Interculturafase2 Aprile 2006
Intercultura fase2
Illuminare scenari di speranza…
Pippo Biassoni e Patrizia ZocchioLa compresenza dei simboli
L'ombelico in bella vista, le mutande che spuntano da un pantalone talmente abbassato da rendere difficoltoso il passo o la variopinta veste che copre tutto il corpo senza nulla mostrare, eppur capace di far sognare. Sono fiori che crescono nell'atto di sbocciare; i dodici/tredici anni sono una stagione così complessa, crudele e fuori dal controllo razionale che, da adulti, tendiamo a non ricordare e fatichiamo a ricostruire. La scuola si trova ad essere una “agenzia di vita”; troviamo che siano pochi gli ambienti che, come la classe (soprattutto le classi seconde), mostrano evidenti i segni e le difficoltà del convivere nella diversità.
nello specchio si riflette soltanto un'offuscata immagine di cattiva salute,
non sono come gli altri, sono diversa e ne vado fiera.
È la diversità che può cambiare il mondo,
o almeno è questo ciò in cui credo.
Tutto può cambiare tranne me stessa,
sono una nullità e tale rimarrò;
è questo quello che preferisco invece di nascondermi
dietro una maschera a spese degli altri.
Tratto dallo spettacolo di Natale 2005 Liberi di sognare: il nostro futuro in Europa.
Lettera di un'alunna di classe 3
(secondaria di primo grado)
Convivere con se stessi
È la prima grande sfida che ognuno trova davanti a sé nell'affrontare la tematica della convivenza: ad ogni età, latitudine, in ogni forma sociale. Una sorta di “luogo comune” di un'adolescenza mondiale, che le società affrontano con vari strumenti (mortificazioni di corpo ed anima, esaltazioni e creatività, psicanalisi e sportelli d'ascolto, riti d'iniziazione…) e da cui dipende gran parte dell'impronta del divenire della società stessa.
È in questo passaggio che si iniziano a tessere schemi di riferimento ed identità, modalità di vivere affetti ed opportunità; ed è in questi primi anni che ci si misura con realtà spesso molto complesse come l'esilio, le migrazioni, il cambiamento di stile di vita, disoccupazione difficoltà di relazione.
Ciò che prima si percepiva in posizione subordinata, ora urla e richiede spiegazioni alla propria individualità. Ed in questo “gioco” dell'ingiustizia piuttosto che dell'occasionalità o delle opportunità offerte dalla vita, si nota subito la differenza di “colui/colei che può”, di chi può permettersi il lusso di sapere ciò che vuole, di chi sente forti i propri punti di riferimento.
Il bisogno della relazione ed il convivere
Nella relazione mettiamo in gioco le nostre risorse nel loro complesso: i nostri punti di riferimento, la consapevolezza e la percezione personale, l'immagine che vorremmo gli altri avessero di noi; in questo senso, quando ci troviamo a condividere spazi, idee, progetti, abitudini condizioniamo e siamo condizionati.
Ciascuno, se non è abituato a riflettere utilizzando anche altri punti di vista oltre al proprio, tende a considerare normali i propri contesti di riferimento, aspettandosi dagli altri pari coerenza.
Il diritto di satira, il piano della laicità e delle religioni, il nostro essere figli della rivoluzione francese e, quindi, di aver da anni avviato il confronto dei confini tra ragione e religione, sono un esempio d'attualità di cui si sta occupando la cronaca (il riferimento è alle vignette danesi ed alle contestazioni del mondo islamico).
Ma la storia, le vicissitudini di un popolo o di un'etnia spesso coinvolgono differenti piani, valori, strategie di adattamento e modalità d'affrontare la realtà; applicare l'etica del minimo errore (sapendo di potere sbagliare pongo la massima attenzione prima di rischiare d'offendere il mio interlocutore), non rifiutare posizioni differenti dalle mie, ma piuttosto cercare di comprenderne le motivazioni, diventa palestra dove allenarsi al reciproco rispetto pur nel mantenimento della diversità.
Due esempi
Si fa un gran parlare di “Cittadinanza attiva”, di “Democrazia partecipata”, di “Città dei bambini e delle bambine”; alle proposte però spesso sembrano non seguire i fatti, gli strumenti della formazione, del comprendere, del gestire.
E se provassimo a partire dal piccolo, dal gruppo classe? Uno slogan, vecchio ma sempre attuale, recita: Se vuoi la Pace, educa alla Pace . Proviamo a mettere in atto momenti di confronto che costituiscano esempi del ragionare insieme, del rispetto reciproco, del valorizzare le differenze come rispettabili punti di vista. Senza alcuna pretesa di “attività preconfezionate”, vorremmo sottoporvi due interventi che ci paiono interessanti a tal proposito.
1. “Mettiamoci nei panni degli altri”
Si invitano i ragazzi a scrivere su un biglietto anonimo le loro difficoltà di relazione, le loro risorse e i limiti, i sogni personali.
La classe, quindi, viene divisa in tre gruppi: uno composto da coloro che cercheranno di immedesimarsi nelle caratteristiche contenute nel biglietto assegnatogli (4 o 5 soggetti, biglietti estratti a caso), un altro che denomineremo “la giuria” ed il terzo che assisterà come pubblico.
Il primo gruppo simula una discussione su un argomento, scelto precedentemente, che possa costituire materia del contendere; per esempio: l'insegnante predilige alcuni compagni; la classe è in punizione per il caos fatto durante un'attività; alcuni diari spariti sono stati rinvenuti nel cortile della scuola e non si vuol dire chi li ha sottratti.
I membri dei gruppi di discussione sono intercambiabili e ruotano ogni 10 minuti.
La giuria ha il potere di intervenire quando rileva casi di conduzione scorretta del dialogo, interiorizzazioni, soprusi o addirittura sopraffazione.
Il pubblico prende la parola per dare suggerimenti, formulare ipotesi, rilevare contraddizioni.
L'insegnante osserva i comportamenti dei giocatori, garantisce che tutto proceda secondo le regole, assicura l'alternarsi dei ruoli, avvia e conduce la discussione al termine della dinamica.
L'attività termina con la richiesta ai partecipanti di esplicitare come si sono sentiti nei panni “confezionati da altri”.
2. “Cambiamo il punto di vista”
La classe è disposta in cerchio; si inizia la discussione parlando di un argomento di interesse del gruppo. Quindi si chiede ai partecipanti di scrivere su un biglietto, brevemente, la personale posizione sull'oggetto in questione e di darne lettura uno per volta.
I partecipanti dovranno poi a turno indossare un paio di occhiali (utilizzare occhiali da sole con lenti di diversi colori, o di cartone colorati in maniera differente) e, a seconda dei casi, riformulare il problema con un'ottica differente, facendo riferimento alle lenti dell'ottimismo, dell'ipocrisia, del pessimismo.
L'attività termina rilevando quali siano state le scoperte in precedenza non considerate e ragionando su quali mutamenti possa portare un angolo di visione differente da quello conclamato.
Attraverso questo tipo di attività ognuno è invitato ad esprimere i sentimenti, le sensazioni, i malintesi, le astuzie messe in atto (generalmente e durante i giochi); il gruppo attraverso i meccanismi del gioco riproduce la realtà e le sue dinamiche.
I giochi di ruolo e di simulazione assumono una valenza educativa importantissima sia nello svolgimento di un particolare programma didattico, sia se utilizzati in modo trasversale in più discipline; aiutano a misurarsi su un terreno di concretezza, di coerenza e di progettualità; aprono alla capacità di critica e aiutano a sviluppare un'equilibrata autostima.
Per maggiori riferimenti e suggerimenti riguardo giochi di simulazione e di ruolo consultare: L. Ferracin, P. Gioda, S. Loos, Giochi di simulazione , ElleDiCi, Torino 1990; A. Boal, Il poliziotto e la maschera , La Meridiana, Molfetta BA 1996 2 .
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