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Editoriale Gennaio 2006

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Brunetto Salvarani   Editoriale

Anno nuovo, ascolto nuovo

Brunetto Salvarani

Anno nuovo vita nuova, e nuovi propositi di cambiamento. Vorrei imparare ad ascoltare. Perché oggi mi sembra sempre più difficile ascoltare gli altri! Questione che risulta tanto più seria se pensiamo che l'ascolto va considerato uno degli elementi essenziali dell'esperienza educativa, senza il quale è impossibile un reale discernimento. Uno dei più trascurati, peraltro, e dei più complessi da affrontare. Direi che la parola educante sta attraversando una profonda crisi per vari motivi (dall'abnorme proliferazione di messaggi che siamo costretti a subire alla terribile carenza di maestri e testimoni) ma in primo luogo perché non siamo più capaci di ascoltare l'altro da noi, né di ascoltare noi stessi. Il che vanifica ogni ipotesi di educazione alla radice.

Esistono due modalità opposte di ascoltare, in una relazione comunicativa. Una consiste nell'impossessarsi dei discorsi dell'altro per porli a servizio della propria tesi e dei propri interessi, senza interessarsi realmente della loro sostanza; la seconda, nel sentire l'altro, cercando di capire da dove egli parla, andando in modo accogliente verso di lui. La prima, evidentemente, è purtroppo di gran lunga la più diffusa: si ascolta senza davvero sentire, fino ad utilizzare l'ascolto (teorico) come alibi per mantenere la situazione immutata, non metterci in gioco e consolidare i malintesi. Fino a frustrare colui che è stato (formalmente) ascoltato, e ha spesso la sgradevole impressione di aver parlato ad un muro. Così la comunicazione, etimologicamente un mettere in comune, non avviene, e si producono piuttosto malinconia, rabbia ed autismo.

Il processo educativo e l'invito a maturare una capacità critica, al contrario, non possono che prendere le mosse da una reale apertura all'altro, da una sua lettura il più possibile attenta: il che, in verità, nell'esperienza quotidiana (e per di più in questo frangente storico) non accade quasi mai. Non siamo allenati ad ascoltarlo, l'altro. Lo inchiodiamo volentieri in quattro e quattr'otto ad un'immagine stereotipata, ad un modello preconfezionato…

In un'ottica antropologica, l'ascolto implica una differenza. Solo accettando il rischio di ascoltarlo, siamo in grado di apprendere dall'altro qualcosa che non conosciamo e potrebbe arricchirci. Non è casuale che la giustizia giusta imponga l'audizione dell'indagato oltre che dell'accusa, mentre la giustizia ingiusta (delle dittature e degli assolutismi di ogni risma) tende a negare l'ascolto, dato che nega l'altro. E molti detti della sapienza di ogni tempo suggeriscono di non condannare nessuno se non ci si sia trovati nella stessa condizione, senza aver mangiato con lui un chilogrammo di sale, per gli arabi, o senza aver camminato alcune lune coi suoi mocassini, per i nativi americani. Perciò dovrebbe risultare quanto mai arduo giudicare chiunque, sempre! Da un simile punto di vista l'ascolto può essere definito come il rapporto non giudicante con l'altro: virtù che rimanda ad un'educazione lunga, faticosa, ad un paziente tirocinio da considerarsi una premessa indispensabile al dialogo e a qualsiasi ricerca della verità.

Educare all'ascolto comporta invitare all'attenzione verso l'altro, il nuovo, il diverso, che vanno compresi nella loro originalità prima di essere giudicati e magari rifiutati proprio in quanto non idonei ad incastrarsi nei nostri abituali schemi mentali. Un'accoglienza che comporta un coinvolgimento complessivo della persona nelle sue dimensioni esistenziali concrete: solo così potrà sorgere e diffondersi una sincera cultura dell'ospitalità, contro le chiusure (ideali e materiali) che caratterizzano i nostri giorni.

Scrive il monaco Enzo Bianchi: "Accolta la paura, e con essa la possibilità di cogliere la radicale alterità dell'altro e la propria stranierità, il passo successivo è quello dell'ascolto. Atteggiamento arduo sempre, ma oggi in particolare, perché interculturale, un ascolto che mi permette di cogliere l'altro per quello che è e si narra e non per quello che io credo che sia: ascoltare l'altro è dire sì alla sua esistenza e permettere che le nostre differenze si contaminino e perdano la loro assolutezza. Non si tratta solo di acquisire informazioni sullo straniero, ma di aprirsi al racconto che lo straniero in mille modi fa di se stesso e della propria storia: così l'altro non abiterà più tra noi ma in noi".

©Cem Mondialità
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