Interculturafase2 Novembre 2006
Intercultura fase2
Solitudini e castighi, per fortuna esiste «la clemenza della corte... dei bambini !»
di Cristina GhirettiNel mio immaginario, più emotivo che culturale, ho spesso attribuito un’accezione negativa alla parola «punizione», associandola ad altre come castigo, mortificazione, svalutazione, indifferenza . Ciò è accaduto in conseguenza di esperienze da me vissute in ambito scolastico, sociale, e in seguito anche lavorativo. Queste esperienze, comuni a molte persone anche se in forme e intensità diverse, hanno fortemente condizionato il «chi» siamo oggi e di conseguenza il «come» ci relazioniamo con gli altri, sia in ambito privato, sia in ambito sociale e professionale.
Credo che anche gli insegnanti si trovino a confrontarsi quotidianamente con i pregiudizi e gli stereotipi che li condizionano, sia nelle scelte didattiche, sia negli stili educativi e relazionali. Prenderne atto mi sembrerebbe già una buona partenza per dare inizio, partendo da se stessi, a processi di cambiamento verso una concreta pedagogia interculturale, ricercandcontenuti e modalità che offrano a bambini e genitori competenze professionali che siano al servizio di un mutuo insegnamento, di una costante ricerca di occasioni di crescita collettiva. Un rapido sguardo retrospettivo alla mia esperienza professionale, iniziata una trentina d’anni fa nella stessa realtà territoriale in cui ancor oggi insegno, mi ricorda che, in particolare nei primi dieci anni, l’incontro con allievi e genitori era caratterizzato dalla «semplicità», al punto che a volte questi rapporti rasentavano la leggerezza da parte degli adulti, soprattutto per quanto riguarda le attese formative dei figli, mentre in altri casi era evidente una più serena disponibilità alle relazioni sociali. Ciò spesso si traduceva in incontri festosi, che diventavano un aspetto importante della realtà scolastica.
Oggi la situazione è molto cambiata, a causa dell’accelerazione degli stili di vita, prodotta dall’attuale modello di cultura economica e sociale, che pone agli educatori nuovi e complessi problemi, sempre più difficili da affrontare. Problemi che richiedono un rinnovato impegno per non disperdere i valori della funzione educativa della scuola. Penso a questo proposito alla crescente «solitudine genitoriale» come condizione ormai riconosciuta fra i malesseri della nostra epoca, che genera confusione di ruoli, ansie da prestazione, fughe verso modelli culturali proposti dai media, con inevitabili ricadute negative sui figli, sempre più disorientati, emotivamente fragili e dispersivi nei processi di apprendimento.
Riconoscendo queste difficoltà, ritengo anzitutto importante, nella pratica scolastica, rivedere un certo atteggiamento «giudicante» che a volte gli insegnanti adottano rivolgendosi ai bambini e ai genitori. Questo atteggiamento comprende modi sentenziosi e accusatori nell’affrontare i problemi comportamentali, suscitando contrapposizioni o conflitti. Se questo atteggiamento verrà modificato, sono convinta che si possa recuperare il dialogo con i genitori, rivalutando temi come l’educazione alla responsabilità e alla convivenza civile, i princìpi formativi fondati su valori universali come la giustizia, il rispetto, la comprensione, la solidarietà. Sono princìpi che insegnanti e genitori dovrebbero trasmettere con il loro esempio, prima ancora che con l’insegnamento di regole, orientamenti etici e comportamentali .
Perché la punizione non diventi l’unica modalità educativa come termine di valutazione per le competenze e per i comportamenti dei ragazzi, o, peggio, una scorciatoia per non assumersi responsabilità nell’affrontare difficoltà e disagi, reputo fondamentale che gli adulti e, nello specifico, gli insegnanti, s’interroghino sul quanto e sul come intendono agire per favorire un sereno clima relazionale nella classe e con la famiglia .
Ecco alcuni suggerimenti in merito: oltre alle attività educative a sfondo interculturale (di cui ho scritto in articoli precedenti), come quelle sulla gestione non violenta dei conflitti, vorrei aggiungere quelle relative al tema della cooperazione, proponendo ai bambini una serie di giochi come quelli descritti nei testi di Sigrid Loos .
Circa le mie riflessioni in merito al rapporto con i genitori, farò invece riferimento a due esperienze che ho condiviso in questi ultimi anni con colleghe e genitori della scuola in cui insegno. Da esse ho infatti tratto un’importante ricaduta relazionale, sia in termini di fiducia, sia in termini di conoscenza tra le diverse persone, al di là e nel rispetto dei diversi ruoli e competenze.
«I laboratori giocati» - Si tratta di un una serie d’incontri organizzati dagli insegnanti, in orario extrascolastico, volti al coinvolgimento attivo dei genitori nei diversi laboratori tematici utilizzati quotidianamente dai loro bambini (ceramica, teatro, pittura, ecc.), per condividerne nella diretta sperimentazione il valore educativo e relazionale, in un clima di gioco e allegria.
«Le serate a tema» - Diversi incontri su temi di comune interesse educativo (regole, televisione, autonomie, ecc.) dove il confronto veniva mediato da una docente esterna nel ruolo di facilitatrice .
Il dibattito era inoltre alimentato da una serie di riprese video, realizzate dagli insegnanti, che mostravano attività varie e momenti significativi vissuti con i bambini nell’arco di una giornata scolastica. Le riprese coglievano anche i momenti di presenza dei genitori durante la gestione dei bambini (per esempio all’arrivo o all’uscita da scuola), questo ha permesso di visualizzare e discutere i limiti e le difficoltà nel rapporto con i figli, in un clima sereno e non giudicante.
Vorrei concludere condividendo con voi una «perla di saggezza» regalatami dal mio figlio minore (di undici anni) durante una chiacchierata sul tema della punizione: «…Se un bambino sbaglia, per esempio rispondendo male alle insegnanti o maltrattando gli altri, può essere punito dalle maestre, ma poi, se fossi nelle maestre, chiamerei i suoi genitori per capire se il loro bambino ha dei problemi o se devono solo insegnargli il rispetto per gli altri… Altre volte invece sono le maestre che sbagliano e puniscono ingiustamente un bambino forse per un malinteso».
Grazie, Francesco, per questo esempio di clemenza affettiva che offri a noi insegnanti… Potrà aiutarci a scegliere più spesso il perdono anziché la condanna.
BOX
«Laddove l’individuo non orienta la propria vita e le proprie scelte con una consapevolezza interiore, non sceglie più per la libertà ma subisce l’arbitrio altrui. Libertà non è fare ciò che si può, né fare ciò che può essere fatto o detto, o pensato impunemente, libertà è fare ciò che è giusto. Fare ciò che è giusto diventando il giudice di se stesso, non l’avvocato difensore». (Moni Ovadia, Vai a te stesso).
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