Editoriale Novembre 2006
Editoriale
Un cuore puro
Brunetto SalvaraniQualche settimana fa, ho avuto la fortuna di partecipare ad un incontro ristretto con Raimon Panikkar. Organizzato dalla rivista Interculture e svoltosi sull’Appennino bolognese (nei pressi di quella Marzabotto che accoglie il visitatore con un cartello su cui, invece di magnificarne le bellezze ambientali o archeologiche, si recita lapidariamente «Ricordati!»), il seminario ha rappresentato un’occasione preziosa per ritrovare un amico ma soprattutto un maestro, uno degli ultimi rimasti sulla scena odierna. L’avevo incontrato - fra l’altro - anche parecchi anni fa, ad Assisi, proprio durante un convegno di CEM, in una serata in cui (assieme a Bruno Hussar) esplorammo con calore gli esiti dei cambiamenti in atto nel mondo delle religioni, e l’ho rivisto ancora lucidissimo e appassionato, a dispetto - o in forza - dei suoi venerandi quasi 88 anni. Panikkar, papà hindu e mamma cattolica, catalano ma anche indiano, è una personalità-ponte, testimonianza vivente dell’eccezionale opportunità che può derivare dall’incrocio delle due culture, scientifica e umanistica (la sua prima laurea è in chimica, le altre in filosofia e teologia); così come dei due universi mentali, quello occidentale e quello orientale, che egli ha attraversato costantemente, senza mai venir meno alla fedeltà della sua identità di cristiano e prete. Abbiamo discusso di dialogo, mistica, politica, comunità… ogni suo argomentare parte dalla necessità vitale di decentrarsi, di assumere il punto di vista dell’altro per giungere ad una sintesi nuova e uscire dalla crisi che ci attanaglia; e dalla constatazione della nostra inadeguatezza, del nostro limite, intesa come responsabilità planetaria.
Negli stessi giorni, Il Festivaletteratura di Mantova ospitava un altro maestro che ha scelto di vivere tra occidente e oriente, fra l’India nativa e gli Stati Uniti: l’economista Amartya Sen, già premio Nobel, che presentava nel frangente - come si dice - la sua ultima fatica, il libro Identità e violenza. Mi è sorta, spontanea, l’idea di accostare le sue tesi a quelle di Raimon, e vi ho trovato un motivo in più per coltivare, nonostante tutto, la piccola virtù della speranza. Sen ci esorta, infatti, a tenere presente l’inaggirabile natura plurale delle nostre identità. A diffidare da quanti guardano il nostro pianeta attraverso la lente deformante che lo riduce a mera federazione di religioni e civiltà: anche perché l’imposizione di una presunta identità unica è spesso il preludio all’esercizio di quell’arte marziale che consiste nel fomentare conflitti settari. E non è un caso, una volta di più, che tale appello contro l’ossessione identitaria contemporanea ci giunga da un pensatore cosmopolita, un indiano di casa a Cambridge e a Harvard, che - pur non rinnegando le proprie origini - ha scelto di valorizzare il meticciamento, l’ibridazione fra le antiche culture asiatiche e quanto c’è di buono in ciò che chiamiamo occidente.
Riprendere in mano i suoi lavori, e quelli di Panikkar, non è mai tempo sprecato. In entrambi i casi, si tratterà di un efficace antidoto contro ogni abuso d’identità, e a favore di quell’incontro con l’alterità che, storicamente, è sempre stato il punto di partenza per un autentico salto di qualità. Nulla di facile, si badi, anzi! Ma anche nulla di più urgente se non vogliamo rassegnarci a convivere tristemente coi fantasmi di uno scontro di civiltà ormai tanto evocato che sembra incombente su tutti noi. Ma Panikkar ci dice anche qual è il punto d’avvio per qualsiasi dialogo serio, identificandolo in quel cuore puro cui esortano tutte le tradizioni religiose. Senza la purezza del cuore, non può darsi alcuna relazione, alcun incontro vitale. Nella Bibbia, quando il re Salomone ha la possibilità di chiedere qualsiasi dono a Dio, nella sua grande sapienza chiede solo un lev shomer, un cuore capace di ascoltare.
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