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Saluti Convegno 2006

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Lorenzo Chiarinelli   Saluti al Convegno

Monsignor Lorenzo Chiarinelli [25.08.2006]

Vescovo di Viterbo

Ringrazio vivamente padre Rosario Giannattasio per la sua presentazione. Come vescovo di questa comunità sono qui per darvi un cordialissimo benvenuto. Benvenuti voi come persone, benvenuti come CEM, benvenuti come tema che avete voluto scegliere, così alto e impegnativo. Vorrei ricordare l’espressione di Paolo nella Lettera ai Romani. «Ho voglia di vedervi perché ci conforteremo insieme nella fede comune». Vorrei dirlo anch’io: confortarci insieme, non solo per questa grande missione, l’orizzonte della fede, ma anche per questo abbraccio alla mondialità che caratterizza la vostra specifica espressione. C’è possibilità di confortarsi? Io credo proprio di sì. Anzitutto, vorrei esprimere la mia personale gratitudine ai saveriani, non solo a padre Rosario, ma a tutti quanti vedo qui oggi, perché da giovane, negli anni ’50, seguivo una vostra rivista, una delle migliori di allora, dal titolo Fede e civiltà (ora si chiama Missione Oggi). Essa ha influito molto sulla mia vita e sulla mia visione del mondo, non solo per quanto riguarda l’esperienza della fede, ma anche per quella seconda parola, civiltà, visione che oggi ritrovo in questa vostra esperienza.

Ricordo anche il vescovo mio predecessore ad Aversa, monsignor Gazza, anche lui saveriano, con cui avuto modo di condividere tre mesi di vita comune, una delle figure più care, più dolci, più intelligenti, più fraterne che io abbia conosciuto. Quindi non posso che dire grazie.

Un vescovo ha molte incombenze. Io ormai sono vescovo da 25 anni, sono un vescovo anziano, ma fino a 15 anni fa la mia vita è stata dedicata all’insegnamento: ho insegnato in un liceo e all’Università Urbaniana. Ritengo l’educazione la sfida fondamentale del nostro tempo. O noi affrontiamo questo tema o non avremo non solo la memoria (e questo, direi, è uno dei dati più negativi), ma nemmeno il futuro, mentre il nostro oggi sarà di vagabondaggio. Noi sappiamo che l’uomo è pellegrino nel tempo e nella storia, ma non è vagabondo: la differenza consiste nella capacità di sapere da dove si viene e dove si va. Questa è educazione, nel significato forte del termine, e allora non posso che rallegrarmi con voi.

L’educazione alla mondialità, cari educatori, è il vostro grande compito, ma in merito io vorrei rivolgere una supplica anche a voi giovani, come ci ha ricordato il Concilio Vaticano II con la Gaudium et spes. Vorrei andare più a monte, al Vangelo. La parola mondialità richiama mondo. Non lo dimentichiamo mai. Gesù nel Vangelo ci ha lasciato questo messaggio: Dio ha tanto amato il mondo. Noi abbiamo bisogno di amarlo e Gesù ha detto che la sua esperienza era pro vita mundi, per la vita del mondo. Ecco credo che su questo dobbiamo impegnarci.

Voi avete scelto un tema straordinario, che a me fa tremare le vene nei polsi: il bene e il male. Che cos’è il bene? Che cos’è il male? Dove sta il bene? Dove sta il male? Non tocca certo a me rispondere, Antonio Nanni e gli altri che interverranno vi diranno di più e meglio. Ma già Sant’Anselmo diceva che il male era defectus boni e Tommaso quel defectus l’ha tradotto con privatio boni. Queste due espressioni defectio boni o privatio boni mi ricordano un grande santo, Giovanni della Croce, che ha scritto: «Dove non c’è amore metti amore e troverai amore». Possiamo trasferire questa espressione nel discorso tra bene e male? Senza entrare in questioni metafisiche o teologiche, voi lo farete … sul piano sia pedagogico sia didattico.

Dobbiamo guardarci dentro, con attenzione, accogliete l’invito di un vescovo, un uomo modesto che è qui in una piccola chiesa: il mondo non siamo noi, non possiamo dire il mondo siamo noi, non possiamo neppure però rassegnarci al mondo così com’è. Tra queste due sponde dobbiamo giocare il grande ruolo dell’educazione, tra il bene e il male c’è una realtà che si chiama consapevolezza, responsabilità, ma soprattutto libertà, che è un compito sempre aperto. Una libertà non solo da alcune realtà, quindi liberazione, ma anche una libertà per, perché là dove essa manchi vuol dire anche obiettivo, compito, punto terminale. Se è vero che l’amore muove, lo fa come attrazione (lo diceva già Platone), il vero movimento che dobbiamo imparare a cogliere è quello che attrae, cioè muove come oggetto d’amore, ma se è oggetto d’amore allora attrae, allora è un valore, una realtà che affascina.

Se non riusciamo a proporre realtà che siano fascinose, capaci di attrarre, noi non costruiremo o susciteremo energie sufficienti per costruire qualcosa, questa è una grande verità. Allora ecco il mio augurio: che questo riflettere sul bene e sul male, che questo compito di educare alla mondialità porti realmente a scegliere. Difficoltà grande questa, perché il mondo di oggi, dopo aver fatto un’esperienza esaltante, perfino presuntuosa, di pensare di costruire il tutto, si trova in difficoltà. Noi veniamo dagli assoluti dell’Ottocento, quando l’Io si è ammalato di elefantiasi e ci ha portato agli assoluti, agli assolutismi, con lacrime e sangue. Noi dobbiamo trovare un modo di agire, tra questa visione che è, direi, tragica, e un’altra, che è l’opposto, che invece tutto nega, tutto elimina e che fa dire al poeta John Milton nel Paradiso perduto a Satana che prega «O nulla sii il mio tutto, o male, o male, sii tu il mio bene». Questa è un’esperienza che non è solo letteraria, ma che rischia di diventare anche un’esperienza esistenziale.

Tra l’ottimismo ottocentesco e il nichilismo odierno, che minaccia le nostre esperienze, non solo esistenziali, ma anche quelle propositive ed educative, dobbiamo imparare a fare grandi scelte, e credo che (questa non è piaggeria) uno sforzo di educare alla mondialità nella densità che il termine mondo esprime, nella lucidità coraggiosa che questa pedagogia via via vuole elaborare, ci possa offrire un orizzonte in cui quella privatio venga riempita, in cui quella defectio venga sanata, perché l’ultima parola, lo diceva ieri il Papa, non sarà né il male, né il nulla, né la morte, né la fine, ma sarà tutto il contrario. Voi non solo ne siete i segni, ma ne siete i protagonisti. Buon lavoro e grazie.

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