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Intervento Convegno 2006

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Giuseppe Fioroni   Intervista

Giuseppe Fioroni Ministro della pubblica istruzione [24.08.2006]

Giuseppe Fioroni

Vi ringrazio per due motivi, uno per avermi invitato e l’altro per aver avuto la bontà di mettermi nell’impossibilità di dire di no, visto che avete organizzato questo Convegno in casa mia, a Viterbo, la mia città, e in una struttura a cui sono particolarmente legato.

Vorrei fare una serie di considerazioni, non di circostanza, che ritengo importanti. I temi che avete affrontato nella lettera che mi avete scritto come invito e che oggi sono stati ripresi dal direttore arrivano, tra l’altro, in un momento di particolare interesse nel nostro Paese. Come governo, abbiamo appena avviato il tema della cittadinanza, che io ritengo importante per una società che si modifica, che si apre, e che sarà anche elemento di confronto e, io mi auguro, non di divisione del Paese. Perché non diventi motivo di divisione del Paese è necessario chiedere alla scuola uno sforzo straordinario perché fornisca un elemento fondante che dia significato alla cittadinanza. Questo è necessario perché l’appartenenza a una nuova comunità implica condividere con chi ospita e con chi partecipa di questa ospitalità la volontà di essere parte attiva nella società, avendo scelto di vivere sul nostro territorio. Il vivere qui non deve essere una scelta dovuta al bisogno o alla fuga da una realtà difficile, ma una scelta condivisa, integrata e trainante che sia corresponsabile delle scelte future: per questo la scuola deve contribuire a far sì che i figli dell’immigrazione (in seguito parleremo anche degli adulti) possano essere inseriti a pieno titolo nella società.

Abbiamo una normativa che già prevede alcuni princìpi importanti. Anzitutto, la nostra scuola deve essere in grado non solo di ospitare i ragazzi che sono presenti sul territorio, ma di integrarli (il termine sono presenti è un termine molto ampio, perché significa essere presenti a qualunque titolo, compresi i ragazzi dell’immigrazione clandestina). Dobbiamo trasformare questo principio, previsto dalla legge Turco-Napolitano (non modificata in questa parte dalla Bossi-Fini) e trasformarlo in un reale obbligo scolastico. Naturalmente, parlando di obbligo scolastico, non mi riferisco all’aspetto delle sanzioni e della coercizione, ma alla capacità di essere una scuola dell’accoglienza. Per fare questo, la scuola deve essere presente sul territorio, e rappresentare un elemento di attrazione per i ragazzi che non la frequentano. Dato che questo compito è affidato solo ai comuni, di fatto riesce a coinvolgere solamente i residenti e gli italiani. Noi dobbiamo realizzare (ho già avviato un discorso con il ministro Amato in questo senso) l’estensione dell’obbligo scolastico, a pieno titolo, anche per i figli dell’immigrazione.

Porto avanti questo disegno con una consapevolezza particolare, perché credo che ciascuno di noi sia geloso della propria storia, della propria cultura, della propria appartenenza a una comunità nazionale e anche della propria identità. Allo stesso modo, dobbiamo renderci conto che la nostra identità, compresa la nostra stessa identità nazionale, è un’identità in divenire, che non può prescindere dal nostro basso indice demografico di crescita. Non è quindi una questione di volere o non volere: la società italiana, come negli altri Paesi occidentali, è destinata a diventare una società multietnica. Noi dobbiamo far sì che questa identità in divenire sia frutto di un nuovo inizio, di una reale contaminazione, di un meticciato proficuo, che metta in relazione la nostra storia, la nostra cultura, la nostra tradizione, con la storia, la cultura, la tradizione delle presenze sul nostro territorio. Come scuola, possiamo e dobbiamo fare la nostra parte. Dobbiamo formare i nuovi venuti, istruirli alla nostra storia, alla nostra cultura, alla nostra lingua, ma credo che questo riesca molto meglio se, come noi siamo orgogliosi della nostra identità, consentiamo a loro di essere orgogliosi della loro, perché solo in questo modo il meticciato diventa proficuo e l’integrazione diventa reale. Quindi il tema su cui dobbiamo interrogarci, nel momento in cui rendiamo l’obbligo scolastico effettivo, è: come consentire loro di coltivare la propria lingua, la propria storia, la propria tradizione, all’interno della stessa scuola e non al di fuori della scuola o dando vita alle loro scuole, mentre studiano l’italiano, la nostra storia, la nostra letteratura? Credo che questo sia il nodo fondamentale su cui dobbiamo non solo interrogarci ma che dobbiamo capire come gestire.

Su questo aspetto sono già state attivate delle buone pratiche, penso alle strutture fiorentine, che possono consentirci di avviare un percorso significativo che consenta, senza aprire dibattiti o grandi confronti, anche a coloro che non sono stati illuminati e che pensano di poter vivere nella torre d’avorio della loro pura identità, di rendersi conto che anche chi si ritiene puro è in realtà contaminato dell’esistenza del resto del mondo. Credo che noi possiamo farlo. Di questo parlo oggi con voi, ma è un argomento che intendo affrontare con pochi dibattiti e molta operatività, perché è l’unica cosa possibile e sono convinto che sia più utile fare che dire…

Credo che questo percorso che realizzeremo nella scuola con i figli dell’immigrazione possa essere anche uno strumento d’aiuto in un altro dibattito di questi giorni, che è stato aperto dal cardinale Scola. Premetto che nella mia vita non ho mai pensato di dover commentare le omelie, sono abituato ad ascoltarle, ma è nell’autonomia di cui gode ogni credente il libero arbitrio e il poter sbagliare autonomamente. Questo è ciò che ho appreso al catechismo, poi forse è un po’ cambiato nel corso del tempo. Ritorno al significato di che cosa significa la scuola pubblica. È un tema collegato a ciò che ho appena detto e allo sforzo di realizzare l’integrazione scolastica e un proficuo meticciato. Noi viviamo in un Paese che non ha né la scuola di Stato, né la scuola unica. Viviamo in un Paese che si è dato liberamente una carta costituzionale che gli italiani, bocciando la devolution sottoposta a referendum, hanno confermato. La costituzione afferma che il diritto all’istruzione, come il diritto alla salute, deve essere garantito a tutti i cittadini italiani, a prescindere da dove sono nati e dal reddito di cui dispongono. Lo Stato è il garante che questi diritti, nel mio caso il diritto all’istruzione, siano fruiti da tutti in maniera appropriata e uniforme sul territorio nazionale. Io riesco ad immaginare con qualche difficoltà che una scuola liberalizzata, come oggi ai ciellini piace molto dirci da Rimini, possa non adattarsi alla logica del mercato. Questa infatti si basa sul costo, sul beneficio e sul profitto. Io non credo che il profitto sia un male, ma ritengo che il profitto che apre la scuola al mercato e al business sia poco opportuno, e per quello che mi riguarda da evitare. Questo è il significato della scuola pubblica, che non apre al mercato. Quello della liberalizzazione non è un problema della scuola cattolica, ma è il problema di coloro che ritengono che un mercato, che è stimato in 100 mila miliardi di vecchie lire, diventa sicuramente appetibile, ed è un mercato in cui si vende il diritto e lo acquista chi lo può acquistare.

Quando Berlusconi mi ha liberato dal problema del famigerato buono scuola (l’ha abolito lui stesso), il governo precedente è stato veramente abile nella tecnica di comunicazione, perché è riuscito a fare il massimo delle affermazioni di principio con il minimo degli sforzi nel sostegno dei princìpi enunciati. Il precedente governo ha sostenuto con forza la scuola libera e le liberalizzazioni, riuscendo a decurtare un terzo dei fondi che aveva stanziato il governo D’Alema.

Ora, io mi pongo il problema: il buono scuola doveva servire, come anche a Rimini è stato ricordato, a consentire che i poveri potessero frequentare le scuole «cattoliche», che, avendo un costo, sono le scuole dei ricchi. Ma io vi dico: dividere in parti uguali tra soggetti diversi non significa consentire alla famiglia italiana di poter scegliere la scuola che vuole, significa consentire alla famiglia italiana di poter scegliere la scuola che può permettersi, perché dare in maniera uguale a soggetti diversi significa lasciar in vita la disuguaglianza che esiste, e si precostituisce il principio che un ragazzo non frequenta la scuola di tutti ma la scuola che può permettersi.

Il nostro sistema scolastico è un sistema universale e solidaristico, dove ciascuno di noi paga non la propria scuola, ma contribuisce a pagare la scuola di tutti in base a quello che ha. Se noi liberalizziamo il mercato avremo sicuramente la competizione per l’eccellenza, molto probabilmente troveremmo dei privati pronti a costruire splendidi licei al centro di Venezia, o al centro di Milano, Roma o Torino, ma non troveremo dei privati disposti a costruire scuole in zone degradate delle aree metropolitane e nei comuni con meno di cinquemila abitanti. Non troverò privati che costruiscono la scuola dell’integrazione per i figli dell’immigrazione né i privati che costruiscono le scuole per l’integrazione dei diversamente abili. Avrò invece un mercato in cui chi può compra l’offerta migliore e chi non può resta nel sistema pubblico che diventa la scuola dei poveri e degli esclusi, che è quella che 60 anni fa, con la Costituzione, abbiamo levato definitivamente di mezzo in questo Paese, e gli italiani, votando no alla devolution, ci hanno ricordato che non la vogliono.

Lo sforzo che dobbiamo fare è di ricordarci che non siamo in una scuola di Stato, ma in una scuola libera, autonoma, plurale. L’autonomia scolastica l’abbiamo inserita nella carta costituzionale, la scuola la vogliamo completamente libera, la vogliamo autonoma, la vogliamo laica, la vogliamo plurale, possiamo mettere tutti gli aggettivi che vogliamo, e la vogliamo anche sussidiaria. Sussidiaria significa che gli erogatori privati esistono e possono esistere nell’ambito di un servizio che è e resta pubblico, perché lo devono garantire lo Stato e le Regioni, e lo devono garantire a tutti in maniera uniforme e appropriata. Questa denominazione di scuola plurale e libera vale anche per la sussidiarietà che riguarda le scuole paritarie e le scuole cattoliche. Io guardo con preoccupazione venire meno la pluralità dei carismi delle congregazioni religiose che gestiscono le scuole, mentre vedo avanzare una concentrazione nella proprietà delle scuole, che afferisce direttamente ad alcune strutture monolitiche, o ad una monolitica struttura nel nostro paese. Questo non è né plurale, né libero, e la paritaria, che può essere sussidiaria, deve mantenere anche il principio di libertà e pluralità… dall’altro lato la cosa peggiore è che una scuola privatizzata rischia di comportarsi, come diceva don Milani, come chi pensa che gli ospedali vengano costruiti per curare i sani invece che i malati, perché i malati è complicato curarli. Allo stesso modo noi pensiamo di avere una scuola solo per i ragazzi perfetti.

Chi investe pensa che sia difficile da realizzare, ma la scuola che è di tutti e per tutti deve legare insieme l’equità con l’eccellenza, sforzandosi di favorire l’eccellenza in una scuola che comprenda anche coloro che sono svantaggiati… proprio ieri il provveditore agli studi di Bologna (che non si chiama più «provveditore», io sono rimasto indietro coi nomi), mi ha mandato uno studio sui ragazzi delle scuole medie superiori di quella città. Ne è risultato che il 19 per cento di quei ragazzi ha sperimentato l’istinto di suicidarsi, mentre il 5 per cento ha tentato realmente il suicidio. Inoltre il 12 per cento vive in un’area di profondo disagio sociale e il 40 per cento in un’area sociale da controllare, un’area dove vi sono disabili o stranieri o comunque persone che hanno una situazione psico-sociale debole. Questo è il contesto della scuola reale in cui quotidianamente viviamo. Se non facciamo lo sforzo di avere una scuola equa che si occupa anche di questo e che nell’equità persegue anche l’eccellenza, noi avremo una scuola di ragazzi perfetti, che riguarda pochi e una scuola di problematici che riguarda tanti. Questo è l’esatto contrario di quello che prevede la nostra Costituzione, rispetto alla quale non ci sono né cittadini di serie A né cittadini di serie B.

Ci sono altri due temi che ci riguardano direttamente e che riguardano anche il tema della società multietnica e della scuola.

Il primo è il problema degli adulti, della formazione continua. Un dato statistico che mi ha colpito molto è quello relativo agli esami di terza media, dove il 40 per cento di coloro che sono bocciati o che prendono insufficiente, e che quindi hanno una acquisizione di competenze labili nel breve periodo, sono figli di genitori a bassa scolarizzazione. Oltre il 60 per cento di questi sono figli che a diverso titolo sono in una situazione di disagio sociale, molti di questi sono immigrati. Se non riusciamo a formare gli adulti, non riusciamo neanche a portare avanti in maniera compiuta il percorso d’istruzione dei nostri ragazzi. A questo proposito, vi immaginate un privato che investe nella formazione continua dell’adulto? Io spero di avviare in via sperimentale già da quest’anno corsi d’istruzione permanente per la famiglia. Cioè di mandare a scuola insieme padre e madre. Diciamoci la verità: l’istruzione continua e l’istruzione degli adulti che abbiamo fatto fino ad oggi è frutto della formazione che chiama formazione, cioè genitori o adulti già scolarizzati che modificano o integrano la propria scolarizzazione. Noi abbiamo necessità di dare un’istruzione di base, di ridurre il tasso di bassa scolarizzazione che ancora caratterizza ampi strati della società italiana. Credo che questo dia la dimensione della complessità della scommessa che si gioca attorno alla formazione continua degli adulti.

L’altro problema è che noi dovremo utilizzare la scuola come strumento di costruzione di pace. Credo che essa debba esserlo sia per gli studenti universitari ma ancora di più per gli studenti delle scuole medie inferiori e delle scuole medie superiori. La scuola deve diventare strumento di costruzione di pace, non solo con semplici viaggi di studio, ma grazie al liceo mediterraneo che stiamo progettando (forse il conflitto israelo-libanese ci rallenterà un po’), un liceo che sia interculturale e anche interreligioso, perché è l’unica sperimentazione consentita senza venir meno all’obbligo di convenzione tra le confessioni religiose e lo Stato. Ho in progetto anche una serie di scambi coi Paesi del Mediterraneo e non solo, a cominciare dall’Iran, che consentano scambi di sinergie tra le nostre scuole medie superiori e gli elementi di formazione superiore di quei Paesi. È un percorso non semplice, però credo che, se lo liberiamo dai substrati ideologici e lo portiamo avanti sui temi dove questo è possibile, sui progetti di tutela ambientale, dello sviluppo sostenibile, cioè temi che non danno la sensazione che qualcuno vuol fare una forma di evangelizzazione o di pre-evangelizzazione che rischia di essere sgradita e non tollerata, io credo che noi potremmo trovare dei momenti di sinergia e di discussione non indifferenti.

Abbiamo avviato già da una ventina di giorni, col sottosegretario Letizia De Torre, che al Ministero segue direttamente i temi dell’immigrazione, la riformulazione della Commissione sull’intercultura. La Commissione deve tornare a funzionare anche sul piano della proposte, dei consigli e degli indirizzi.

Un’ultima annotazione su quanto è stato detto a proposito del fatto che noi vogliamo che la nostra scuola sia anche sufficientemente difficile. Io credo che noi abbiamo un obbligo verso i nostri figli, non quello di regalare loro una scuola severa ma una scuola seria, e di dare loro la consapevolezza che quello che fanno è qualcosa di utile, che serve loro per l’oggi e per il domani, in grado di fare loro acquisire una serie di competenze. Lasciatemelo dire perché io sono ancora convinto che la scuola contribuisca in maniera determinante all’umanizzazione delle nuove generazioni. Per questo, nonostante la forte spinta che dobbiamo dare alla materie scientifiche e tecniche nel nostro Paese, mi ostino a considerare le materie umanistiche indispensabili per l’esame di maturità, che è qualcosa di più della valutazione dell’insieme delle competenze, e dovrebbe considerare la formazione globale dell’uomo, che poi è la centralità dell’uomo, è la sua educazione che sta al centro dell’azione della scuola, dei docenti e del corpo insegnante.

In sintesi, questi sono alcuni degli spunti di lavoro che in questi primi cento giorni abbiamo messo in cantiere. Tenete conto che quando mi hanno comunicato che avrei dovuto fare il ministro della Pubblica Istruzione, io ero già poco convinto di far parte del governo, ma quella di fare il ministro della pubblica istruzione era proprio una delle poche cose che non avevo messo in conto. Quando il primo giorno mi sono trovato nella stanza del ministro fra la scrivania di Giovanni Gentile e quella di Benedetto Croce mi sono detto: «Ma io qui che c’entro?». Poi invece ho pensato che forse non è vero che serva comunque un politico che sia un tecnico alla guida del Ministero, anzi forse tutto sommato si possono evitare una serie di danni. Al Ministero della Pubblica Istruzione è meglio lasciar fare i tecnici ai tecnici, agli operatori lasciar fare gli operatori e alla politica con la «P» maiuscola, lasciare le sintesi giuste, con uno spirito di servizio al bene comune. Poi, se uno è credente, può anche pensare che la divina provvidenza serva a qualche cosa e quindi speriamo che vada bene. Speriamo che voi, a consuntivo, possiate dirlo.

©Cem Mondialità
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