Il resto del mondo Novembre 2006
Il "resto del mondo"
Che cosa ci insegna davvero la vicenda della scuola islamica di Milano
di Federico Tagliaferri
Paolo Branca è professore associato di lingua e letteratura araba all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e autore di numerosi testi sull’islam e sulla cultura araba. Insieme ad altri colleghi dell’Ateneo milanese si è impegnato in prima persona per trovare una soluzione alla vicenda della scuola islamica di via Quaranta a Milano. Gli abbiamo chiesto di ricostruire i punti cruciali della questione e di illustrare ai lettori di CEM Mondialità le sue considerazioni in merito.
Com’è nata la scuola di via Quaranta?
La scuola di via Quaranta (oggi di via Ventura, come dirò meglio in seguito) è nata nell’ambito delle attività dell’Istituto Culturale Islamico di Milano. All’origine si trattava di una scuoletta autogestita per pochi bambini i cui genitori pensavano di tornare entro breve tempo in Egitto insieme ai figli. Come spesso accade, questo ritorno non avveniva mai. Così il numero degli allievi è cominciato ad aumentare, e la scuola si è trasferita in una palazzina in via Quaranta, appunto, dove è rimasta attiva per una quindicina d’anni.
Che tipo di scuola era?
Una scuola non riconosciuta, senza una fisionomia giuridica che rientrasse in alcun ordinamento, né italiano, né egiziano. I bambini, infatti, dovevano presentarsi come privatisti al consolato egiziano alla fine dell’anno scolastico per sostenere gli esami: ciò consente agli alunni di ottenere un diploma. La scuola, pertanto, non andava oltre le medie, perché non vi sarebbe stato alcun modo di vedersi riconosciuti gli studi. Il programma della scuola era quello ufficiale egiziano per le elementari e per le medie.
Qual era la lingua d’istruzione? Quale programma scolastico veniva seguito?
La lingua araba. E tale è rimasta fin quando siamo intervenuti noi, come gruppo di docenti dell’Università Cattolica, sensibili alle difficoltà d’inserimento sociale di bambini e ragazzi che vivono in Italia e destinati a rimanervi, con i conseguenti rischi di emarginazione linguistica e culturale, e di mancanza di un titolo di studio riconosciuto in Italia. Il programma era quello ufficiale egiziano. Per l’insegnamento dell’italiano non era previsto alcuno spazio, solo poco prima del nostro intervento, la scuola aveva cominciato a invitare occasionalmente qualche maestro o professore italiano in pensione
La scuola aveva però anche una connotazione religiosa...
Sì, si definiva «islamica». Il suo nome era Fajr al-Islam, l’Alba dell’Islam. L’impronta religiosa dell’insegnamento era molto forte, anche nei comportamenti richiesti a docenti, genitori e alunni. Ricordo, ad esempio, che un genitore maschio non poteva parlare con una maestra donna per sapere come andava il bambino. Il direttore della scuola faceva da interprete fra i due.
Chi erano gli insegnanti?
In genere erano maestri arabi, soprattutto egiziani. Purtroppo, non tutti erano qualificati. Erano talmente sottopagati che c’era il fondato sospetto che alcuni di essi non avessero trovato di meglio quanto a opportunità lavorative. In altri casi erano persone che volevano rimanere in un ambiente prettamente arabo e, nonostante fossero in Italia da decenni, non conoscevano l’italiano: quando, scoppiato il caso mediatico di via Quaranta, i giornalisti andavano a intervistarli, a volte erano i bambini a dover fare da interpreti. Da notare che le famiglie pagavano una retta per frequentare la scuola, e che era stato organizzato un complesso sistema di pullman per il trasferimento dei bambini, alcuni dei quali venivano da lontano. Non c’era la refezione scolastica, e anche i bambini della materna dovevano mangiare panini, perché potevano tornare a casa solo a pomeriggio inoltrato.
Quindici anni di attività della scuola sono tanti…
Sono stati sedici anni di silenzio, un silenzio che ha fatto comodo a molti. Da un lato, la scuola era situata in una zona periferica della città, e da un punto di vista logistico non dava fastidio a nessuno, dall’altro la scuola italiana se ne è di fatto disinteressata. Da notare - tra l’altro - che in una prospettiva tecnico-giuridica i bambini che la frequentavano evadevano l’obbligo scolastico. Infatti, secondo la legislazione italiana, l’istruzione paterna è ammessa, purché gli allievi dimostrino, da privatisti, di aver acquisito il necessario livello di formazione scolastica. C’è stata negligenza da parte delle nostre autorità, che avrebbero dovuto quantomeno pretendere l’iscrizione nominale nella scuola di competenza e sottoporre agli esami i bambini alla fine dell’anno come privatisti.
Che cosa è successo a un certo punto?
Dopo l’11 settembre, il clima è cambiato, e da varie parti le pressioni per un intervento sulla scuola si sono fatte più forti. Il presidente dell’Istituto Culturale Islamico di Milano mi ha contattato per cercare di risolvere il problema, soprattutto in considerazione dei pessimi risultati scolastici dei ragazzi che tentavano di proseguire gli studi alle superiori. A quel punto, in una prospettiva di mediazione culturale, come gruppo di docenti della Cattolica abbiamo elaborato un progetto insieme alla Direzione scolastica regionale per affiancare almeno l’insegnamento dell’italiano al curriculum dei bambini, consentendo loro di frequentare a questo scopo le scuole vicine, divisi in gruppi. Naturalmente non era un progetto solo per gli alunni di via Quaranta, ma per tutti i bambini figli di immigrati. I corsi erano gratuiti, le spese per gli insegnanti sono state coperte dalla Fondazione Cariplo.
Il progetto ha funzionato?
Direi di sì, i bambini sono potuti uscire da quel ghetto. L’esperimento è servito per dimostrare che un contatto con la scuola italiana e con l’apprendimento dell’italiano non è pericoloso per i bambini, per la loro cultura e per la loro identità, e che è possibile uscire dall’isolamento. Però nel frattempo, chi di dovere, autorità scolastiche e comunali, avrebbe dovuto intervenire e porre dei limiti all’illegalità: il numero dei bambini era spropositato rispetto alle dimensioni dell’edificio che ospitava la scuola, con tutte le conseguenze immaginabili in termini di agibilità e sicurezza. L’autorità si è nascosta dietro il nostro ruolo di mediatori culturali, lasciando le cose come stavano, ma dando l’impressione che il problema fosse risolto. Ma non era affatto risolto.
È nato allora il «caso» di via Quaranta?
Sì, perché il Comune di Milano si è deciso a fare un’ispezione dell’edificio, da cui è risultato che la scuola non era agibile. Perciò, a una settimana di distanza dall’inizio dell’anno scolastico 2005-2006, ne ha imposto la chiusura. Alcuni genitori hanno accettato di iscrivere i figli alla scuola italiana, altri hanno mandato i figli in Egitto, causando non pochi traumi familiari nella separazione, mentre gli «irriducibili», riuniti in un’associazione denominata «Insieme», hanno trovato un altro edificio in via Ventura. Lì hanno organizzato una scuola pomeridiana, un fatto strano se si considera che di mattina i bambini non frequentano una scuola italiana. È stato inserito in qualche maniera l’insegnamento dell’italiano e la scuola è stata intitolata a Naghib Mahfouz, lo scrittore premio Nobel recentemente scomparso. Non è più quindi ufficialmente una scuola islamica, anche se temo che si tratti solo di fumo negli occhi. Ma anche questa scuola non ha potuto aprire, alla fine dell’estate 2006 il Comune ha rilevato per l’edificio di via Ventura gravi carenze che ne determinano l’inagibilità. Forse sarà possibile una sua apertura in corso d’anno.
Quali insegnamenti si possono trarre da tutta questa vicenda?
Se i genitori vogliono a tutti i costi una scuola araba, la facciano rispettando le normative. Esistono già da tempo, a Milano, la scuola svizzera, tedesca, inglese, ecc. Ma mentre in questi casi si tratta per lo più di alunni destinati a rientrare in patria dopo un certo periodo di tempo, nel caso degli immigrati di lingua araba il 95 per cento si ferma in Italia,come mostrano le statistiche. Favorire una scuola egiziana non aiuta una comunità a integrarsi. Il vero problema della scuola di via Quaranta è la sua pessima gestione, pur di fronte a di un’esigenza giusta e condivisibile: il mantenimento della lingua e della cultura d’origine. Il risultato è che i genitori che mandano i figli in quella scuola si considerano una specie di società parallela, un corpo estraneo nel Paese ospitante.
Una circostanza preoccupante…
La cosa veramente preoccupante è che noi italiani, con la nostra indifferenza di molti anni, abbiamo insegnato a questa comunità quello che in fondo molti italiani pensano: che rispettare le leggi è un’opzione, e che si può fare ciò che si vuole, tanto una scappatoia si trova sempre. I genitori l’hanno capito subito, e si sono adeguati. È stato un grave fallimento per la democrazia, perché questa, che fortunatamente è un sistema debole, non può usare troppo l’arma della repressione, mentre si è dimostrata incapace di usare l’arma dell’incentivo: chi partecipa e rispetta le leggi deve essere premiato. Che i genitori dei bambini diffidino delle istituzioni è naturale, provengono da Paesi dove esse sono inefficienti o corrotte, ma che noi non abbiamo avuto niente da proporre loro è l’aspetto più pericoloso della vicenda. Quando abbiamo tentato di coinvolgere le nostre istituzioni, ci siamo resi conto che le resistenze erano forti tanto quanto la loro chiusura. Dire che i musulmani non si vogliono integrare, e che quello della scuola di via Quaranta è l’esempio da additare in negativo, è fuorviante. Anzitutto i numeri dimostrano il contrario: i bambini erano circa 500, ma nelle scuole di Milano e provincia gli alunni arabofoni sono circa 20 mila, in secondo luogo i media non hanno voluto capire qual era la posta in gioco, sollevando il solito polverone.
Il vostro gruppo ha in programma nuove iniziative?
Si, quella dei doposcuola di lingua e cultura araba nelle scuole dove sono maggiormente presenti gli alunni arabofoni. Il progetto è patrocinato dalla Direzione scolastica regionale, è finanziato dalle fondazioni Cariplo e Vismara e dall’Ismu, ed è supervisionato da un gruppo di docenti dell’Università Cattolica di Milano: tra gli altri, da Mirella Santerini, Rita Sidoli, e da me. Il progetto è partito lo scorso anno scolastico in una decina di scuole e ha coinvolto circa 3-400 bambini, quest’anno riguarderà un numero più alto di scuole. I corsi prevedono una durata da due a quattro ore alla settimana, e sono inseriti nell’offerta formativa della scuola, ovviamente su base volontaria. Abbiamo puntato molto sulla qualità del progetto: gli insegnanti vengono selezionati con grande cura, sono tutti di madrelingua, non solo egiziani, ma anche di altri Paesi del mondo arabo. Tra gli insegnanti vi sono cristiani e musulmani, la loro supervisione è affidata a italiani che conoscono l’arabo. I bambini sono cristiani, musulmani e perfino ebrei arabofoni. Lo scopo è evidente: valorizzare la cultura d’origine in un quadro pluralistico di rispetto, di conoscenza reciproca, e non d’isolamento. Siamo molto contenti dei risultati, soprattutto della reazione favorevole delle famiglie: alcune si sono dette pronte a pagare per un aumento delle ore di doposcuola.