tra gli alunni (ad esempio, per quanto riguarda gli immigrati o figli degli immigrati; ma anche per le diverse capacità di apprendimento), dall’altro i curricula restano inadeguati, e - anche a causa del permanente spirito nazionalista che li informa - suscitano le frequenti proteste delle associazioni di genitori, oltre che dei gruppi in difesa dei diritti umani e delle libertà civili. Sono decine di migliaia gli studenti, dalle elementari alle superiori, che abbandonano gli studi per l’incapacità di sopportare la pressione del sistema educativo, piuttosto che le normali difficoltà degli studi. Un fenomeno che negli ultimi venticinque anni ha decuplicato il numero di questi giovani destinati a una permanente dipendenza dalla famiglia o all’emarginazione sociale.

  • Il sistema scolastico giapponese si basa, oltre che sulla scuola materna, su 6 anni di elementari, 3 di medie e 3 di superiori. 4 sono gli anni di base dell’università.
  • L’istruzione obbligatoria inizia a 6 anni e termina a 15, coprendo così l’istruzione elementare e media. La scuola superiore, con esclusione degli indirizzi tecnici e professionali, è a indirizzo unico. Le scuole elementari, medie inferiori e medie superiori sono per la maggior parte pubbliche, mentre scuole materne, università e corsi parauniversitari, sono in maggioranza privati.
  • La percentuale d’iscrizioni alla scuola dell’obbligo è assai vicina al 100 per cento, mentre il 97 per cento degli studenti prosegue gli studi.
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