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Interculturafase2 Febbraio 2006

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Rita Vittori   Intercultura fase2

I cambiamenti delle famiglie migranti - II parte

Rita Vittori

Lo scorso mese abbiamo affrontato alcuni dei cambiamenti che intervengono nelle famiglie quando scelgono di emigrare. Questi cambiamenti avvengono, in parte in modo spontaneo, perché le famiglie si adattano al cambiamento del contesto di vita, altri avvengono nel tempo, dopo conflitti o resistenze.

Si tratta comunque di cambiamenti dolorosi, soprattutto per le prime generazioni che devono mettere a confronto dentro di sé cornici culturali diverse, a volte in contrapposizione.

Le pratiche di allevamento dei figli

Se si diventa madri in terra straniera spesso si soffre di un sentimento di solitudine a causa della lontananza dalla famiglia di appartenenza, che normalmente supporta la neo-madre con cure e attenzioni sia nel periodo della gravidanza, che in quello dopo il parto. Soprattutto le donne anziane impartiscono molti insegnamenti alle giovani madri che, durante quel periodo, oltre che di riposo hanno bisogno di imparare a gestire il neonato. In terra straniera tutte le pratiche tradizionali e la sapienza di chi ha già allevato molti figli vengono a mancare: la donna si ritrova da sola ad affrontare le fatiche del puerperio. A volte molte donne cercano di adeguarsi alle modalità di cura del neonato praticate nel nuovo contesto, essendo gli unici riferimenti a loro disposizione, ma provano un sentimento di spaesamento, in quanto spesso questo configge con la visione dell’infanzia del paese di origine. Nella nostra cultura il neonato diventa il fulcro delle attenzioni della famiglia, spesso ha già una camera da letto tutta sua, dove dorme protetto dal silenzio e il mercato gli dedica tutta una serie di articoli pensati per lui. In altre parti del mondo i genitori non modificano la loro vita quotidiana, e il bambino vi prende parte dormendo quando ha sonno nel luogo ove si trovano i genitori. Ciò che per noi è rumore, per la mamma africana è vita: e il figlio si addormenta cullato dalle voci degli adulti senza mostrare il minimo fastidio. Anche la concezione del contatto corporeo è diversa: il bimbo africano ha un contatto prolungato con il corpo della madre che lo porta con sé nella fascia o sulla schiena o sul petto. Anche i massaggi, che ora vengono insegnati anche alle madri italiane nei consultori pediatrici appartengono ad altre culture, dove vengono praticati come elemento essenziale per la crescita e identità sessuale del neonato. Il concetto di svezzamento varia da cultura a cultura: nel nostro paese al neonato è previsto un programma di alimentazione che scandisce le varie fasi di crescita; in altri paesi si assiste ad un allattamento al seno molto prolungato nel tempo seguito dal passaggio diretto a un’alimentazione simile a quella dell’adulto.

Spesso, nelle situazioni di maggiore benessere economico, le madri delle neo-mamme vengono in Italia per assistere le figlie al momento del parto oppure, al contrario, le figlie vanno a partorire nel paese di origine e poi tornano in Italia.

Nuovi rapporti intergenerazionali

Nel contesto migratorio mutano anche i rapporti tra genitori e figli: soprattutto se i figli arrivano già grandi nel nuovo paese fungono da ponte tra la cultura di appartenenza e quella del paese di residenza. Sono loro, infatti, ad apprendere più velocemente la nuova lingua, diventando così mediatori tra la famiglia e l’esterno.

Un esempio tipico di ciò è quanto avviene al momento dell’iscrizione a scuola: sono moltissimi i casi in cui i figli aiutano i genitori nell’espletamento delle pratiche burocratiche, fungendo da mediatori linguistici con gli addetti alle segreterie. Altrettanto spesso troviamo fratelli maggiori che partecipano alle assemblee di classe o ai colloqui per la valutazione periodica dei fratelli più piccoli, come intermediari tra gli insegnanti e la famiglia.

L’esperienza scolastica diventa anche il momento focale in cui il bambino si avvicina alla cultura di accoglienza: porta a casa ciò che impara a scuola come nuove abitudini, nuovi concetti, nuove modalità di rapporto con i genitori, nuove richieste, nuovi gusti nel mangiare. È il vero mediatore interculturale.

Non sempre i genitori sono pronti ad accogliere nuovi valori o norme di comportamento e a gestire la lontananza tra il mondo da cui provengono e quello in cui vivono attualmente. Spesso sorgono conflitti tra le generazioni perché di fronte al rifiuto di adeguarsi alle proprie norme, la famiglia teme di perdere il proprio patrimonio culturale e di ritrovarsi con un figlio “sconosciuto”.

Uno dei nodi problematici è quando il figlio, frequentando la scuola o amici italiani, non voglia continuare ad esprimersi in famiglia nella lingua di origine, ma privilegi la lingua italiana. Soprattutto se i genitori non la padroneggiano, si creano situazioni di conflitto a causa della mancanza di comunicazione reale che si instaura. C’è da considerare che la lingua madre diventa il simbolo della propria appartenenza e del potere dei genitori sui figli, riconoscimento della loro incontrastata autorità. È normale quindi che questo rifiuto venga vissuto dai genitori con molto dolore e ansia: per loro significa non avere più nessun riconoscimento. Già l’inserimento lavorativo normalmente è al di sotto delle potenzialità o del titolo di studio dei padri, e rappresenta una pesante fatica emotiva per loro, se si aggiunge anche il peso di un figlio che disconosce le proprie radici, possiamo immaginare la rabbia e la sofferenza provati. Non tutti i casi diventano situazioni esasperate, dove si assiste anche a forme di violenza reciproca, solitamente dopo un periodo di apparente dimenticanza della lingua madre, si arriva ad una sorta di bilinguismo. Il figlio è in grado di comunicare nelle due lingue, anche se, ovviamente, ne perde le sfumature.

Dalle ricerche fatte sembra che l’elaborazione della doppia appartenenza si verifichi se l’esperienza migratoria avviene nei primi anni di vita del bambino, quando la sua identità è ancora solo parzialmente definita. Risulta più faticosa e conflittuale soprattutto nel periodo adolescenziale, che già di per sé rappresenta una fase di sradicamento dall’infanzia verso la maturità.

Soprattutto se i figli si ricongiungono alla famiglia in Italia dopo anni di lontananza, anche contro la propria volontà, si può assistere ad un rifiuto a integrarsi nella nuova situazione: prevalgono la nostalgia di luoghi, persone, amici che hanno già fondato la storia del ragazzo. Oppure si può assistere ad una sfrenata ricerca di diventare come i compagni italiani, comunque rifiutando tutto ciò che arrivi dalla famiglia. In entrambi i casi l’equilibrio del ragazzo subisce delle forti perturbazioni, che a volte sono momentanee, altre volte, purtroppo, sfociano nella patologia mentale. In altri casi ancora i ragazzi, alla ricerca di guadagni facili, vengono presi nella maglia della delinquenza locale, andando ad aumentare le fila dei piccoli corrieri di droga o dei piccoli ladri.

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