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Interculturafase2 Novembre 2006

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Antonella Fucecchi   Intercultura fase2

Punire, e correggere: purgatorio e inferno dell’educazione

Antonella Fucecchi

Correzione e castigo sono fasi inevitabili di ogni processo educativo, direttamente correlati con l’esercizio dell’autorità e della responsabilità: è un passaggio conflittuale della relazione educativa in cui il coinvolgimento emotivo da ambo le parti è molto intenso. Correggere richiede saggezza e rispetto, perché la correzione non si tramuti in umiliazione; significa anche avere il coraggio di riconoscere ed ammettere i propri errori: non si educa se non educandosi.
Si corregge per migliorare, rinnovando la fiducia nelle capacità di evoluzione personale, facendo sentire che la qualità del rapporto educativo, messa alla prova, non potrà che crescere. Alla punizione scolastica si accompagna, però, nell’alunno anche un grande senso di perdita e di vergogna: spetta all’educatore non aggravare la ferita che la correzione comporta e il modo in cui verrà vissuta. Il senso di colpa può tramutarsi in una molla di crescita, se opportunamente elaborato. Soprattutto, occorre vigilanza emotiva per evitare di trasferire aggressività o supponenza, intenzioni che, anche se inconsce, il sottile fiuto dell’alunno percepisce acutamente.

Le fonti dell’immaginario su castigo ed espiazione

Quale modello opera nel nostro immaginario quando affrontiamo la questione della colpa e del castigo? Metafore e similitudini sono influenzati da luoghi di penitenza, di patimento che hanno nell’inferno la loro matrice più diretta e nel purgatorio la versione evolutiva dell’idea di colpa e di possibile espiazione.
La letteratura in merito è sterminata, ma segnaliamo in particolare due opere: il classico di Jacques Le Goff La nascita del Purgatorio, Einaudi 1996, prezioso per analizzare la genesi di questo luogo in un aldilà transitorio assente nell’immaginario del mondo antico, e il recente volumetto di George Minois Piccola storia dell’inferno, il Mulino 2006. Le due opere indagano la genesi di queste dimensioni, pensate in vista della coesione e del controllo sociale ed esplorano la funzione dell’immaginario di matrice religiosa.

A ciascuno il suo inferno

La creazione dell’inferno tradizionale è dovuta ad una sintesi tra immaginario mesopotamico ed ebraico ed elaborazione mitologica e filosofica del mondo classico: la riflessione teologica e la suggestione popolare di stampo cristiano hanno suggellato la definitiva fissazione degli aspetti tipici.
L’inferno è una costante di ogni civiltà ed assume aspetti multiformi; tutte le società ne hanno uno, connesso più o meno con l’idea di giudizio e castigo, transitorio od eterno. Molte culture, però, non prevedono l’esistenza di luoghi ultraterreni separati, ma collocano i defunti in un oltretomba indeterminato, destinato a tutti: è il caso dell’Ade omerico, dello sheol ebraico che nel tempo hanno assunto connotazioni eticamente più definite. Una linea di demarcazione tra gli inferni delle società orali e tribali e quelli delle società fondate sull’idea di stato è rappresentata dalla presenza del giudizio finale che appare nel mondo mesopotamico, babilonese, egizio e classico, cioè in realtà culturali in cui vige un complesso sistema giuridico.
In queste società l’inferno ha una funzione correttiva e tende a dare risposte al problema del male, e la giustizia divina è in ininterrotta continuità con il corpus giuridico in vigore: nell’Epopea di Gilgamesh le colpe riecheggiano le prescrizioni del codice di Hammurabi. L’oltretomba antico più strutturato è quello dell’Eneide (libro VI) diviso in aree distinte: il Tartaro e i Campi Elisi. Anche in questo caso le pene comminate sono stabilite secondo una scala di gravità che rispecchia la legge delle Dodici Tavole.

L’inferno cristiano

Se le Scritture forniscono poche informazioni sull’inferno, la letteratura apocalittica e gli apocrifi nutrono l’immaginario popolare. Per arginare il proliferare di fantasie, dal XI al XIII secolo la teologia ridefinisce l’inferno come principio e non come luogo. È la scolastica a fornire il contributo più significativo: l’inferno ha rapporti con il diritto e la filosofia; il giudizio si trasforma in un processo con avvocati ed arringhe; nel XII secolo è stabilita la distinzione tra peccato veniale e mortale, nel 1215 la confessione annuale è obbligatoria, il Concilio di Firenze del 1439 decreta che il pagano, l’eretico, chi è fuori della Chiesa, sarà destinato al fuoco eterno. Dopo la scoperta dell’America il numero dei dannati aumenta vertiginosamente: milioni di indigeni e di loro antenati hanno nell’inferno il loro luogo predestinato. Vi finiranno anche i nemici della chiesa e della gerarchia ecclesiastica.
Da questo momento il processo di formazione dell’inferno è compiuto e pronto per i numerosi fini che ne verranno fatti. Dal Medioevo fino al XVI secolo è stato fonte d’ispirazione per poeti, artisti e mistici più di quanto lo sia stato il paradiso, perché intorno al tema del castigo e della colpa l’immaginario è sadicamente fecondo. L’evocazione dei tormenti, impiegata in omelie e sermoni, alimenta la pastorale della paura tra XVII e XIX secolo, epoca in cui declina la fortuna dell’inferno cristiano: «il più compiuto sistema totalitario di castigo che lo spirito umano abbia concepito» (cfr. Piccola storia dell’inferno, pag. 96).

Il Purgatorio: centro di permanenza temporanea

Il purgatorio come realtà intermedia tra inferno e paradiso, creato nel XII secolo, rappresenta una rilevante innovazione della concezione dell’aldilà, con il superamento della logica binaria, e conferma teologicamente l’efficacia del culto dei defunti e dei suffragi in loro favore. Purgatorio era un termine usato in funzione aggettivale, unito a sostantivi, come pena e fuoco. Nasce per rispondere agli interrogativi sulla sorte delle anime dopo la morte e prima del giudizio universale, e sostituisce le dimore e i ricettacoli in cui si supponeva che esse attendessero il verdetto finale, soppiantando luoghi poco chiari come «il seno di Abramo». Destinato alle anime mediocremente buone e a quelle mediocremente cattive, è un penitenziario dal quale si uscirà redenti anche prima del giorno del giudizio. È una creazione cattolica avversata dagli ortodossi e dai riformati ed ha oscillato tra una sorta di inferno ridotto o di anticamera del paradiso, dimensione che ha prevalso. Il carattere intermedio e transitorio del purgatorio, la possibilità di uscirne attraverso preghiere riflette anche il mutamento sociale e politico prodotto dall’ascesa della borghesia, di nuovi ceti commerciali ed artigianali: «Il Purgatorio costituisce un elemento di questa espansione nell’immaginario sociale, nella geografia dell’aldilà, nella certezza religiosa, è un tassello del sistema. È una conquista del XII secolo». (cfr. La nascita del purgatorio, pag.147)

I nuovi inferni

Che ne è nell’immaginario attuale di queste dimensioni ultraterrene così anticamente radicate? Hanno subìto un declino inevitabile, soprattutto il purgatorio, mentre si declinano al plurale paradiso ed inferno impiegati per indicare condizioni antipodiche, ma è l’inferno a predominare. Nell’ultimo secolo il concetto di inferno in senso tradizionale muta profondamente dopo il Concilio Vaticano II da un punto di vista teologico. Abbandonato dalla fede, l’inferno risorge nella riflessione filosofica: nel XX secolo diviene espressione dell’angoscia dell’uomo e metafora della condizione umana. Perde le sue connotazioni oltremondane perché l’inferno, quello vero è qui, tra noi nel cuore dell’uomo, negli orrori dei genocidi, dei totalitarismi, nelle diseguaglianze economiche, nelle catastrofi ambientali; per questo il XX secolo è il secolo degli inferni, il peggiore di tutti è quello del libero arbitrio, quello che l’uomo si infligge da sé.

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