Il resto del mondo Aprile 2006
Il "resto del mondo"
Media e guerre
Paolo BeccegatoIl delicato rapporto tra mass-media e conflittualità organizzata è stato senza dubbio segnato da un evento spartiacque: la guerra in Iraq.
La crisi in Iraq (marzo-maggio 2003)
Il conflitto in Iraq rappresenta il culmine di un processo che ha portato alla ridefinizione delle relazioni tra media, opinioni pubbliche e governi. Mai un governo aveva investito in modo così massiccio per assicurare al proprio racconto della guerra visibilità e legittimazione sui mezzi di informazione. E in nessun altro scenario di guerra era mai accaduto che le nuove tecnologie di comunicazione offrissero ai giornalisti una tale varietà di opportunità per la copertura informativa, sia in termini di formati (diari on line, dirette via satellite, ecc.), sia in termini di frequenza e tempestività nella cronaca.
Sul fronte dell'opinione pubblica, l'opposizione all'intervento militare ha portato a forme di partecipazione attiva di massa, sostenute, amplificate e globalmente rappresentate dai media internazionali. L'opinione pubblica internazionale è riuscita a imporsi come nuovo attore sulla scena. Paul Krugman sul New York Times dopo le manifestazioni del 15 febbraio, giungeva a definirla “una nuova superpotenza mondiale”, un soggetto dotato di inedite capacità organizzative e comunicative, grazie soprattutto a un competente utilizzo di Internet come strumento di coordinamento e condivisione. Ciò che abbiamo potuto osservare è stato quindi il risultato di una straordinaria mobilitazione dei vari attori in gioco.
La strategia messa in campo dall'establishment politico-militare statunitense per garantirsi un adeguato controllo dei flussi informativi si è basata su due elementi fondamentali: (1) un approccio pro-attivo alla copertura giornalistica, (2) una strategia della prossimità.
Gli “embedded”
L'espressione più evidente della strategia di prossimità messa in atto dal Pentagono è senza dubbio la scelta operata con l'accredito di 903 giornalisti “embedded”, al seguito delle truppe della coalizione. Prima di partire, gli “embedded” dovettero partecipare a un training ad hoc e sottoscrivere un contratto col Pentagono in cui si stabiliva chiaramente cosa poteva essere riferito e cosa doveva essere taciuto. Condividendo disagi, pericoli e attese con i militari, i giornalisti sono stati portati a un'identificazione che in più occasioni ha dato luogo a degenerazioni culminate col cosiddetto “patriottismo informativo” (incarnato ad esempio da Fox News).
Dal punto di vista del controllo sull'operato dei media i risultati di questa scelta sono stati giudicati eccellenti all'unanimità. I giornalisti “embedded”, come è stato più volte sottolineato, hanno “fatto vedere molto senza spiegare niente”.
I giornalisti indipendenti
Ma l'aspetto più grave dell'approccio “embedding” è stata molto probabilmente la penalizzazione sistematica dei giornalisti “indipendenti”. Penalizzazione che a tratti è sfociata nell'intimidazione, fino ai fatti drammatici dell'Hotel Palestine di Baghdad. I numerosi giornalisti che vi soggiornavano hanno testimoniato l'assenza di motivi che potessero giustificare il colpo esploso contro l'edificio da un carro armato americano, che ha provocato la morte di due cineoperatori e il ferimento di altri. Le organizzazioni internazionali di categoria hanno duramente condannato l'episodio, rispetto a cui nessun portavoce militare ha mai riferito scuse.
Le fonti alternative
Il disagio crescente di porzioni significative dell'opinione pubblica di fronte alla copertura informativa offerta dai media “mainstream”, con la guerra in Iraq raggiunge livelli senza precedenti. Se durante la guerra in Afghanistan le fonti alternative cominciano a guadagnare credibilità e attenzione, con la guerra iraqena del 2003 si registra un balzo dei media indipendenti e il web assume una funzione sempre più rilevante nella ricerca di informazione sui conflitti. Secondo il Sole 24 Ore, tra febbraio e marzo 2003 il tempo trascorso sul web a scopo informativo è quasi raddoppiato (+91%).
Il ruolo dei blog
Da segnalare, in questa diversificazione delle fonti, il ruolo svolto dai blog (o weblog). A partire dalla fine del 2002, nascono i primi diari on line di civili iraqeni. Rappresentano strumenti di approfondimento di grande interesse per gli operatori dei media ma anche per la società civile. Si tratta di fonti molto eterogenee, talvolta poco affidabili, ma spesso di grande efficacia comunicativa, specialmente in relazione alla descrizione della quotidianità vissuta dalle popolazioni civili e dagli operatori dei media e della cooperazione internazionale presenti sul posto. Anche ai soldati americani inizialmente si consente di tenere diari on line. La scelta, abbandonata per complicazioni relative alla riservatezza degli spostamenti di truppe, rientra nella strategia di prossimità messa in atto dal Pentagono: i messaggi dei soldati, i loro diari personali sembrano funzionali ai meccanismi di identificazione perseguiti.
Dalla fine (ufficiale) del conflitto, i diari on line in Iraq (così come in tutto il medio oriente) si sono moltiplicati e hanno dato vita a un reticolo di voci di grande interesse sociale e culturale, nonostante la scarsa verificabilità delle informazioni da essi veicolate.
La situazione attuale
L'estremizzazione del rapporto tra media, governi e opinioni pubbliche verificatasi con il conflitto iraqeno pone alcuni interrogativi rispetto al tema dei conflitti dimenticati.
In particolare si sta lavorando per monitorare il livello di attenzione ottenuta sui grandi media dalle diverse regioni del globo con tecniche che consentano anche di compiere incroci con variabili che possono ritenute rilevanti ai fini della visibilità di un Paese sulla scena globale. Al Berkman Center for Internet and Society della Harvard Law School, Ethan Zuckerman ha messo a punto un software e un impianto di ricerca che consentono di analizzare gli archivi digitali dei grandi network dell'informazione globale monitorando la visibilità di 183 Paesi. I risultati della prima fase del progetto, oggi disponibili, si riferiscono ad alcuni importanti media anglofoni e incrociano il “Global Attention Profile” di ogni paese con le principali variabili utilizzate negli studi della Banca Mondiale (popolazione, prodotto interno lordo ecc.).
Analizzando in particolare la CNN e la Bbc si può chiaramente notare come la seconda risulta essere più equilibrata nella copertura dei vari Paesi del mondo. Ma questo equilibrio sembra più il risultato di una continuità di relazione con i territori delle ex-colonie dell'Impero Britannico che non una scelta editoriale precisa. Lo testimonia la sottorappresentazione dell'America Latina.
Tuttavia il risultato più interessante della ricerca di Zuckerman sembra quello sulla correlazione con le variabili dello sviluppo. La variabile che presenta tassi di correlazione più significativi con la visibilità nel sistema dei media è quella del prodotto interno lordo, che distacca tutte le altre, inclusa quella del peso demografico (che ottiene un peso maggiore nel monitoraggio relativo a Bbc). Anche l'affinità linguistica sembra pesare molto meno della rilevanza economica.
Gli studi quantitativi di questo tipo sono in una fase iniziale, legata alla disponibilità di nuove tecnologie di ricerca semantica su archivi di contenuti in rete. Assumono comunque una rilevanza significativa fornendo una base statistica alle analisi sugli equilibri dell'informazione mondiale e all'elaborazione di principi e strategie che intervengano ridistribuendo sia l'attenzione dei media mainstream, sia l'accesso all'opportunità di produzione e diffusione dei messaggi.
I primi risultati paiono pertanto indicare come l'attenzione dei principali media internazionali non sia rivolta tanto alla straordinarietà dei fatti che si verificano nei luoghi più disparati del pianeta, né alla drammaticità delle notizie, ma sia dettata in primo luogo dal PIL, dal denaro, dalla rilevanza economica di una nazione.
A noi trarre le conclusioni.