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Il resto del mondo Novembre 2006

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   Il "resto del mondo"

La cristologia

Marco Dal Corso

Oltre ad alcune categorie teologiche, la frontiera religiosa latinoamericana offre una diversa interpretazione cristologica quanto mai pertinente all’interno del dibattito attuale e feconda anche in ordine al problema del pluralismo religioso che, proprio davanti alla cristologia, denuncia specifiche difficoltà.

Siccome la storia della salvezza è concreta, prossima, umana e necessaria, ad essa serve più l’umanità di Gesù piuttosto che la sua divinità. Il «nino Jesus» celebrato festivamente in America Latina, allora, non è solo un dato di costume, retaggio di religiosità popolare resistente davanti alla modernità anche religiosa, ma rappresenta, piuttosto, la rilettura operata dalle culture autoctone della figura di Cristo. Il bambin Gesù, insomma, è la porta di entrata per capire la persona di Gesù di Nazareth che, comunque, prima di essere visto come figlio di un padre lontano rimane, soprattutto, il «figlio di Maria». Interessante osservare, a questo proposito, l’influenza della cristologia coranica (se così si può dire) arrivata in America Latina attraverso la religiosità iberica medioevale.

Ma Gesù non è solo bambino, egli è pregato e celebrato anche come «Gesù moreno» dove «moreno» non è solo un colore della pelle «comprensibile» per le culture indigene e africane, quanto una categoria culturale capace di riconoscere la vocazione messianica di un Gesù vicino, dialogante, attento alle necessità materiali della gente. Se capisce la gente è perché è «moreno». Non solo una riappropriazione etnica-razziale, ma una rivisitazione culturale e teologica della figura di Gesù: riconoscimento nella fede dell’universalità di Cristo predicata, senza successo, dalla religione degli evangelizzatori. Per questo il «Gesù moreno» riesce a convivere, senza molti problemi, con le credenze degli indigeni e ancora di più degli afro-discendenti.

Il contributo cristologico delle religioni indio-afro-iberoamericane diventa interessante e paradigmatico per il problema del pluralismo religioso oggi se, rileggendo la storia di questa specifica frontiera, sappiamo cogliere la principale novità: quella di leggere, avvicinare e vivere la figura di Cristo al di fuori della storia dell’Occidente. Oltre le categorie occidentali, allora, è possibile rivedere e conoscere la figura di Gesù vicino all’idea, ad esempio, di «esplosione della vita», liberando la cristologia della sua teologia sacrificale (come proposta dal Gesù grecolatino) e al tempo stesso avvicinandola alla spiritualità della natura e al suo contesto cosmico tipica delle culture autoctone. Oltre le categorie occidentali, ancora, è possibile vivere la settimana santa non già come una rappresentazione «tragico-politica» della morte eroica di Cristo, ma come spazio dove celebrare, attraverso il «corpo di GesùÌ prototipo della rigenerazione corporale dei poveri, il trionfo della vita popolare. C’è un senso popolare autentico della settimana santa, diverso e distinto dalla teologia ufficiale, ma non per questo meno cristologico. Occorre però uscire dalle categorie interpretative occidentali. Qui la cristologia ritorna come risorsa piuttosto che come problema all’interno del dibattito sul pluralismo religioso.

3) la teologia popolare

Infine, oltre le categorie e la cristologia, la frontiera religiosa latinoamericana ancora così viva e diffusa tanto da contaminare (nel senso pluralista della parola) il recente ed esplosivo fenomeno del pentecostalismo, propone una sua specifica teologia.

Essa rilegge la vocazione utopica e il destino escatologico proposto dalla religione cristiana dentro le categorie della «terrestrità» e della comunità umana. Il paradiso, insomma, simbolo utopico per eccellenza, non è teocratico come per le culture occidentali, ma antropocentrico come capiscono bene le culture orientali. Utopia, allora, non è fuggire dal mondo, ma ricrearlo simile al paradiso. In questo senso le feste religiose popolari si propongono, nonostante gli occhi scandalizzati del missionario di ieri e di oggi, come luoghi dove ricreare l’habitat paradisiaco.

Dentro questa teologia popolare, allora, è possibile capire e valorizzare la «desacralizzazione» della morte operata dalle culture popolari. Alla morte non è consegnato il senso della vita, anche se essa fa parte del gioco della vita. Per questo, davanti ad essa, è possibile la memoria festiva piuttosto che il sentimento del lutto e della pena. La morte desacralizzata non imprigiona la vita, casomai la celebra e la ricorda: tutta la vita che è stata prima di finire. Questo si festeggia.

La teologia popolare, inoltre, riconosce e valorizza l’amore di coppia, l’amore umano. Per le culture popolari, prima ancora che per gli interessi commerciali e mediatici moderni, la sessualità è un’esperienza divina. Essa può condurre a Dio come sorprendetemente ricorda la religiosità araba-musulmana. L’amore espresso dalle persone è simbolo dell’amore divino. E, infine, la teologia popolare reinterpreta, umanizzandoli, i santi pregati e celebrati dalla devozione locale. Essi sono santi non per virtù eroiche individuali, ma soprattutto per la loro vitalità e convivialità straordinaria. Di questo forse non si è accorta l’agiografia ortodossa, che continua a proporre le virtù e l’etica individuale dei singoli santi nei diversi luoghi di culto, ma il fedele, oggi come in tempi di cristianità coloniale, paga le promesse e partecipa alle romarie perché sente il «suo» santo vicino alle vicende umane e non imprigionato nelle pagine dei libri devozionali.

Insomma, a queste e ancora altre note di teologia popolare, prodotto di una frontiera storica interessante tra il cristianesimo occidentale e le culture indio-afro-iberoamericane, possiamo avvicinare la vicenda biblica e scoprire, sorpresi, che essa non è in dissintonia, ma, al contrario, forse molto vicina a queste categorie meticce, alla sua cristologia e teologia. Il dialogo interreligioso può imparare proprio dalla frontiera a vedere oltre i suoi ostacoli.

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