Il resto del mondo Novembre 2006
Il "resto del mondo"
Diversi scaffali diversi
Lorenzo LuattiChe i materiali bibliografici e multimediali, e più in generale, la «documentazione» costituiscano utili strumenti per la scuola e per i servizi tutti chiamati a sviluppare percorsi di accoglienza e di convivenza interculturale, sembra cosa oggi diffusamente acquisita. Non ultimo, il Ministero della Pubblica Istruzione nel paragrafo finale delle sue «Linee guida per l’accoglienza degli alunni stranieri» del marzo 2006, ha sottolineato e rilanciato l’importanza della documentazione per la scuola multiculturale e plurilingue. Peccato che queste indicazioni, come molte altre contenute nel documento citato, non siano poi supportate da adeguate risorse finanziarie; ma ciò non costituisce una novità, anzi siamo in linea con quanto avvenuto in passato e con la politica degli «auspici» a cui il Ministero ci ha purtroppo abituati. Per altro verso, l’indagine Eurydice sullo stato della scuola multiculturale nei 25 paesi dell’Ue, pubblicata a fine 2004, ha evidenziato come la risorsa costituita dai «materiali», e soprattutto da quelli bilingui/plurilingui, sia lo strumento per l’accoglienza e l’inserimento degli studenti stranieri più diffuso in tutti i paesi europei (ovviamente non il solo). Varie ricerche condotte in Italia a livello locale hanno confermato ampiamente quanto emerso a livello europeo.
Nel corso di questi anni si sono sviluppati diversi strumenti e sistematizzazioni che possono essere di grande ausilio per la scuola e per tutti i servizi del territorio con utenza immigrata. Non sempre sono conosciuti adeguatamente. Le domande che formulano gli operatori dei servizi - e qui mi soffermerò su quelli educativi e scolastici - richiedono una complessità di risposta variabile. Qualsiasi risposta deve sempre partire dall’avvertenza, per quanto banale, che i materiali di per sé non hanno poteri taumaturgici in grado di risolvere i problemi e le sfide della scuola multiculturale (che richiedono ben altro tipo di risposta): possono essere dei validi strumenti per fare educazione interculturale ma da soli non producono alcun cambiamento nella didattica.
Riprendiamo dunque le sistematizzazioni più note e diffuse, in un percorso che va dal piccolo al grande, dallo strumento più semplice da realizzare a quello più complesso. Ogni dimensione esprime finalità anche molto differenti.
Lo «scaffale per l’accoglienza»
Un primo strumento è lo «scaffale per l’accoglienza» che ogni istituto scolastico, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di II grado (pur con i necessari adattamenti), dovrebbe possedere, «a portata di mano», per farne ricorso in qualsiasi momento dell’anno scolastico. Lo scaffale per l’accoglienza non fa altro che declinare - con qualche rigidità superabile con il buon senso - le differenti fasi/momenti di attenzione in cui si articolano l’arrivo e l’inserimento di un alunno straniero neo-arrivato: primo arrivo-iscrizione alla scuola; prima accoglienza; assegnazione alla classe; apprendimento italiano L2-percorso individualizzato; rapporto scuola-famiglia. La «gestione» di questi singoli momenti coinvolge vari soggetti (insegnante, dirigente, commissione accoglienza, personale tecnico-amministrativo…) e può essere supportata da una pluralità di materiali che lo scaffale accoglienza mette a disposizione. Gran parte di questi materiali è accessibile direttamente da internet o pubblicati da centri interculturali e da enti locali ai quali possono essere richiesti.
Lo «Scaffale multiculturale»
Di maggiore complessità è la realizzazione di uno «Scaffale multiculturale», ideato più di 10 anni fa da Vinicio Ongini, oggetto di numerose sperimentazioni e che oggi, proprio da queste esperienze, esce arricchito e potenziato nei contenuti e nelle finalità. In buona misura, esso intende fornire una pluralità di strumenti bibliografici e multimediali utili per fare educazione interculturale a scuola, in biblioteca, in altri luoghi del territorio… Troppo noto per ritornarci ancora una volta.
Lo «scaffale multilingue»
Salendo ancora nella scala di complessità e onerosità, troviamo lo «scaffale multilingue», che raccoglie libri, riviste, materiali multimediali, per adulti e ragazzi, nelle lingue di alcune comunità immigrate residenti Le finalità qui cambiano nettamente, trattandosi di uno strumento che vuole rispondere ai bisogni di lettura e d’informazione della popolazione immigrata o di origine immigrata presente su un determinato territorio. Per favorire l’accesso degli utenti a tali risorse occorre avere alcune attenzioni e ripensare alcuni servizi bibliotecari in senso interculturale. Sono ancora poche le sperimentazioni in Italia, per lo più stanziali in biblioteche pubbliche e di associazione (ma anche itineranti nel territorio), che evidenziano una serie di difficoltà in tutte le fasi, dall’organizzazione dello scaffale multilingue all’effettivo coinvolgimento dei destinatari finali. Sono comunque esperienze destinate a crescere e a diffondersi, come suggerisce la realtà di molti paesi europei interessati da più tempo dai fenomeni migratori.
Il «Centro di documentazione interculturale».
All’apice di questa scala troviamo, infine, il «Centro di documentazione interculturale». Oltre a produrre e raccogliere la documentazione specifica, esso sviluppa una serie di azioni e attività di natura diversa (ad esempio animazione e mediazione interculturale, facilitazione linguistica, formazione, seminari e convegni, spettacoli, feste, incontri…): in questo senso esso si presenta come un progetto complesso, alimentato da una pluralità di azioni che operano tra loro in forma sinergica. È evidente che la documentazione oltre ad essere risultato di alcune attività realizzate dal Centro è anche supporto costante per le sue azioni e per il territorio. Ma è progetto complesso anche perché richiede una pluralità di competenze diversificate nei suoi operatori. Oggi, un Centro di documentazione interculturale dovrebbe porsi al servizio del territorio, di tutti i servizi o almeno per quanto possibile non fermarsi, come avviene in buona parte delle esperienze in corso, all’ambito educativo e scolastico. È altrettanto chiaro che una struttura di questo tipo potrebbe riunire le varie tipologie di scaffali sopra menzionati; in alcuni casi, quando pensati originariamente per la scuola, potrebbe opportunamente reinventarli per dare risposta alle diverse esigenze e ai bisogni espressi dagli operatori di altri servizi. Per fare questo, oggi il centro interculturale dovrebbe porsi come progetto di più ampio respiro che si fa risorsa per tutto il territorio. Una strada più complessa, ma di maggiore efficacia.
Concludo con una avvertenza. Chiunque avesse intenzione di attivare uno degli strumenti sopra ricordati, dovrebbe dare risposta almeno a queste due domande preliminari: cosa c’è già nel territorio dove opero e quali altri soggetti portatori di competenze e interessi dovrei coinvolgere nella mia iniziativa.
Per saperne di più consiglio la lettura del classico libretto di V. Ongini, Lo scaffale multiculturale, Mondadori, Milano 2001 e il mio recente Biblioteche e intercultura, in La città plurale, EMI, Bologna 2006.