La pagina di... Rubem Alves Gennaio 2006
La pagina di... Rubem Alves
Libri che danno gioia
Rubem AlvesCome psicologo ho scoperto che dietro a tutte le patologie dei miei pazienti c’è una sola richiesta: “Voglio essere felice!”. La felicità è la preghiera universale. Ma se ci sono ricette per ottenere il piacere, non ve ne sono per la felicità. Quindi quello che posso fare è parlare delle cose che mi rendono felice, nella speranza che ciò sia di aiuto all’altrui felicità.
Mi limito qui alla gioia che viene dai libri. Divorare troppi libri non fa bene, come non fa bene troppo cibo. Schopenhauer disse di conoscere molti eruditi che avevano letto fino a istupidire. “Per questo, disse, l’arte di non leggere [certi libri] è estremamente importante, perché la vita è corta, scarsi il tempo e le energie”. Seguendo il suo consiglio, qualche anno fa ho regalato metà dei miei libri: m’ero reso conto che non avrei avuto il tempo di leggerli e non mi avrebbero dato gioia.
Ci sono libri che danno piacere, sono come gli aneddoti: danno piacere alla prima lettura e… si possono regalare. Ci sono libri (pochi!) che danno gioia, assomigliano alle poesie: non ci si stanca mai di leggerli di nuovo.
Ci sono libri che mi allietano solo a pensarli. Sono, oltretutto, di facile lettura.
Cito per primo Zorba il greco, di Nikos Kazantsakis. Mi piacerebbe vivere e morire come Zorba. “Un uomo come me dovrebbe vivere mille anni”, furono le sue ultime parole.
Di João Guimarães Rosa, Miguilim, un bambino che aveva gli occhi del crepuscolo: “Il tempo non lo conteneva. Ogni mattina già era sera. Ogni giorno prendeva un sorso di vecchiaia”. Mi sono visto Miguilim. E poi Grande sertão, la Bibbia di João. Ogni pagina è ispirata.
Di Albert Camus, Primi quaderni, pensieri nel momento che nascono: “Dio ha bisogno di anime aggrappate al mondo. A lui piace la nostra allegria”.
Storia senza fine, di Michael Ende, viaggio meraviglioso del ragazzo Bastiano Baltazar Bux nel Regno della fantasia, nell’incosciente, senza usare una sola parola di psicanalisi.
Quando ho terminato la lettura di L’Amore ai tempi del colera, di Gabriel García Márquez, dissi tra lacrime e riso: “Se io fossi l’Onnipotente, in questo momento proclamerei: Ora finalmente è terminata l’opera della creazione…”.
Di Hermann Hesse, Sidharta, specialmente il dialogo con Vaseduva, il barcaiolo: “Il fiume mi ha insegnato ad escoltare, disse Vaseduva a Sidarta; il fiume sa tutto. Da lui si può apprendere ogni cosa. Le voci di tutte le creature vive possono essere udite nella sua voce. E così essi sedevano insieme, sul tronco di un albero, al cadere della notte. Udivano l’acqua in silenzio, acqua che per loro non era solo acqua, ma la voce della vita, la voce dell’Essere, della Trasformazione eterna…”.
La poetica dello spazio e La poetica della rêverie, di Bachelard: “Scosto soavemente un ramo; l’uccello è lì che cova le uova. Non vola via. Freme appena. Io tremo per averlo fatto tremare. Temo che l’uccello che cova sappia che io sono un uomo, l’essere che ha smesso di godere della fiducia degli uccelli. Rimango immobile. Lentamente si placa la paura dell’uccello e la mia paura di provocare paura. Lascio che il ramo torni al suo posto. Tornerò domani. Oggi mi porto dentro questa gioia: gli uccelli hanno fatto un nido nel mio giardino”.
Di Jorge Amado, Quincas Berro Dágua, una delle storie più deliziose che abbia mai letto.
Di Saramago, Memoriale del convento, che è la storia inventata del convento di Mafra, in Portogallo. Ma ciò che mi ha più commosso non è stata la costruzione del convento, bensì la sottostoria del Padre Volante, Bartolomeo di Gusmão, che voleva costruire una “passarola”, un aerostato, e scoprì, con gli alchimisti olandesi, che l’unica cosa che poteva far volare il pesante era la volontà degli uomini. A questo punto entra in scena la veggente Blimunda che percorre i campi di battaglia e imbottiglia le volontà che escono dalle narici dei moribondi, mettendole poi insieme… e fu così che fecero volare la passarola. Di Saramago, anche Il Vangelo secondo Gesù Cristo: ogni modo di amare vale la pena! Il Figlio di Dio lo sa bene!
E di Nietzsche, Ecce Homo, dove si trovano le chiavi per il labirinto della sua anima.
Ecco i libri miei compagni di felice solitudine. Chi li legge entra nella mia confraternita.
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