Il resto del mondo Gennaio 2006
Il "resto del mondo"
Le Banlieu dell'esistenza
di Franco Valenti
Il cielo sereno delle declamazioni su intercultura e integrazione sembra essere stato squarciato all’improvviso da un’esplosione di odio e di rifiuto; i figli irrequieti di padri e madri sottomessi hanno innalzato il grido di riscossa e di disperazione. Francia, Gran Bretagna, Germania che per mezzo secolo hanno tentato di dare delle lezioni di integrazione agli altri paesi europei, di colpo si accorgono di essere “arcipelago di comunità” più che una entità nazionale coesa e solidale. La menzogna dell’egualitarismo (leggi assimilazionismo) ha prodotto il suo mostro: intere comunità vivono in recinti culturali e religiosi di una supposta appartenenza di origini, più che in un reticolo di relazioni che diano cittadinanza alle diversità. Le bombe di Madrid e Londra e le bande di giovani “beurs” in Francia, oltre alle reclute che sono andate ad ingrossare le fila dei miliziani di al Qaida in Afghanistan e Iraq, hanno tolto il tappeto dell’ipocrisia sotto il quale venivano scopati tutti i cocci delle frustrazioni, delle discriminazioni e degli insuccessi delle giovani generazioni di immigrati. La Francia, nell’esaltazione della libertà, fraternità e uguaglianza come crogiuolo delle differenze tra culture e popoli, pensava di aver assolto ad una missione universale di civilizzazione, in cui gli altri, i beneficati, dovevano per forza porsi in un atteggiamento di riconoscenza e gratitudine. Ma qualcosa non sta andando per il verso giusto, perché la pretesa civilizzatrice, talvolta tracotante nelle manifestazioni, si è bendata gli occhi di fronte alle tante piccole e macro discriminazioni, spesso istituzionali, che hanno avvelenato lentamente le convivenze civili mettendo sotto stress le nostre aggregazioni urbane. La volontà razionalista dell’urbanistica degli ultimi decenni ha costruito delle città frazionate in base all’utilità di attività umane omogenee, o in base alla similitudine delle appartenenze censuali; ha così prodotto degli imbuti di scolo delle miserie urbane. Il vigente sistema economico per stare a galla deve produrre… scarti umani: appena un’azienda imbocca la strada del cosiddetto risanamento e licenzia migliaia di persone, subito la sua quotazione in borsa schizza verso l’alto: vedi la General Motors di questi giorni. La logica di eliminare forze-lavoro si è accanita sulle fasce deboli delle nostre collettività (padri e madri di famiglia o giovani che si sono appena affacciati sul mercato dell’impiego) e, per assurdo, si incensano i dati sul calo della disoccupazione. Qui qualcuno, anzi molti barano! I recenti eventi delle banlieu francesi non sono una manifestazione improvvisa e contingente, ma sono la maturazione di un processo in atto da decenni, che fa da sfogo a episodi percepiti come incommensurabilmente ingiusti: vedi, per esempio, la morte di due ragazzi in fuga da un inseguimento di polizia. È questa sensazione permanente, disperata, di ingiustizia, spesso ingoiata in silenzio dai padri, “bravi lavoratori”, che continua ad ardere sotto la cenere dei processi di integrazione, ed è su questa base che bisogna intervenire. I manganelli di Sarkozy non avranno mai il sopravvento su una profonda istanza di Uguaglianza, elemento fondante dei cosiddetti valori della repubblica francese. Tale situazione non fa altro che esaltare gli effetti senza dare spazio sufficientemente obiettivo per la comprensione delle cause. Non si può parlare tout court di fallimento di processi di integrazione sociale da parte delle giovani generazioni di stranieri, anche perché dai sondaggi la stragrande maggioranza dei francesi, tra cui molti naturalizzati, sono per un rapporto giusto e corretto tra le diversità che arricchiscono il quadro dell’esagono. Sono le città che diventano immense periferie senza anima e senza speranza per tutti i cittadini che le abitano. La disintegrazione delle relazioni e dei rapporti di solidarietà non permette più alle nostre città di gioire o di rallegrarsi per lo stare insieme. L’altro è percepito sempre più come un nemico, un pericolo, indipendentemente dalle sue origini o dalle sue abitudini. Tutti sono coinvolti, e la parte più sensibile dell’insieme, che ha meno capacità di tenuta, scoppia dando sfogo ad una rabbia che non sa trovare bersagli, rischiando di avviare un processo autodistruttivo come unico modo per gridare a tutto il mondo il proprio diritto ad esistere.