Il resto del mondo Aprile 2006
Il "resto del mondo"
Tre domande a Mario Lodi
a cura di Maria LaganàCENNI BIOGRAFICI di Mario Lodi
Mario Lodi nasce nel 1922 a Piàdena, in provincia di Cremona, dove, nel 1940, si diploma all'Istituto Magistrale.
Nel 1948, è nominato maestro di ruolo nella Scuola Elementare di San Giovanni in Croce (Cremona), dove inizia a scoprire le capacità creative dei bambini, tema che approfondirà nel ‘50, quando si avvicina al Movimento di Cooperazione Educativa (un gruppo di insegnanti innovatori guidati da Giuseppe Tamagnini), che, ispirandosi alle tecniche del pedagogista francese Célestin Freinet, mirano ad introdurre e divulgare nella scuola pubblica i valori su cui si fonda la neo-Costituzione Italiana.
Essi tentano di liberare le capacità espressive, creative e logiche dei bambini, mediante l'uso di tecniche adeguate: il testo libero, la ricerca, la corrispondenza, il calcolo vivente, l'invenzione di storie, la pittura, il canto, la danza e l'introduzione della stampa a scuola. Nel 1956, Mario Lodi viene trasferito alla Scuola Elementare di Vho di Piàdena, dove inizia a scrivere con gli alunni i libri che lo renderanno noto al pubblico (ricordiamo Cipì, La Mongolfiera, Il Paese sbagliato, Cominciare dal bambino, Guida al mestiere di maestro, La scuola e i diritti del bambino).
Nel 1989, riceve dall'Università di Bologna la Laurea Honoris Causa in Pedagogia e gli viene assegnato il Premio Internazionale Lego, in quanto “persona che ha dato un contributo eccezionale al miglioramento della qualità di vita dei bambini”.
Fonda la “Casa delle Arti e del Gioco”, Centro di Studi e Ricerche sulla cultura del bambino. Dirige la collana Laboratorio Minimo rivolto agli educatori che intendono introdurre nella pratica scolastica l'atteggiamento scientifico. Cura rubriche sui problemi del nostro tempo e realizza l'esperienza dello scambio di scritti autobiografici con i bambini. Nel 2000, viene nominato dal Ministro della Pubblica Istruzione, membro della Commissione Ministeriale per il riordino dei cicli scolastici.
Alla luce della sua esperienza personale di formazione ed attività didattica, come ha concepito la scuola e come l'ha rinnovata?
Innanzitutto, noi, giovani maestri, avevamo vissuto la scuola del tempo fascista e della guerra. Poi, la dittatura è caduta e ci siamo trovati davanti ad un cambiamento epocale: dalla guerra alla pace, dalla dittatura alla democrazia. Io sono stato nominato di ruolo nel '48, anno della promulgazione della Costituzione!
Avevamo come fine il realizzare nella nuova società i valori, i principi della Costituzione, la libertà e la collaborazione. Questa era la nostra forte motivazione. [ Mario Lodi, durante l'intervista sottolinea ripetutamente che è stato un maestro con una matrice particolare ]
La prima esperienza che ho fatto è stata la partecipazione al Movimento di Cooperazione Educativa con settemila maestri aderenti sui duecentoventimila della scuola pubblica. La seconda è stata la conoscenza della scuola privata di Don Milani.
Durante i primi anni di insegnamento, usavo la rivista scolastica. Assegnavo un tema e quando lo leggevo, insieme ai colleghi, lo trovavo bello. Un altro tema, pochi giorni dopo, invece era un disastro. Come mai? Non lo capivo. In seguito, ho scoperto che, se il tema si avvicinava alle esperienze dei bambini, scrivevano, altrimenti non scrivevano più. Dopo questa esperienza, ho compreso che si doveva dare un tema collegato alla loro vita; raccontate quello che volete, purché sia vero e sia vostro! Erano cronache dei loro giochi ed esperienze o avventure vissute, che scrivevano e volevano leggere ai loro compagni. Stampavamo le cronache e gli alunni se le portavano a casa. Era il loro libro ed il libro della loro vita.
Avevo fatto una scelta come maestro; sapevo cosa volevo. La democrazia era dialogo. Tutte le mattine si iniziava la giornata con la conversazione, per ricavare gli elementi della vita dei bambini e si lavorava su questi, facendo un lavoro di ricerca…
[ Mario Lodi ritiene, pertanto, che la scuola debba riflettere l'esperienza reale del bambino, a partire dai suoi vissuti, senza slegare la vita reale dal contesto scolastico di apprendimento. Egli è convinto che ciascun bambino sia portatore di un patrimonio esperienziale che debba essere valorizzato e non annullato al suo ingresso a scuola ]
Secondo lei, come si possono coniugare le conoscenze personali con il processo di apprendimento realizzato nella scuola?
Il bambino, quando nasce, si trova nelle condizioni di un astronauta che sbarca in un mondo nuovo che non conosce e _ subito! _ , senza attendere la scuola, si dà da fare con i cinque sensi e la mente. Si butta nella ricerca e si inventa una scuola, che si chiama piacere, gioco, fondata sulla curiosità e le esperienze che ne derivano. [ Mario Lodi evidenzia qui come l'apprendimento non passi tutto dalla scuola, ma esista anche uno spazio personale in cui ciascun individuo impara e si esprime nella sua diversità ed unicità ]
Il bambino assimila anche i linguaggi del segno e della parola. Impara a parlare, prima limitandosi a qualche suono, fino a formulare dei pensieri sintatticamente validi. Gli insegnanti devono sviluppare questo linguaggio della parola nei vari livelli: scientifico, se il bambino usa le parole precise dello scienziato, poetico, se usa delle metafore e… la cronaca dei fatti, il teatro, come scena drammatica, che può portarla a livello di arte, andando oltre il semplice pensierino.
E poi non manca il linguaggio dei segni. I bambini di tutto il mondo, quando constatano che c'è qualcosa che lascia traccia sulla spiaggia o sul vetro appannato della finestra, scoprono il segno. In un primo tempo, pastrocchiano, ma ad un certo momento questo segno diventa la rappresentazione delle cose che imparano, attraverso il rapporto con il mondo esterno. Con i primi scarabocchi raffigurano il gatto, la mamma, insomma il mondo che incominciano a conoscere.
Se si interviene a correggere l'impostazione dello scarabocchio, introducendo per esempio la prospettiva, che non possono ancora capire, li confondiamo. Questi due linguaggi, che loro hanno imparato da soli, li offrono alla scuola. Ci sono arrivati attraverso l'esperienza ed il gioco. L'arte del bambino non poteva esprimersi nella scuola trasmissiva, che non lo lasciava libero di pensare, di comunicare, di portare la sua vita a scuola, perché essa era vincolata allo svolgimento del programma.
[ Il maestro diventa quindi una guida dell'alunno, che indirizza l'attività di apprendimento-insegnamento verso l'acquisizione e l'accrescimento di capacità autonome del bambino, attraverso la programmazione di momenti che ne permettano la piena espressività e manifestazione]
Quali proposte avanzerebbe ad un Ministro davvero al servizio della formazione?
Sapere cos'è la scuola, quali sono i fini suoi e di una società che si esprime attraverso la scuola. Diventa un discorso politico. Come si può fare scuola, se non si ha ben chiaro il suo fine? Negli Anni '50, noi maestri, cercavamo di trasmettere ai ragazzi i valori della neonata Repubblica, quali la libertà e la democrazia. Questo ci dava una forte motivazione. Oggi non trovo gli insegnanti motivati. Sono confusi. Non stanno ricercando il fine ultimo della scuola e della società.
Allora, su quali basi possiamo ricostruire la nuova scuola? Noi utilizzavamo la corrispondenza scolastica. La stampa era la rappresentazione della vita dei bambini. Erano prima della tv. Giocavano nei campi, facevano esperienze che non fanno più ai nostri giorni. Ora, hanno due mondi: il reale ed il virtuale. Quest'ultimo prevale ed influisce sui bambini. E' un problema che l'insegnante di oggi dovrebbe affrontare. Questi bambini li facciamo guidare dalla televisione, come brava maestra trasmettitrice, o dobbiamo fare leva sui loro sentimenti? Ma hanno ancora una vita i bambini? Vedo nei loro racconti che sta sempre più calando la vita reale e gli adulti non danno importanza a questo.
[ I bambini della scuola di Mario Lodi apprendevano il valore della lingua parlata e scritta; comunicavano un'idea ai compagni ed insieme la condividevano. Raccoglievano la narrazione di un evento vissuto, adottando le scelte stilistiche e le strutture grammaticali e lessicali più adatte. La rilettura e gli aggiustamenti finali erano eseguiti collegialmente. Lodi auspica quindi una Scuola intesa non come l'Istituzione, dove si apprendono dei contenuti, ma il luogo di socializzazione e cooperazione tra i bambini, proprio in un tempo in cui i momenti di aggregazione sono sempre più rari. E' necessario soffermarsi sulle dinamiche relazionali, per attuare degli interventi educativi adeguati al contesto ed al soggetto]
Io non forzavo nulla. Cercavo soltanto di non lasciare cadere nessuna occasione per sviluppare la personalità dei bambini e aiutare le loro ricerche.
[Il maestro deve essere colui che insegna a pensare, favorendone un abito critico, motivando e suscitando nel bambino variegati interessi].
In una gelida domenica invernale il maestro Mario Lodi, personaggio significativo nel panorama pedagogico del Novecento, mi narra la sua esperienza di vita e di scuola.
La mia Tesi di Laurea Specialistica in Consulenza Pedagogica e Ricerca Educativa, dal titolo Mario Lodi consulente pedagogico , ha avuto come campo di indagine la sua figura di maestro e consulente pedagogico. Egli, nell'immediato dopoguerra, in una scuola elementare di campagna, ha superato il tradizionale insegnare a leggere, scrivere e far di conto ed è andato oltre il semplice insegnare la nozione, slegata dal contesto ambientale e dalla vita reale, elevandosi così al livello superiore di insegnante degli insegnanti, secondo le caratteristiche della consulenza pedagogica.
La prospettiva in cui egli si poneva era quella dell'indagine, della comprensione, dell'ascolto e della produzione di ipotesi di senso sull'esperienza reale presentata dai bambini.
Tale processo produceva cambiamento e crescita nell'individuo a cui veniva restituita la sua storia, inducendolo ad osservarla in un'ottica diversa, con elementi ed aspetti nuovi. Le attività realizzate con i suoi alunni mettevano in luce l'intento di orientarli alla scoperta delle loro risorse e ad acquisire coscienza delle proprie potenzialità.
I bambini rivelavano un'eccezionale vitalità e ricchezza espressiva, divenendo – insieme al maestro – co-costruttori del cambiamento nel processo di apprendimento ed insegnamento.
Il maestro, nel suo ruolo di guida, interveniva a convogliare la ricchezza di tale creatività e capacità infantile e valorizzava la crescita individuale di ciascun alunno.