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Dossier Maggio 2006

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Derrick De Kerckhove - Il Computer e l’intelligenza connettiva

Stefano Curci

Il canadese Derrick de Kerckhove è famoso in tutto il mondo per i suoi studi sul mondo della comunicazione e sulle modificazioni antropologiche portate dallo sviluppo dei mass-media.

Uno dei suoi punti di partenza teorici è la convinzione che qualunque mezzo di comunicazione, dall’alfabeto a quelli tecnologici come la radio o la televisione, ha influito sullo sviluppo del comportamento dell’essere umano apportando cambiamenti significativi ed epocali. Un esempio famoso dell’autore canadese è quello della nascita del teatro greco: lungi dall’essere solamente una espressione artistica, esso ha contribuito in gran parte alla trasformazione della vita psicologica e sensoriale delle società del mondo occidentale antico, perché ha permesso l’acquisizione di una psicologia individuale e di nuove capacità intellettive, per esempio costringendo gli spettatori, che stavano seduti per ore a seguire le rappresentazioni, a trattenere mentalmente elementi sempre più complessi. Infatti, per seguire una tragedia era necessaria una capacità di concentrazione maggiore rispetto a quella richiesta dalle normali circostanze della vita quotidiana. Con il teatro greco l’uomo ha imparato anche a distinguere gli atti simbolici da quelli reali, e ha sviluppato una nuova sensibilità e nuove strategie cognitive, come l’affinamento della percezione spaziale.

L’esempio del teatro va amplificato se ci si riferisce alle tecnologie più recenti, che sempre più determinano cambiamenti a livello sociale e cognitivo: basti pensare ad Internet e alle reti telematiche, che oltre ad aver accelerato notevolmente la velocità di circolazione delle informazioni, hanno creato nuovi spazi e nuove realtà sociali. Con le nuove tecnologie tra le persone si stabiliscono relazioni e connessioni sociali senza confini, e l’individuo cambia la prospettiva che ha di sé, perché il suo ambiente di riferimento non è più solo il paese o la città in cui vive, ma il mondo.

Allora il computer è l’ultimo nato di una grande famiglia in cui l’alfabeto greco è l’antenato. Anzi, alfabeto e computer sono più simili di quanto si possa immaginare: l’alfabeto ha introdotto per la prima volta nella cultura umana un sistema in sé completamente autonomo, esattamente come un programma per computer.

L’alfabeto ha permesso che la parola diventasse pensiero, riflessione individuale. L’informazione si è spostata dagli scambi orali pubblici a modalità silenziose e private, e la coscienza collettiva è stata soppiantata da forme di coscienza private. Oggi, la maggior parte delle informazioni viene trattata non più nell’isolamento della coscienza privata e neppure nell’interazione dei lettori con il testo, ma in piena luce dai media elettronici, dalle radio e la televisione. Oggi, la grande questione non è più quella della coscienza privata (Freud) o dell’inconscio collettivo (Jung), ma quella di un cosciente collettivo.

Nel mondo contemporaneo ciò che fa la differenza tra gli uomini è la possibilità di accedere ai media, e gran parte del mondo è tagliata fuori. Questa nostra epoca segnata da Internet, che secondo lo studioso canadese può favorire il risorgere di un’identità privata, e dal telefono cellulare, è un’epoca di transizione in cui è fondamentale il globalismo, che è il lato positivo della globalizzazione, “la condizione naturale di tutti noi, una nuova forma di etica”. Essere cittadini nel globo, nel rispetto delle differenze culturali e dell’ambiente, è la condizione essenziale per la sopravvivenza della razza umana.

Allora la connettività è veramente una delle grandi scoperte che resta ancora da fare nel mondo moderno: è importante capire, attraverso le reti tutte collegate tra di loro e la cui complessità interna è sempre più grande, che questa possibilità è sempre esistita tra gli uomini, ma prima non si era capaci di servirsene. La connettività è trovare dei metodi che facciano procedere insieme i pensieri in tempo reale, che facciano pensare più rapidamente in gruppo.

Per lo studioso canadese si deve sviluppare la “intelligenza connettiva”, che offre la possibilità a ciascuno di appartenere a un gruppo senza perdere l’identità privata. Oggi ci troviamo in una fase di transizione verso il terzo periodo della grande storia dell’uomo e della parola: dopo il periodo dell’oralità, dove tutta la memoria era contenuta nel presente, e il periodo della scrittura, dove l’individuazione del potere sul linguaggio creava la continuità individuale, oggi siamo diretti verso il periodo dell’elettronificazione della parola: la parola sul cellulare, sul registratore, sulla rete, ovunque supportata dalla forza dell’elettricità. La parola elettronica non è più soltanto dentro l’individuo, come la parola scritta nella lettura silenziosa: è fuori del corpo, condivisa con altre persone, è parola comune, connettiva e non collettiva, proprio perché non dimentica l’identità privata di ciascuno che partecipa alla parola comune.

Certo, proprio perché il nostro è un periodo di transizione, è carico di minacce e pericoli. C’è il rischio che si ripresenti una situazione come quella che portò alle guerre di religione, subito dopo l’invenzione della stampa, che era la conseguenza del passaggio dalla parola orale del sacerdote a quella privata del singolo individuo, che interpreta il messaggio religioso in modo divergente. Oggi l’elettricità sa tutto di noi. Basti pensare alle tracce digitali che lasciamo quando si va sulla rete, quando si paga con la carta di credito, quando si prelevano soldi agli sportelli automatici delle banche, quando le nostre passeggiate finiscono sotto il raggio di una delle tante telecamere che sono sparse per le nostre città. Il fatto che l’informazione su di noi sia conosciuta fuori di noi può minacciare la nostra identità perché, dice De Kerchove citando il suo maestro McLuhan, “più si sa su di te, meno tu esisti”.

Dobbiamo perciò capire la problematica elettronica senza averne solo paura. Usare il mostro enorme senza subirlo e basta. In fondo, nonostante i pericoli di deindividualizzazione portati dalla minaccia elettronica, rispetto al passato abbiamo riconquistato sullo schermo dei pc quel controllo che avevamo perso sugli schermi del televisore. Il teorico canadese ripensa all’epoca di Erasmo, Galileo e dei grandi pensatori del Rinascimento, in cui si è sviluppata gradualmente un’etica civile, sociale, democratica, repubblicana. Noi non abbiamo sviluppato ancora un’etica elettronica.


NOTA BIOGRAFICA

Derrick De Kerckhove è professore del Dipartimento francese all’Università di Toronto e direttore del Programma McLuhan di cultura e tecnologia, che si occupa in particolare di studiare come le tecnologie influenzano la società. È consulente di diversi mezzi di comunicazione e ha partecipato all’ideazione del padiglione di Ontario all’Expo ‘92 di Siviglia, all’esposizione Canada in Space e al Centro di trasmissione della Canadian Broadcasting Company; si è anche occupato della progettazione di una politica culturale per la comunità francofona in Ontario e del Comitato governativo di Ontario sulla strategia di telecomunicazioni. Fa parte di comitati di consulenza per le politiche sulle telecomunicazioni di enti governativi e organizzazioni aziendali su scala globale.

OPERE TRADOTTE IN ITALIANO

Brainframes: Mente, tecnologia, mercato, Baskerville, Bologna 1993
La civilizzazione video-cristiana, Feltrinelli, Milano 1995
La pelle della cultura: un’indagine sulla nuova realtà elettronica, Costa&Nolan, Genova 2000
L’architettura dell’intelligenza, Testo & immagine, 2001

Su De Kerckhove si può leggere:
Scacco L., Estetica mediale. Da Jean Baudrillard a Derrick De Kerckhove, Guerini e Associati, Milano 2004.

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