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La pagina di... Rubem Alves Marzo 2006

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Ruben Alves   La pagina di... Rubem Alves

Rifiuti zero

Rubem Alves

Nel mistero del Senza-Fine sta in equilibrio un Pianeta
Nel Pianeta, un giardino. Nel giardino un’aiuola.
Nell’aiuola, una viola. E nella viola, tutto il giorno,
tra il mistero del Senza-Fine e il Pianeta,
l’ala di una farfalletta.
            Cecília Meireles

Care nipotine e cari nipotini, se mi fosse richiesto di dire un’unica poesia, direi quella che ho riportata qui sopra. A me sarebbe piaciuto molto essere un giardiniere, un paesaggista. Chi progetta e pianta giardini, sparge degli assaggi di Paradiso. Noi sogniamo il nostro pianeta pulito, come un giardino. Le immondizie le mettiamo nei sacchi appositi, quindi nei cassonetti, poi arriva il camion della raccolta e le immondizie spariscono dalla nostra vista. Sì, spariscono, ma… non spariscono per davvero, perché niente al mondo sparisce. Le immondizie vengono ammucchiate lontano dai nostri occhi. Fino a quando le montagne dei rifiuti potranno crescere? Fate un calcolo. Ogni abitante produce in media un chilo di rifiuti al giorno. Moltiplicate per il numero degli abitanti del mondo. Moltiplicate ancora per 365. Dividete per mille e avrete il risultato in tonnellate della montagna dei rifiuti di un anno, attualmente prodotta dal progresso. Sì, dal progresso: è il progresso che produce rifiuti. Tutti gli oggetti che ora sono nel mio appartamento e diventeranno rifiuti, sono prodotti dal progresso. Senza il progresso non esisterebbero. Dobbiamo convenire che il progresso è un animale molto curioso: guardandolo sul davanti è colorato come un pappagallo e canta come un fringuello. Ma non andate a spiare il suo posteriore: da esso escono incalcolabili montagne di feci…

Quand’ero bambino come voi, non c’erano queste cose che il progresso ha prodotto e che stanno accumulandosi, accumulandosi… C’erano, è vero, cose che venivano buttate, ma erano “biodegradabili”, cioè potevano essere mangiate dalla vita: “bio” viene dal greco “bios” che significa vita. Per esempio: le foglie morte, nella foresta, sono mangiate dal suolo e trasformate in fertilità per il suolo, da dove nascono altri alberi. Gli animali erano i meravigliosi processatori dei resti degli alimenti. I più efficienti erano i maiali: mangiavano qualsiasi cosa: tutoli, scorze di zucca, resti di patate, cetrioli… Poveretti, niente sapevano del loro destino. Le galline erano altri provetti processatori di avanzi: bucce di banana, ben tritate, cavoli, radicchi, granturco…

C’erano anche cose non biodegradabili. Boccette e bottiglie, per esempio. Ma non venivano buttate via: le boccette erano vendute alle farmacie che le usavano di nuovo; le bottiglie venivano portate nei mercati, come vuoti a rendere. In tal modo ciò che ora viene scartato, nel mondo di ieri continuava ad essere usato, non diventava rifiuto. Anche i barattoli di latta erano preziosi, i piccoli erano riciclati come tazze (o anche per confezionare giocattoli), i grandi diventavano contenitori per conservare prodotti, oppure servivano per far crescere qualche pianta aromatica o ornamentale. In un mondo di povertà e sobrietà non si butta via niente. Tutto è prezioso. Tutto dev’essere usato di nuovo.

Ha detto Camus: “Cosa può desiderare l’uomo di meglio che la povertà? Non dissi miseria, e neppure il lavoro senza speranza del proletario moderno. Non vedo però cosa si possa desiderare più della povertà insieme ad un ozio attivo”. Invece nel mondo terribile che Huxley descrisse nel Mondo Nuovo, i bambini imparavano dal disco, mentre dormivano, la lezione più importante: “Buttar via è meglio che aggiustare, buttar via è meglio che aggiustare…”.

Chissà?, arriverà l’ora in cui prenderemo coscienza della pazziadel progresso (perché chi produce tanti rifiuti non può che essere pazzo!). Gli scienziati dicono che nel giro di 50 anni il pianeta morirà, se nelle nazioni ricche persiste il tipo di vita che hanno e che impongono alle nazioni povere. Speriamo di accorgerci e fermarci in tempo, prima che le montagne di rifiuti diventino insopportabili. Allora noi impareremo di nuovo la sapienza della vita povera. Forse alla vita la povertà fa più bene che la ricchezza.


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