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Il resto del mondo Febbraio 2006

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   Il "resto del mondo"

Ecologia delle migrazioni

Mauro Ferrari

All’interno del 10° corso di educazione ambientale del Parco Oglio Sud, con sede a Calvatone (CR), è nata una “nuova meta-materia”: l’ecologia delle migrazioni. Non si tratta di una materia vera e propria, ma di una meta-materia: a scavalco tra italiano, storia, geografia, economia, scienze… Se infatti al Parco abbiamo finora imparato a classificare scientificamente alberi, farfalle, aironi, licheni, insetti del terreno; ad analizzare l’acqua del fiume, non abbiamo mai provato a studiare l’ambiente in forma diacronica, a scoprire da dove provengono vegetali e animali che popolano il nostro ecosistema. Se invece mettiamo insieme la storia degli esseri umani e dell’ecosistema - locale e globale - scopriamo alcune connessioni interessanti. Ad esempio che su scala planetaria sono migrate prima alcune materie prime, alcuni vegetali, e solo successivamente gli esseri umani.
Potremmo dire che gli uomini hanno seguito il percorso migratorio dei vegetali che un tempo coltivavano. Prima i pomodori, il mais, il cacao, poi i discendenti degli aztechi. Prima il petrolio, poi gli africani… È evidente che qualcuno ha iniziato, camuffando come scoperta, questo lavoro di rapina; ché i vegetali non sono migrati da soli (ma ci arriveremo con calma).

Alcuni esempi: pomodori, gelsi, caffè…

Il pomodoro

Si tratta di una solanacea originaria dell'America Latina, per un lungo tempo coltivata in Europa a solo scopo ornamentale, poiché i frutti non erano ritenuti commestibili. Solo con l'inizio del secolo, nei paesi mediterranei, iniziò la coltivazione intensiva e la trasformazione e conservazione industriale del prodotto, al punto che il nostro Paese figura al terzo posto nella graduatoria mondiale per la produzione e l'esportazione.
Dal punto di vista linguistico scopriamo che il modo di chiamarlo ripercorre la storia della sua diffusione: il dialetto mantovano e cremonese lo chiama “tumàta”; gli inglesi tomato, mentre gli aztechi l’avevano battezzato tomatl…
Quante specie sono partite, quante venivano coltivate, di là dall’oceano, ma anche di qua, quante vengono coltivate oggi? E perché? L’aver selezionato poche varietà coltivabili industrialmente significa aver aumentato o diminuito la dipendenza da agenti chimici (concimi, antiparassitari)?… Una immaginaria “intervista al pomodoro” potrebbe chiarire molti di questi aspetti.

Il gelso

Un altro vegetale, stavolta un albero. “Secondo una delle leggende relative al baco, diffusa in Cina, la scoperta dell'utilità di questo insetto si deve a una antica imperatrice di nome Xi Ling-Shi. L'imperatrice stava passeggiando quando notò i bruchi. Lo sfiorò con un dito e, meraviglia delle meraviglie, dal bruco spuntò un filo di seta! Man mano che il filo fuoriusciva dal baco, l'imperatrice lo avvolgeva attorno al dito fino ad ottenere un piccolo bozzolo. Insegnò quanto aveva scoperto al popolo, e la notizia si diffuse. In Italia venne introdotto dai saraceni. Quando conquistarono la Sicilia, i saraceni vi introdussero la coltivazione dei bachi da seta, allora sconosciuta in Europa. La Sicilia mantenne per diversi secoli una posizione avvantaggiata nella produzione di seta; questa attività contribuì notevolmente alla ricchezza dell'isola. Diventa estremamente interessante, in un periodo storico contrassegnato da (vere o presunte) rivalità commerciali tra Europa e Cina, ricostruire la storia della diffusione del gelso, della sua importanza economica (in quanti paesi si trovavano filande, quante famiglie allevavano bachi nelle loro case), del suo declino e dei rari filari che rimangono nelle campagne (tra l’altro, infestati dalle larve della Ifantria, importata insieme alla soia dall’America del nord – un’altra migrazione dagli effetti inattesi).

Tè, caffè, cacao

Se ci spostiamo dall’ambiente esterno a quello interno, domestico, possiamo applicare lo stesso approccio ad alcuni alimenti, stavolta non coltivabili, almeno nel nord Italia, quali il caffè (originario dell’Etiopia e dello Yemen), il the (dal Tibet, dalla Cina), il cacao (dall’Amazzonia), che sono entrati a far parte delle abitudini alimentari. La storia di questui alimenti è benissimo raccontata da numerosi opuscoli meritoriamente prodotti dal circuito delle “botteghe del commercio equo” e da alcuni centri interculturali (segnalo qui la “casa delle culture” di Ravenna). Quello che diventa interessante è come nelle case si sia evoluto il gusto, il consumo di questi prodotti (per quanto riguarda il caffè ad esempio siamo passati dai succedanei, come la cicoria, o la cosiddetta “miscela olandese” al caffè propriamente detto; tracce della memoria dei gusti alimentari sono sicuramente presenti in molte famiglie).

Le migrazioni di vegetali meticciano il mondo

Le ricerche sui vegetali ci insegnano molte cose. Qui accenniamo a due.
Innanzitutto possiamo affermare che le migrazioni dei vegetali precedono le migrazioni umane. Quindi ricostruire la storia dei vegetali ci aiuta a riconoscere sia la trasformazione del paesaggio e dell’economia, sia le traiettorie delle migrazioni umane.
La lettura del paesaggio locale ci insegna che alcune popolazioni hanno beneficiato delle scoperte e dei prodotti di altre popolazioni; e, conquistando quei territori, se ne sono appropriati.
Che la sottrazione di risorse, vegetali o minerali, ha impoverito a tal punto quei popoli da costringere i loro discendenti a vivere nella miseria o a migrare, seguendo la stessa rotta dei vegetali di cui, prima, disponevano.
Attraverso la storia dei vegetali possiamo allora ricostruire la storia della conquista delle Americhe, delle colonie; possiamo leggere l’economia locale e globale.
Se poi volessimo ricostruire la storia del petrolio, del metano, del carbone, o dei metalli, dei minerali, del coltan, questa dimensione si rivelerebbe in maniera ancora più chiara. Potremmo capire meglio come mai scoppiano le guerre, addirittura prevedere –magari prevenire! - i prossimi conflitti (anche se qualcuno si limiterebbe a prevenire le prossime migrazioni).
Possiamo riflettere sulla biodiversità.
E ancora: cosa sarebbe del nostro paesaggio abituale, se dovessimo fare a meno dei pomodori, del mais, di tutto ciò che non è rigorosamente “autoctono”? di cosa ci nutriremmo? cosa popolerebbe le nostre campagne?
Ma c’è un’altra considerazione da fare: il nostro mondo (umano - identitario, culturale – e vegetale) è un mondo meticcio. La globalizzazione e la storia delle migrazioni ci insegnano che si tratta di un dato di fatto irreversibile. L’unica differenza, rispetto alle ibridazioni naturali, sta nella artificiosità del processo, nei vantaggi che qualcuno trae a scapito di qualcun altro. Ma accade.
E, nella scuola, le classi sono meticcie. Apparteniamo ad uno stesso ecosistema. Siamo elementi costitutivi di una dimensione planetaria.
Allora interrogare l’ambiente ci permette di ricostruire la nostra storia, come quella di un mondo “tutto attaccato”. Che non ci impedisce di leggere le disuguaglianze, ma nel contempo, oggi, di praticare le convivenze. Di diventare attori consapevoli della globalizzazione in corso, anche nei suoi effetti, di valorizzarne gli aspetti positivi: la possibilità di incontrarci tra diversi. La possibilità di “verificare” nell’evoluzione dell’ambiente esterno (il paesaggio agrario), dell’ambiente domestico (consumi, gusti alimentari), dell’ambiente scolastico (quante lingue si parlano a scuola? La lingua del te’, quella del caffè, del mais? quanti sapori ci sono, o ci vorrebbero, in mensa?)
Ecco perché, intervistando il pomodoro, il gelso, il caffè possiamo scoprire come funziona il mondo.

©Cem Mondialità
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