Dossier Marzo 2006
Dossier
Cinture verdi per il creato
Antonio Nanni
A chiacchiere tutti si dicono amanti della natura, ma poi ciò che trionfa è un individualismo egoista ed esasperato. Si pensi al fenomeno “Nimby”, cioè not in my backyard (non nel mio cortile). È certamente importante riscoprire la cultura del “luogo” purché non si degeneri nel localismo. Solo con una visione d’insieme si può arrivare a comprendere e a condividere il movimento delle “Cinture verdi” (Green Belt Movement).
Come dice il sociologo Roland Robertson: occorre il “glocalismo”, non possiamo più tenere separati il locale e il globale. Di fronte a una civiltà tecnologica che minaccia la nostra autodistruzione è necessaria - seguendo le riflessioni di Hans Jonas - una nuova etica della natura e della tecnica capace di comprendere la responsabilità verso le generazioni future e il pianeta.
I nostri lettori ricorderanno quali erano i 7 saperi necessari per l’educazione del futuro (Edgar Morin). Il quarto era “educare alla terrestrità” e il settimo era “l’etica del genere umano”. Cioè il cuore di una autentica cultura della mondialità.
Che senso ha darsi tanto da fare per la salvaguardia del creato se non si salvaguarda contemporaneamente la vita e prima di tutto la vita umana?
Ecologia antropocentrica: questa è la prospettiva da promuovere. Partendo dal primato della persona e dall’importanza di tutelare l’ambiente, tanti principi e saperi devono essere ridefiniti come già si percepisce da un nuovo vocabolario che si diffonde. Cresce infatti sempre di più l’interesse per la bio-politica, la bio-economia, l’eco-democrazia, l’eco-pedagogia, ecc.. Ciò che l’ambiente ci sta aiutando a scoprire è il valore del bene comune e la destinazione universale della terra e delle risorse naturali.
L’ambientalista kenyana, Wangari Maathai, premio Nobel per la pace nel 2004, è contemporaneamente impegnata per la biodiversità, per la democrazia, per le donne e per la pace. Non si limita a piantare alberi, ma si propone di costruire un mondo diverso.