Intercultura Cem Mondialità, per l'educazione interculturale

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Interculturafase2 Giugno 2006

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Rita Vittori   Intercultura fase2

L'educazione "liquida"

Rita Vittori

Dopo aver preso in considerazione la famiglia come luogo di educazione interculturale sento la necessità di proporre una serie di riflessioni generali sull’educazione, sia scolastica che in famiglia, oggi partendo dalle domande di genitori e insegnanti nella relazione educativa incontrati nei corsi, dal numero crescente di forme di disagio osservate in bambini e adolescenti.
È innegabile l’accelerazione dei cambiamenti nel contesto economico e sociale, li abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni in forma sempre più evidente: essi vanno ovviamente ad influenzare anche le caratteristiche della personalità delle nuove generazioni, che sviluppano quegli aspetti più consoni a vivere in una società accelerata, globalizzata, multiculturale.
Come ogni cambiamento, anche quello attuale porta con sé instabilità e precarietà in tutti i settori, da quello lavorativo a quello personale e relazionale: non è un caso che il Festival della Filosofia tenutosi in maggio a Roma, avesse come titolo IN-Stabilità.
Il nodo sta nel fatto che genitori e insegnanti spesso guardano il mondo con occhiali di cui spesso non si accorgono: il rischio allora è di demonizzare l’esistente, di giudicarlo comunque negativo perché confrontato con il passato, oppure di cercare di assomigliare ai propri figli o alunni come tentativo di sedurli, cioè attirarli a sé.
Molti adulti faticano nella relazione educativa: molti genitori non riescono a unire l’affettività con l’autorevolezza nell’educazione, molti insegnanti si lamentano che gli alunni abitano la scuola in modo passivo e spesso disinteressato.
Come adulti ci sentiamo spaesati, con la sensazione di non comprendere più gli eventi e ci lasciamo trascinare dalle frasi: «Ai nostri tempi era diverso… » Oppure « gli allievi erano diversi… ».
Possiamo allora farci catturare dal desiderio di chiuderci entro le nostre categorie di giudizio per sentire che stiamo facendo tutto il possibile oppure dobbiamo fare un’ulteriore fatica: interrogarci su chi abbiamo di fronte, osservarne le caratteristiche e cercare di immedesimarci in loro per comprendere i nuovi bisogni.

«Vita liquida»

Questo il titolo del nuovo libro di Bauman [Z. Bauman, Vita liquida, Roma-Bari, Laterza, 2006] , il sociologo che da tempo ha parlato di «liquidità» come emblema della nostra società. Siamo liquidi e precari, asserisce nel libro: infatti siamo in tempi in cui le situazioni evolvono prima che i nostri modi di pensare e agire possano trasformarsi in abitudini e procedure. Il carattere liquido della vita delle persone e quello della società si alimentano a vicenda, con la conseguenza che nulla può mantenere una forma definita per lungo tempo.
In una società liquido-moderna tutto «invecchia» precocemente e gli individui non riescono a concretizzare i risultati delle loro azioni in beni durevoli: in breve tempo le attività vengono estromesse dal mercato del lavoro e le competenze diventano inutilizzabili. Le condizioni in cui si opera e le strategie messe in atto per rispondere alle nuove esigenze diventano obsolete prima ancora che possano essere fissate, apprese e tramandate. Diventa quindi difficile, se non inutile, apprendere dalla propria e altrui esperienza e ripetere strategie messe in atto con successo nel passato. Altrettanto difficile diventa provare a prevedere cosa accadrà in futuro sulla base delle esperienze pregresse.
La vita liquida assume le connotazioni di instabilità e precarietà, dove il senso di incertezza predomina nella consapevolezza di ciascuno.
Per questo il sentimento più accentuato è l’ansia di essere colto alla sprovvista e non cambiare rotta in tempo, di non riuscire a stare al passo con i tempi che si muovono velocemente, di non accorgersi della «data di scadenza», di non cogliere il momento giusto per cambiare e di ritrovarsi ad un punto di non ritorno per la propria sopravvivenza.
La vita liquida non ha un inizio e una fine definiti: è una serie di inizi e di fini molto ravvicinati, che danno un forte senso di instabilità esterno ed interiore. L’unica cosa che si può fare è correre continuamente dietro il cambiamento per riuscire a stare nello stesso posto, per non essere considerati «scaduti» e quindi estromessi come rifiuto della società.
La vera posta in gioco è allontanare l’incubo dell’eliminazione dalla gara, essere sempre all’altezza delle richieste del mercato: e poiché il mercato è globale, anche la concorrenza lo è.
Le maggiori possibilità di successo sono appannaggio di personalità fluide e leggere, come coloro che si occupano di finanza, che conducono un’esistenza nomade, senza radici in un territorio definito, né appartenenze che appesantiscono. Persone che amino muoversi incessantemente, senza legami né valori stabili, incuranti del futuro ma radicati nel presente. In loro tutto ciò che nuovo appare come buono e desiderabile, la precarietà è un valore e l’instabilità un imperativo categorico.
Il modello di riferimento è, per Baumann, Bill Gates, personaggio che distrugge facilmente ciò che ha creato, che convive bene nella caoticità e nella frammentazione, che sa muoversi all’interno di una rete di possibilità.
In questo mondo è quindi bandita l’eternità: nulla è eterno, ma tutto può essere infinito. Il presente infatti, finché dura, non ha limiti definiti e può offrire tutte le esperienze che un tempo si sperava di poter fare giunti ad una determinata età. Ma siccome non sappiamo quanto dura, bisogna fare subito tutte le esperienze gratificanti perchè «del futur non c’è certezza» e ciò che è lasciato è perso. Grazie al numero sempre crescente di esperienze che si possono fare nella vita, non si ha molta nostalgia dell’eternità. Anzi l’eternità è qui sulla terra.

Generazioni «liquide»

Bauman descrive in modo preciso il mondo che ci circonda e in cui i nostri figli e allievi hanno visto la luce….la domanda allora è: come vedono il mondo loro che sono nati già precari e instabili? Cosa sentono i giovani che cercano di costruire il loro futuro in un contesto sociale per noi adulti così ansiogeno? Le loro reazioni ci sorprendono, spesso ci irritano, a volte ci fanno sentire sconfortati… . ma quali risorse hanno a disposizione per continuare la loro strada senza punti di riferimento costanti? Invece di oscillare tra permissività e autoritarismo, tra sensi di colpa e seduzione, possiamo pensarci in un «dinamico stare» dove l’ascolto reciproco possa diventare refrigerio per ambedue? Possiamo apprendere da loro il navigare tra le incertezze e loro apprendere da noi il diventare adulti? Ma quanti di noi riescono ad approdare ad un’adultità?
Un’analisi anche di quanta fatica facciamo a capire in che cosa consiste questa famosa adultità in un contesto che spinge tutti a rimanere sul palcoscenico della vita senza invecchiare mai è doveroso… in fondo siamo tutti legati da fili sottili che intessono reti e relazioni, orditi e tessuti.
Ne siamo consapevoli?
Dove sta il conflitto in una società dove la frammentazione tiene separati o volutamente uniti elementi dissonanti ? È il preludio a nuove forme di convivenza o il timore di non riuscire a gestire il conflitto se non attraverso forme di violenza esasperata che tenta di negare l’altro se non soggiace ai nostri bisogni?

©Cem Mondialità
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