Editoriale Marzo 2006
Editoriale
Lettera al presidente da un nonluogo
Brunetto Salvaranile scrivo in vista delle ormai imminenti elezioni politiche e vengo subito al dunque, segnalandole che - se per caso non le fosse già chiaro - la scuola italiana non può più aspettare. E soprattutto, che da parecchio tempo ha deciso che non ne può più di promesse, assicurazioni, riforme miracolistiche: mentre invece avrebbe bisogno di amore, di passione, di ascolto, oltre che, beninteso, di investimenti importanti e strategici…
Quando dico la scuola, non penso solo agli edifici scolastici - che peraltro necessitano anch'essi di più attenzione - ma piuttosto alle persone che la abitano ogni giorno (studenti, insegnanti, bidelli - chiamiamoli così, come un tempo - e ancora le famiglie) e che purtroppo la sopportano appena. Ai loro visi pieni di speranze, alle loro mani curiose, alle loro gambe che hanno fretta. Il fatto è che tutti, forse con qualche eccezione più unica che rara, la vivono male. Non vedono l'ora che suoni la fatidica, attesissima campanella. Ne fuggono appena riescono, se trovano qualcosa di meglio da fare. Immagino che molti altri le diranno lo stesso, chiedendole di intervenire sul loro specifico settore, ma mi permetta di ritenere che un Paese lo si misura soprattutto dalla sua capacità di investire sul futuro, e non c'è nulla di più significativo - in tale direzione - che puntare sulle istituzioni scolastiche, la cultura, la produzione e diffusione del sapere… Al contrario, negli ultimi anni abbiamo registrato, fra l'altro: la scomparsa, tanto improvvisa quanto improvvida, della Commissione ministeriale per l'educazione interculturale; la sparizione totale dai programmi di tutta la terminologia relativa all'interculturalità (sostituita da comunità locale, nazionale, europea); tagli indiscriminati ai progetti speciali sugli stessi temi; la crescita dell'illusione che tutto si riduca all'apprendimento della Lingua 2 italiana da parte degli alunni stranieri, il cui inserimento positivo sta diventando un'autentica odissea; disinteresse, o peggio, per la questione cruciale di uno studio delle religioni, in un momento in cui stiamo percependo la sua rilevanza, da un lato, e la cronica ignoranza al riguardo dei nostri connazionali, dall'altro; l'aumento esponenziale del disagio dei docenti, chiamati a tenere in equilibrio la missione dell'insegnamento (come si diceva una volta) e l'impiegatizzazione forzata di una professione sempre più socialmente screditata e poco retribuita…
Ancora. Al CEM abbiamo l'impressione che l'obiettivo di questa scuola morattiana siano ormai non tanto le pari opportunità e la formazione critica, bensì la costruzione di figure flessibili, competitive e già da ragazzetti preorientate alle esigenze del mercato. Non la persona, ma l'individuo, e alla fine l'individualismo più che la cooperazione. Mentre la scuola (in teoria) sarebbe lo spazio in cui, grazie alle interazioni e alle attenzioni alle originalità di ciascuno, s'impara insieme agli altri, con gli altri e dagli altri, attraverso un processo di negoziazione, sempre in un sistema di relazioni fra soggetti.
Mi e le domando: ma perché la nostra scuola, da buona e forse eccellente che è stata e che era, è diventata - per dirla con Marc Augé - un vero e proprio nonluogo? Mi vengono in mente tante risposte, e probabilmente, se ci pensa un momento, le conosce pure lei: che con la scuola ha senza dubbio fatto i conti, come studente, docente o genitore. Voglio però - se permette - suggerirle un libro che potrà esserle utile per capirci qualcosa in più, dedicato, paradossalmente ma non troppo, a un mestiere che non c'è più: quello di insegnante. L'ha scritto Paola Mastrocola, s'intitola La scuola raccontata al mio cane (Guanda 2004) ed è bello perché c'è dentro tanta carica, tanta emozione e tanta rabbia. Di più: tanta voglia di mirare alto (come piace a CEM Mondialità) e di tornare a sperimentare una scuola difficile.
Presidente, la prego, non ci deluda, non deluda i bambini, i ragazzi, le loro famiglie... Anzi: non ci deluda un'altra volta! Anche perché, con ogni probabilità, la prossima volta sarà troppo tardi!
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