Interculturafase2 Marzo 2006
Intercultura fase2
Immigrazione e servizi socio-sanitari
Lorenzo LuattiProseguiamo il nostro viaggio tra i servizi che cambiano prendendo in considerazione il settore socio-sanitario. Questi servizi, con la scuola e i servizi educativi, vantano una solida riflessione di tipo “interculturale” e un ventaglio di soluzioni operative finalizzate alla promozione dell’accoglienza, dei diritti e delle pari opportunità per la popolazione migrante. Scopriremo analogie e percorsi comuni con l’esperienza scolastica, ma anche utili elementi di riflessione per tutti. Vediamone alcuni.
Da tempo gli studi del settore socio-sanitario parlano di “effetto migrante sano” per evidenziare che ad emigrare sono le persone giovani e in buona salute. Poi lo scarso inserimento porta al malessere. Fra le malattie da “disagio” più diffuse ci sono quelle che riguardano l’apparato digerente e respiratorio, quelle che colpiscono la pelle e il sistema nervoso. In molti si rivolgono al medico dopo un infortunio sul lavoro o un incidente domestico. Fra le donne le richieste riguardano soprattutto problemi ginecologici. Dagli studi, inoltre, risulta che non esistono malattie specifiche che colpiscono un gruppo nazionale, piuttosto che un altro. Si scopre che le malattie degli immigrati che sono in Italia da qualche anno somigliano a quelle degli italiani. I dati raccolti dalle diverse aziende sanitarie e dal Ministero della Salute mostrano una prevalenza di malattie correlate a condizioni generali di vita: mancanza di lavoro e di reddito, sottoccupazione in mansioni lavorative non tutelate, degrado abitativo e scadenti condizioni igieniche, diversità climatiche e alimentari, malessere psicologico, assenza di supporto familiare e affettivo, carente conoscenza dei servizi sanitari.
Dopo alcuni mesi dall’arrivo in Italia ecco la prima richiesta di intervento medico: ambulatori e ospedali diventano quindi un “punto d’incontro” per la popolazione migrante. L’esperienza di questi anni ci dice che, seppure con realtà anche molto diverse fra loro, questi servizi sono stati in grado di rispondere con maggiore flessibilità, rispetto ad altri, alle necessità e alle domande della nuova utenza. Occorre riconoscere che ciò è avvenuto anche grazie alle sollecitazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, alle previsioni delle normative nazionale e regionali, alle indicazioni contenute nei Piani Sanitari Nazionali che hanno garantito il diritto di accesso, individuato le azioni prioritarie relative al miglioramento dell’assistenza, adeguando l’offerta pubblica in modo da renderla visibile, facilmente accessibile, attivamente disponibile e in sintonia con i bisogni dei nuovi utenti. Le priorità che i servizi socio-sanitari hanno individuato quando si sono trovati ad una trasformazione in senso multiculturale della propria utenza sono state di vario tipo: dall’attivazione di servizi dedicati alla formazione del personale, dal ricorso alle figure di mediazione alla predisposizione di materiali plurilingui, dalla creazione di reti alla sperimentazione di progetti speciali.
Prima ancora, l’interazione con l’utenza straniera ha spinto e spinge sempre più gli operatori del settore sanitario ad occuparsi di medicina transculturale: si tratta, nelle parole di Marco Mazzetti, medico pediatra e studioso dei fenomeni migratori, di “una medicina di domande prima che ancora di risposte (…) è la medicina di operatori in mezzo a un guado, disposti a riformulare la propria identità professionale, permettendo ai propri parametri di divenire duttili, in modo da non rinunciare al sapere acquisito senza, al tempo stesso, lasciarsene imprigionare, aprendosi a prospettive che giungono loro dai pazienti e dal modo di rispecchiarsi in essi”. Per l’approccio transculturale diviene pertanto molto importante conoscere il paese di provenienza, il percorso migratorio, il momento in cui la persona ha lasciato il paese di origine, se viene da un contesto urbano o rurale, nonché avere le indicazioni sullo stile di vita in Italia, il tipo di abitazione, il lavoro etc. Con l’avvertenza che, anche in questo caso, non bisogna attribuire alla provenienza delle valenze che non trovano riscontro nella realtà: come ci ha ricordato efficacemente anche Marco Aime, ad incontrarsi sono persone e non culture.
Un servizio diversificato, in progress
La prima risposta che i servizi socio-sanitari hanno offerto è stata l’attivazione di una serie di servizi speciali o emergenziali per stranieri, di centri e strutture “dedicate”, cioè finalizzate esclusivamente a prestare le cure necessarie agli stranieri o ad indirizzare questi pazienti verso servizi più specialistici. A parere di molti le strutture “dedicate” risultano superate: se, da una parte, rappresentano una buona strategia per facilitare i percorsi di integrazione e per avvicinare un’utenza diffidente, solitamente di recente immigrazione, dall’altra, esse comportano anche un rischio di “ghettizzazione”. Adesso siamo nella fase dei servizi per tutti, indipendentemente dalla provenienza dell’utente, e su questa linea si dovrebbe operare in tutti i settori.
Nel corso dell’ultimo decennio si è poi sviluppata su questi temi un’ampia letteratura scientifica e si sono moltiplicati i momenti di riflessione e confronto. Il settore si è dotato di una società scientifica, la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM), molto attiva, che ogni anno organizza un importante seminario nazionale su questi temi. È anche grazie all’operato della SIMM che si sono maggiormente diffusi momenti di formazione: su questo versante si è operato in un’ottica transdisciplinare, coinvolgendo opportunamente tutte le figure che interagiscono con la popolazione immigrata, da quelle amministrative al personale di assistenza socio-sanitaria.
Anche in ambito socio sanitario si fa ampio ricorso al mediatore: negli ambulatori ospedalieri e territoriali, presso i reparti, con attività di informazione, interpretazione e mediazione culturale, traduzione scritta di certificazioni e modulistica varia; spesso partecipa a incontri e gruppi di lavoro al fine di migliorare la comunicazione e l’organizzazione dei servizi. Parimenti è diffuso l’utilizzo di strumenti e materiali plurilingui per facilitare la comunicazione e l’accesso ai servizi sanitari (opuscoli, videocassette che spiegano il servizio e i percorsi da seguire...).
Importante è poi il lavoro di rete svolto, soprattutto in alcune realtà, attraverso il Gruppo Regionale Immigrazione e salute, attivo da circa dieci anni, a cui partecipano vari soggetti (istituzionali, ong, associazioni di volontariato, associazioni di immigrati, ecc.). Ad esempio, nel 1999, nell’ambito della Rete Regionale dell’Emilia Romagna, e in seguito in altre regioni, è nato il gruppo regionale Ospedale interculturale per rafforzare le attività di promozione della salute rivolte ai cittadini stranieri e migliorare i servizi verso la popolazione immigrata. Questi gruppi di lavoro hanno sviluppato tutta una serie di attenzioni relative all’alimentazione (garantire pietanze rispettose delle diverse culture), al culto (rispetto dei diversi culti all’interno dell’ospedale), alla nascita (definizione di un percorso nascita con il territorio, per garantire il rispetto del parto secondo le scelte culturali e gruppi di appartenenza), al dolore (garantire il trattamento del dolore nel rispetto della cultura di appartenenza), alla morte (rispetto dei diversi culti all’interno dell’ospedale).
Anche se sussiste una forte disomogeneità tra i vari territori, possiamo riconoscere al settore socio-sanitario una capacità di rispondere, anche in forma innovativa, alle sollecitazioni poste dal nuovo scenario. L’incontro con persone provenienti da regioni lontane, con registri linguistici e comportamentali molto diversi ha messo e mette in discussione la capacità di comprensione dell’operatore, e richiede di elaborare nuove strategie per l’approccio e di ascolto del paziente. L’immigrazione sta portando ad una lenta rivisitazione del modo di rapportarsi del medico nei confronti del paziente con effetti positivi per tutti.
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