Interculturafase2 Gennaio 2006
Intercultura fase2
Teatro e identità
Nadia Savoldelli
Il laboratorio come incontro con le nostre memorie,
sogni e desideri che costruiscono persone e personaggi
In un momento sociale così carico di oppressione, fretta, consumo, globalizzazione, conformismi, blob lento e assorbente, il teatro permette uno spazio di resistenza per un’umanità ritrovata. La resistenza ci porta a guardare dentro, a valorizzare la mia umanità, la mia specificità e la mia storia che nasce proprio dall’incontro con le mie alterità, le mie identità, scrivendo varie biografie, per sentirmi nelle somiglianze e differenze, uno-nessuno-centomila…
Quale soluzione è possibile per evitare la libertà solitaria dell’economia globale o la spersonalizzazione dello stato? La risposta di Touraine è: dare spazio al Soggetto, come attore capace di costruire la sua esistenza personale in relazione sia alla sua partecipazione al mondo della tecnica e della economia, sia al suo impegno comunitario e sociale. Ecco una resistenza: piuttosto che soggetto etico, del dovere sociale, un soggetto che si impegna a costruire il meglio della propria vita e si mette positivamente in relazione con gli altri soggetti.
La scuola deve innanzitutto formare e rinforzare la libertà del soggetto: lo studente non è una pagina bianca da riempire; emozioni, conoscenze e valori fanno già parte del suo bagaglio personale e la scuola deve interagire con questa storia personale. Il sapere non deve limitarsi ai valori e alla cultura di appartenenza, ma dev’essere centrato sulla diversità storica e culturale e sul riconoscimento dell’altro, a partire dalle differenze tra uomo e donna, adulto e giovane, fino ad arrivare alle forme di comunicazione interculturale. Concordo con Touraine quando afferma che la scuola non si deve occupare di formare buoni cittadini e bravi lavoratori, ma di accrescere le capacità degli individui di essere soggetti liberi, attori della propria vita, della propria storia e costruttori della propria società. (Bernardi C., 2001)
Per capire il valore dello strumento scenico in ambito educativo occorre mettere in rilievo che il teatro nelle scuole è un “fare in prima persona” e non un “veder fare”. Il laboratorio scolastico è un teatro nuovo perché abbandona le modalità antiche, e sperimenta nuove vie: non un testo già fatto, ma da creare; non il primato del successo artistico a scapito delle relazioni di gruppo, ma il primato del benessere personale, di gruppo e poi per contagio degli spettatori e della comunità.
La scuola dovrebbe mettere al centro il soggetto. La relazione tra la mente e il corpo. Come può farlo? Fu la scoperta dei greci: la “catarsi” mirava alla ragione e alla liberazione (degli ateniesi) dalle distruttive passioni attraverso la rappresentazione di casi che suscitavano pietà e terrore. Ora ci sono la televisione e il cinema per rappresentare storie, creare personaggi eroici con cui identificarsi. Il teatro si è trasformato in luogo di verità ed esperienza di realtà. Se agíto in prima persona, aiuta a realizzare gli itinerari personali e la vita di gruppo. Per questa sua unicità di connettere l’immaginario e l’emozione dei mass media, la parola e la concretezza del corpo in relazione con altre persone in uno spazio reale, il teatro è il mezzo di comunicazione della nuova scuola. Non una disciplina da aggiungere alle altre. Ma un metodo di formazione.
Il personaggio in scena sul palcoscenico è, ma l’attore che gli dà volto e voce è non, così come la presa sullo spettatore fa leva proprio sul gioco di essere non mediante l’immedesimazione. In particolare per il bambino o il ragazzo questa attività ha il valore di un gioco, il gioco della interpretazione delle parti in cui vive la vicenda dei vari personaggi. Egli parteggia per il suo eroe, nella finzione immaginativa rischia con lui e con lui attende che il groviglio della situazione si sciolga. Per comprendere questo suo eroe egli estende se stesso al di là del proprio io, presta il suo all’io di altri e diventa così capace di sapere come si sentono questi altri; nello stesso tempo però, riesce ad assumere in sé e a fare propri certi aspetti nuovi della personalità degli altri per arricchire la propria (Rostagno R., Pellegrini B., 1975). In tal modo viene attivata l’area del transfert.
Il gioco delle parti
Come nel sogno, l’apprendimento a mettere in scena fornisce il modello di una spontanea scomposizione della personalità in un gioco delle parti, tanto più proficuo per il soggetto quanto più vicino ad un’assemblea parlamentare autenticamente democratica. Così il dispositivo teatrale è funzionale soprattutto a quell’età incerta - l’adolescenza - in cui più che mai è vivo l’Essere non: non più bambini, non ancora adulti. Allora fare teatro è importante area transizionale tra molteplici possibilità, assaggi di identità, si potrebbe dire, e oscillazione protetta tra punti di vista diversi, mobili ed elastici. Gli adolescenti, meglio se di varie culture, che in gruppo fanno teatro, lavorano in comune, il che è utile perché li tiene insieme e perché costituisce un parametro a cui riferirsi. In questo modo hanno la possibilità di conoscersi, capire quanto i loro disaccordi personali possono ostacolare il lavoro, per es., di uno spettacolo (Harris M. 1981). In questa luce, lo scambio e il gioco dei ruoli che il teatro è in grado di offrire, riveste un’importanza fondamentale nel lavoro con gli adolescenti.
identità
La maschera, il trucco, la finzione, il travestimento, il suono della voce connessa all’emozione, l’alterità, la differenza sono tutte dimensioni che nell’esperienza della scena toccano il poter-essere, quindi le molteplici sfaccettature dell’identità che nega in questa sua forma l’uniformità, l’idem. Il sé biografico emerge quindi dalla narrazione, dal raccontarsi in un contesto, nel vivere in una messa in scena in cui ognuno è i tanti attori del suo stesso racconto, i tanti sé di cui è costituito, bambino, adulto, figlio, genitore, viaggiatore, immigrato, insegnante, come accade nel rimanere sempre “tra scena e realtà” (Fornasa W. 2001).
La necessità dell’identità e dell’empatia con l’altro
Condizione per lo sviluppo di una personalità non violenta e per una complessiva educazione alla pace è la sicurezza è il non vederein ogni persona o situazione nuova, diversa, imprevista, una minaccia da cui difendersi. La sicurezza primaria fonda un solido senso di identità, che è insieme fiducia in sé e fiducia negli altri. Legata alla sicurezza èl’identificazione con l’altro - modalità principale dell’attività teatrale - che costruisce uno dei più potenti inibitori dell’aggressività. Attraverso l’identificazione noi riconosciamo nella persona di fronte a noi - come in uno specchio - un nostro simile, qualcuno che è come noi. Purtroppo potrebbe essere che la disumanizzazione dell’altro, renda lecito aggredirlo ed ucciderlo. Gli altri allora diventano dei “diversi” da aggredire. Tutto nasce dalla separazione dell’altro dal sé e dal noi: egli viene inserito nella categoria degli “altri, stranieri”. Si blocca allora il rapporto empatico e si attua un “congelamento affettivo” (Novara D.1087). Per fondare una cultura della pace è indispensabile contrastare questo processo. Occorre favorire sempre l’identificazione con l’altro, il riconoscimento degli altri come uguali a sé. La scuola ha un ruolo importante: ribadire che siamo “cittadini del mondo” e non solo di una nazione; facilitare la comunicazione, lo scambio, la condivisione di emozioni e sentimenti. L’attività educativa teatrale fondata proprio su queste coordinate, è allora un luogo adeguato per finalità che attraversano la possibilità di affermazione di sé come Soggetto libero.
Non è il teatro che è necessario, ma assolutamente qualcos'altro. Superare le frontiere tra me e te: arrivare ad incontrarti per non perderti più tra la folla, né tra le parole, né tra le dichiarazioni, né tra idee graziosamente precisate, rinunciare alla paura ed alla vergogna alle quali mi costringono i tuoi occhi appena gli sono accessibile “tutto intero”. Non nascondermi più, essere quello che sono. Almeno qualche minuto, dieci minuti, venti minuti, un'ora. Trovare un luogo dove tale essere in comune sia possibile... (Grotowsky)
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