Interculturafase2 Febbraio 2006
Intercultura fase2
La narrazione-ponte
Antonella FucecchiÈ più facile erigere un muro che costruire un ponte
Edificare un muro richiede una competenza ingegneristica limitata: occorre conoscere le leggi che regolano la stabilità di un certo numero di materiali edili sovrapposti perché resistano agli urti e agli attacchi;. nasce per essere inaccessibile, impenetrabile. Un muro non si discute.
Anche le narrazioni, le costruzioni identitarie, le appartenenze, le letture interpretative possono tramutarsi in muri pensati per isolare e dividere: il muro rassicura, indica chi sta dalla parte giusta, separa gli spazi leciti dagli illeciti, impedisce o controlla scambi e rapporti.
Il ponte, invece, si slancia, sfida le leggi della statica, si inarca, abbraccia due sponde, apre opportunità che la natura ha vietato. E’ fatto per essere attraversato, esposto alle contaminazioni: nel suo punto centrale è sospeso nel vuoto, è un non luogo in cui è possibile stare a metà, senza essere tutto da una parte o dall’altra. Il crollo di un muro è liberante, il crollo di un ponte dispera, evoca anche simbolicamente la distruzione che allontana per sempre due sponde provvisoriamente unite. Una delle immagini più emblematiche della guerra yugoslava è l’abbattimento del ponte di Mostar.
Oltre il muro: riconciliare i punti di vista
Nonostante Israele stia edificando un muro contestato, sul piano storiografico, invece, a partire dagli anni Ottanta, molti studiosi operano per costruire ponti narrativi, sottoponendo a revisione critica la narrazione autoreferenziale e apologetica di impostazione sionista della storia della fondazione del loro stato.
Per contestare tale chiave di lettura unilaterale hanno inevitabilmente avvertito l’esigenza di confrontarsi con la narrazione e le interpretazioni dell’altro, il nemico. Risultato di questo atto coraggioso di decentramento è un testo scritto a più mani: Parlare con il nemico. Narrazioni palestinesi ed israeliane a confronto, a cura di Jamil Hilal (sociologo palestinese) e Ilan Pappe (docente all’università di Haifa), Bollati Boringhieri, Torino 2004.
L‘introduzione illustra la metodologia impiegata dai due docenti universitari e dai loro colleghi nei vari contributi, nel porre in parallelo le narrazioni, generalmente contrapposte ed inconciliabili dei fatti che hanno portato alla fondazione dello stato di Israele per gli uni e alla Nakba per gli altri. L’operazione ha lo scopo di superare la fissità delle rispettive versioni, senza destituirle di fondamento, per arrivare, con tutte le cautele, alla scrittura di una “narrazione ponte” che svolga una funzione di “apertura” in vista di una riconciliazione.
La narrazione-ponte e i suoi presupposti
Il concetto di narrazione-ponte è prevalentemente impiegato in ambito letterario, accanto alla decostruzione; il suo uso in spazi storiografici offre rilevanti opportunità, perché questo tipo di intervento storiografico è una “intrusione decisa nell’orientamento della ricostruzione”.
Per elaborare una narrazione ponte, occorre maturare sul piano della ricerca degli atteggiamenti così sintetizzabili:
- un punto di vista relativistico sulla storiografia
- un approccio critico alle ideologie dominanti
- una precisa consapevolezza della contestualità storiografica.
Una narrazione ponte è “ il consapevole sforzo storiografico compiuto da storici appartenenti a società dilaniate da prolungati conflitti interni ed esterni per andare al di là di narrazioni e storiografie in guerra tra loro”. È una operazione che si prefigge di trovare strategie di riconciliazione che non passino soltanto attraverso i trattati o accordi politici, ma anche attraverso le interpretazioni, le chiavi di lettura e gli immaginari.
Alcune precondizioni indispensabili
Il primo passo deve essere compiuto da chi si trova dalla parte del più forte ed è disposto ad affrontare con un approccio critico le proprie posizione per lasciare spazio alla narrazione della parte avversa, il che può avvenire solo in un clima politico propizio (seconda precondizione).
Alla fine degli anni Ottanta, un gruppo di storici israeliani hanno dato avvio ad un processo di revisione del quadro della guerra del 1948 elaborato secondo la versione sionista ufficiale, per ridurre il divario apparentemente inconciliabile che lo separa dalla narrazione palestinese. L’atteggiamento fondamentale è fondato sull’ascolto della versione dell’altro, riconoscendole legittimità e cittadinanza, in quanto nata dall’esperienza vissuta a livello individuale e collettivo dai palestinesi. Il problema nasceva anche dalla difficoltà di considerare storicamente attendibile i ricorso ad alcune fonti orali relative all’espulsione dai villaggi palestinesi del 1948, con la distruzione di 400 villaggi e il massacro di migliaia di civili.
La terza precondizione è relativa ad un mutamento nella struttura di potere che decide culturalmente la posizione ufficiale e ha determinato la prospettiva storiografica. E’ dunque un cambiamento rilevante che avviene nei centri di produzione del sapere, con un decentramento del punto di vista che passa dalla posizione egemone a quella di gruppi minoritari, subalterni od oppressi, come donne, minoranze, popoli colonizzati. Il mutamento di prospettiva genera una narrazione divergente, ma ugualmente vera e legittimata che, se accolta e approvata, apre la strada, ad una rilettura radicalmente nuova, contrastiva e plurale degli eventi storici. Il mutamento è stato possibile, quando Israele ha rinunciato alla colonizzazione non solo della terra, ma anche della storia dell’altro.
La quarta precondizione riguarda la metodologia. Le narrazioni ponte non si fondano su una storia elitaria e nazionalistica, ma mettono al centro la storia e soggetti non diplomatici e militari, ma donne, lavoratori, profughi travolti dal conflitto. E’ un approccio interdisciplinare. Ne nasce una storia relazionale, empatica, fondata anche su fonti orali e testimonianze dirette: una storia “dal basso”.
J. Hilal, I. Pappe ( a cura di ) Parlare con il nemico. Narrazioni palestinesi e israeliane a confronto, Bollati Boringhieri, Torino 2004
A. A.V.V: La storia dell’altro. Israeliani e palestinesi,: un manuale si storia per le scuole con due narrazioni,”due verità” che corrono parallele nella stessa pagina, ed. Una città, Forlì 2003
G. Belardinelli. Oltre il muro. Storie, dialoghi tra israeliani e palestinesi, L’Ancora del mediterraneo, 2005
Per elaborare una narrazione ponte occorre un mutamento nella struttura di potere che ha determinato finora la prospettiva sulla storiografia
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