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Editoriale Maggio 2006

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Brunetto Salvarani   Editoriale

Pensanti e non pensanti

Brunetto Salvarani

Alla fine di questo anno sociale di CEM, torno su un tema che ci è molto caro, e che continueremo in futuro a privilegiare. Com'è logico, per il mensile dell'educazione interculturale (come recita la nostra testata).

Lo spunto è un episodio di qualche settimana fa, che ha confermato il ruolo della scuola quale avamposto privilegiato delle contraddizioni nell'odierno scenario pubblico. Mi riferisco all'inatteso intervento del cardinal Raffaele R. Martino, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, interpretato dai media un po' frettolosamente come un sostanziale via libera vaticano ad un'ora di religione per insegnare Corano agli studenti musulmani: "Se ci sono delle necessità, se in una scuola ci sono cento bambini di religione musulmana, non vedo perché non si possa insegnare loro la religione. Questo è il rispetto dell'essere umano, un rispetto che non deve essere selezionato". Una risposta alla Consulta per l'islam del ministro Pisanu, che aveva appena visionato un documento dell'UCOII in cui, tra l'altro, si chiedeva di istituire nelle scuole l'ora di Corano come scelta alternativa all'insegnamento di religione cattolica (IRC)?

Molte le considerazioni che ne potrebbero derivare, al di là della scontata messe di puntualizzazioni e smentite seguite: qui ne scelgo solo un paio.

La prima riguarda la straordinaria capacità tutta italica di affrontare con nonchalance questioni serie come il crescente pluralismo degli alunni e delle loro famiglie; problemi che andrebbero affrontati con la dovuta attenzione, e - perché no? - ascoltando le ragioni di quanti da anni s'adoperano a sostenere la necessità di superare l'attuale situazione concordataria rispetto all'IRC. Cosa che regolarmente non avviene, a dispetto degli sforzi di diverse personalità (da Ermanno Genre a Flavio Pajer, per fare appena due nomi) ed associazioni (dalla 31 ottobre al Gruppo di Vallombrosa). Che, da tempo, si battono, pur con accenti diversi, per una prospettiva che si può definire grosso modo di ora delle religioni: uno studio storico e/o fenomenologico di cui nell'odierna fase storica si sente un enorme bisogno e di cui invece nella riforma Moratti non c'è neppure l'ombra.

La seconda. Già un anno fa, in Trentino, la comunità islamica aveva lanciato l'ipotesi di un insegnamento coranico a scuola, con relative, generali preoccupazioni da parte dell'opinione pubblica, non solo locale. Seguendo tale traiettoria, ipotizzata pure da Martino, qualora da parte di altre comunità religiose venisse la stessa richiesta, com'è prevedibile, ci si potrebbe tirare indietro? È facile immaginare il rischio di trovarci di fronte ben presto ad una moltiplicazione a dismisura, se non ad una vera e propria balcanizzazione, delle ore di religione, dall'ora di buddhismo (quale, poi?) all'ora di ebraismo, e così via…con tanti saluti alla funzione strategica della scuola: favorire il confronto fra idee differenti, lo scambio di pareri e di visioni del mondo, la riflessione critica sulla realtà. A qualcosa di simile, del resto, ha portato il modello, squisitamente comunitarista, del Canada: col pericolo trasparente di aumentare ancor più le distanze, invece di diminuirle grazie al dialogo. Ripeto: non sarà il caso, finalmente, di avviare piuttosto una discussione approfondita e aperta su un'ora di religioni per tutti, credenti e no? Mille problemi, certo, da chi la insegnerà a che fine farebbe l'odierna IRC, ma possiamo attendere ancora a parlarne? Già oggi, se ce ne fosse la volontà politica, potrebbe essere immaginata come uno spazio sperimentale nelle pieghe della riforma, da un lato, e come un investimento sulla nuova sensibilità sul multireligioso e sull'interreligioso che dovrebbe abitare i corsi di formazione dei docenti e i contenuti delle discipline da essi insegnate. Ma anche stili di insegnamento, metodologie, linguaggi adottati, libri di testo…

Perdere altro tempo per la nostra scuola, nel rispondere alla richiesta di informazione e di formazione in ambito (multi)religioso, diventa di giorno in giorno sempre più colpevole e preoccupante. Perché il dramma che balza agli occhi - ecco l'intuizione di un altro cardinale, quasi omonimo, Carlo M. Martini - non riguarda più la superata antinomia fra credenti e non credenti, ma piuttosto fra pensanti e non pensanti. Col più sincero augurio al nuovo Parlamento perché cominci ad accorgersene…

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