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Il resto del mondo Marzo 2006

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   Il "resto del mondo"

La cultura religiosa non può essere solo quella confessionale

di Flavio Pajer *

È nota l’anomalia del sistema di istruzione religiosa nella scuola italiana: l’unico corso di religione inserito nel programma ufficiale è quello di religione cattolica, regolato in base al concordato del 1984 e alle Intese del 1985. Accanto a questo corso confessionale – ovviamente facoltativo – non esiste una materia alternativa per gli alunni non iscritti a religione cattolica. Le religioni di minoranza, mediante le loro intese siglate con lo Stato italiano all’indomani del nuovo concordato, hanno tutte preferito astenersi dal chiedere ospitalità alla scuola pubblica per tenervi corsi confessionali sulla propria fede. Solo le comunità islamiche premono in questi ultimi tempi per ottenere nella scuola un posto analogo a quello riconosciuto alla religione cattolica. Ogni anno sono circa 500mila gli alunni italiani di scuola primaria e secondaria che non ricevono alcuna istruzione religiosa a scuola. Intanto sta aumentando di anno in anno il numero degli alunni di famiglie immigrate, gran parte dei quali, ovviamente, non opta per il corso cattolico. La situazione si fa ancora più insostenibile se si pensa al nuovo ruolo esercitato in questi anni dalle religioni in una società della globalizzazione e al bisogno oggettivo dei giovani di essere criticamente informati sul fenomeno religioso mondiale.

Di fronte a questa situazione, molti in Italia auspicano - fin dai tempi della revisione concordataria - che sia introdotto un regime di opzionalità obbligatoria tra l’attuale corso confessionale e una materia alternativa di natura religiosa ma fatta con approccio aconfessionale, multireligioso, gestita direttamente dall’autorità scolastica centrale o regionale, insegnata da docenti preparati dallo Stato, sottoposta a una normale valutazione scolastica.

Modelli d’istruzione religiosa di altri paesi e vuoto pedagogico in Italia

Nessuno si nasconde le difficoltà giuridiche e organizzative che, al momento attuale, si frappongono all’attuazione di simile ipotesi. Eppure, l’evidenza di questo devastante “vuoto pedagogico” nel sistema italiano e l’esistenza di collaudati modelli di istruzione religiosa pluralistici e democratici dei diversi sistemi educativi europei, dovrebbero far meglio aprire gli occhi alle autorità politiche ed ecclesiastiche del paese, se intendono essere all’altezza delle sfide poste dalle nuove esigenze della democrazia e della laicità.

Da queste ragioni di fondo è partito il Colloquio nazionale organizzato negli ambienti della Camera dei Deputati il 16 dicembre 2005 dal movimento Agire politicamente, dall’Università di Perugia, dall’Istituto statale di cultura religiosa di Trento e dalla Facoltà valdese di Teologia. Pietro Scoppola, già senatore e professore di storia contemporanea a La Sapienza di Roma, ha rilevato nel panorama socio-religioso d’inizio millennio tali elementi di novità da rendere ora obsolete o insufficienti le motivazioni che erano state addotte vent’anni fa per legittimare l’assetto neo-concordatario dell’insegnamento religioso. Di qui il dilemma: “o si torna al primato dei valori sanciti per tutti dalla Costituzione di tutti, o il regime pattizio di concordati e intese non farà che disgregare il già fragile e composito tessuto della scuola”. Anche Franco Monaco, deputato della Margherita, ha parlato della “estenuazione dello spirito buono – buonista? – del concordato dell’84”, rilevando che un certo rigurgito di anticlericalismo militante non sia altro che la reazione uguale e contraria dell’attivismo gerarchico, supportato strumentalmente da uomini politici e da intellettuali che si scoprono all’improvviso paladini pubblici della fede e dei valori cristiani”.

Laicità dello Stato e della politica è tutt’altro. Non è laico lo Stato italiano quando non rispetta e non promuove la libertà religiosa di tutte le minoranze e quando tiene insabbiato da anni un progetto di legge sulla libertà religiosa, ma nemmeno è laico lo Stato francese, che, con una discutibilissima legge sui segni religiosi proibiti a scuola (Commissione Stasi), dimostra di rimanere ancorato a una visione pericolosamente arcaica del fattore religioso e del suo nuovo ruolo nelle società europee. Lino Prenna, pedagogista dell’Università di Perugia e responsabile nazionale di Agire politicamente, si è chiesto che cosa l’istituzione scuola, per suo statuto interno e non per delega, possa e debba fare per garantire uno spazio – oggettivamente e soggettivamente congruo - alla cultura religiosa di tutti. “La scuola può e deve riappropriarsi della piena titolarità di competenza sulla cultura religiosa e, nell’assumere i fatti culturali come oggetto di studio, deve riservare al fatto religioso una attenzione adeguata, come materia curricolare proposta a tutti gli studenti”.

Un confronto sul “che fare”

Esponenti di partiti politici, professionisti della scuola e della comunicazione sociale (è mancata purtroppo la voce dell’Ufficio competente della Cei/Conferenza Episcopale Italiana, pur invitato) si sono confrontati in una tavola rotonda su “che fare?”. Ecco alcune convergenze o punti di non ritorno:

  1. il fenomeno religioso, che lo si osservi nella sua inedita e prepotente visibilità sociale e politica o nei tratti dell’inquietudine dell’uomo contemporaneo, è diventato oggi un fattore culturale troppo importante da lasciarlo solo al consumismo spettacolare e qualunquistico dai mass media o alla gestione identitaria e interessata delle singole confessioni;
  2. la laicità di matrice liberale e illuministica, che ha retto gli equilibri delle società occidentali moderne, manifestamente non è più in grado di far fronte alla complessa ricomposizione etnica, culturale, etica e religiosa della società attuale;
  3. nel caso Italia, senza entrare nel merito dell’opportunità o meno del concordato in quanto tale, si osserva che l’assetto concordatario applicato alla scuola solleva oggi più problemi di quanti ne possa risolvere: tra questi, il paradosso dell’ignoranza religiosa” obbiettivamente incoraggiata dalla scuola per gli alunni non-avvalentisi dell’Irc/Insegnamento della religione cattolica, e l’intollerabile frazionamento delle classi scolastiche qualora altre comunità religiose chiedessero e ottenessero di avere i loro corsi confessionali in parallelo con l’Irc;
  4. la proposta di una “cultura religiosa aconfessionale da inserire nel curricolo comune di tutti gli alunni” non lede i diritti delle famiglie cattoliche, che potranno sempre usufruire dell’Irc assicurato dalla scuola; rispetta i diritti dei non credenti che potranno avere le necessarie informazioni sulle fedi religiose e le convinzioni filosofiche; risponde alle giuste esigenze delle minoranze religiose di trovare nella scuola pubblica momenti di informazione sulla propria religione e di confronto con le altre religioni;
  5. una delle condizioni previe per la praticabilità dell’ipotesi in questione è che l’università statale prospetti curricoli specifici di formazione in scienze della religione in vista di abilitare i futuri titolari di questo insegnamento;
  6. l’università non potrà però mobilitarsi in tal senso se prima non venisse varata una apposita legge parlamentare istitutiva della nuova disciplina. Il gruppo promotore del Colloquio intende spingere per una iniziativa politica in questa direzione, posto che si creino condizioni favorevoli con l’imminente appuntamento elettorale del 2006.
©Cem Mondialità
 

*Flavio Pajer è docente di Pedagogia e Didattica delle religioni presso la UPS di Roma e l’Univ. Catt. di Abidjan. È Presidente del Forum europeo dell’insegnamento della religione.

Il presente articolo è il riassunto del 3° Colloquio che ha avuto luogo il 16.12.’05 a Roma, sul tema della cultura religiosa a scuola. Sul tema c’è un dossier antologico con una trentina di voci di personalità: La cultura assente. L’istruzione religiosa nella scuola – Voci di una proposta, ed. Pro manuscripto di Agire politicamente, pp.72, via Ulpiano 29, 00193 Roma. È anche in preparazione la pubblicazione degli atti del Colloquio.
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