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A scuola e oltre Agosto-Settembre 2007

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Patrizia Canova Roberto Morselli   Ragazze e ragazzi

Brividi da ibrid@zione

Patrizia Canova e Roberto Morselli

«Oggi non deve estinguersi la capacità di anticipare, quella capacità che i greci avevano attribuito a Prometeo, l’inventore delle tecniche, il cui nome significa letteralmente “colui che vede in anticipo” [Pro-metheús]. È questa la capacità venuta meno all’uomo d’oggi, che non è più in grado di “anticipare” e nemmeno di “immaginare” gli effetti ultimi del suo “fare”. In questa inadeguatezza è il suo massimo rischio, così come nell’ampliamento della sua capacità di comprensione dello “smisurato” che lo attornia la sua flebile speranza. Questo ampliamento psichico, ben lungi dall’esser sufficiente per dominare la tecnica, evita almeno all’uomo che la tecnica accada a sua insaputa e, da condizione essenziale all’esistenza umana, si traduca in causa della sua estinzione. Con ciò non pensiamo ancora alla soppressione “fisica” dell’uomo, ma alla soppressione della sua cultura, della sua morale, della sua storia. Occorre infatti evitare che l’età della tecnica segni quel punto assolutamente nuovo nella storia, e forse irreversibile, dove la domanda non è più: “Che cosa possiamo fare noi con la tecnica?”, ma: “Che cosa la tecnica può fare di noi?”» [1].

Le parole di Umberto Galimberti traducono compiutamente la gravità e la delicatezza del rapporto in atto tra uomo e tecnica. A nostro avviso, la sfida del postumano si pone anzitutto entro il rapporto costitutivo e complesso tra uomo e tecnica: non è possibile quindi una riflessione e una ricerca adeguate sulle trasformazioni del postumano se non entro un orizzonte che ponga il soggetto umano a confronto con le attuali evoluzioni della tecnica. Ma abbiamo un pensiero adeguato a comprendere e a «governare» questo rapporto? Siamo in grado di mantenere viva la capacità di vedere, prometeicamente, oltre, di pensare in prospettiva, di valutare le conseguenze delle nostre scelte? La sfida è alta, una di quelle che fanno tremare i polsi, ma crediamo che valga la pena di essere giocata. Attraverso queste pagine, cercheremo di tenerla sempre presente, come una sorta di orizzonte ultimo o di cornice che aiuti a dare senso alla nostra ricerca. È però cosa opportuna, prima di addentrarci nella presentazione degli obiettivi e della struttura della rubrica, chiarire che cosa intendiamo con tecnica. Ovviamente non rivendichiamo, tantomeno su questo tema, alcuna pretesa di esaustività, ma crediamo che siano utili alcune precisazioni iniziali per evitare facili fraintendimenti.

Che cosa s’intende per tecnica?

Per prima cosa, dobbiamo evitare di considerare la tecnica solo come uno strumento che gli uomini decidono, poi, di utilizzare secondo il bene o secondo il male. Seguendo la riflessione di Galimberti proponiamo di intenderla sia come l’universo dei mezzi (le tecnologie) sia come il modello di razionalità che presiede al loro utilizzo, che il filosofo italiano vede soprattutto in termini di funzionalità, utilità ed efficienza. Per Galimberti, che recupera gli studi, poco noti in Italia, di Arnold Gehlen [2] , la tecnica non è espressione di un fantomatico «Spirito» umano, ma nasce come «rimedio» alla sua «insufficienza biologica». Infatti, a differenza dell’animale che è integrato con il mondo esterno attraverso l’istinto, l’uomo, che non possiede istinti, può sopravvivere solo grazie alla sua azione di trasformazione incessante del mondo esterno. In tal senso è possibile dire che la tecnica è l’essenza dell’uomo, ossia il suo modo costitutivo e originario di essere al mondo. È quindi solo attraverso le procedure tecniche di selezione e stabilizzazione che l’uomo può raggiungere culturalmente quella stabilità che l’animale possiede per natura.

La tecnica non è neutrale ed è selettiva

Premesso ciò, vista quindi la natura costitutiva della tecnica, proviamo ora a evidenziare, ai fini del nostro ragionamento, la sua ambivalenza. Non si tratta, come detto, solo di uno strumento che gli uomini finalizzano in un secondo momento in riferimento ai propri obiettivi: nello strumento sono infatti presenti, prima ancora del suo utilizzo, gli interessi e i punti di vista di coloro che lo forgiano, i condizionamenti, cioè, del contesto in cui la ricerca e la realizzazione degli strumenti stessi avviene. La tecnica quindi è sia l’universo dei mezzi che il modello di pensiero che li sostiene e ne legittima la diffusione. Alla tecnica è legato un modello di civilizzazione, un potere culturale: «le tecnologie plasmano le sensazioni e la maniera di concepire il mondo e le tracce mentali sono molto più difficili da sradicare delle impronte materiali che lasciano dietro di sé […]. Forse non è esagerato affermare che l’introduzione massiccia di tecnologie modifica finanche le strutture più profonde della percezione» [3]. La tecnica non è neutrale ed è selettiva, nella misura in cui il suo utilizzo sviluppa delle competenze, dei modi di pensare o di relazionarsi, delle sensibilità, a scapito di altri. La tecnica quindi dovrebbe essere intesa sia come strumento, sia come processo da sviluppare, sia come ambiente e come sistema.

Occorre sviluppare competenze specifiche

Il richiamo alla forte ambivalenza della tecnica è necessario ai fini della nostra proposta. Crediamo infatti che sia necessario evitare le derive opposte della tecnofobia e della tecnofilia, per cogliere, in chiave pedagogica, alcuni nessi significativi, ad alto potenziale educativo, tra evoluzione tecnologica, condizione umana (sociale e culturale) e nuove generazioni, con particolare attenzione alla fascia di età, i preadolescenti, ragazzi e ragazze, che compete a questa rubrica. La tecnica sta trasformando in profondità il nostro modo di essere al mondo, soprattutto quello dei più giovani. La trasformazione è significativa sia in riferimento alla nostra architettura cognitiva, sia per quello che riguarda gli aspetti più intimi della nostra dimensione corporea, emotiva ed affettiva. Si tratta spesso di processi di ibridazione identitaria, che spingono oltre la prospettiva antropocentrica che ha fatto del soggetto umano il centro del processo evolutivo, separandolo dalle altre creature. Questi processi di ibridazione sono invece retti da una logica associativa e integrativa che fa scoprire collegamenti e continuità con le alterità, da quelle umane (diverso per sesso, per razza, per cultura…) a quelle, più radicali, non-umane: animale, macchina, robot… ossia un altro con cui sempre più intrecceremo percorsi coevolutivi e trasformativi. I giovani ci sembrano oggi più aperti, coinvolti e interessati a questa logica. Ma qual è il ruolo degli educatori? Noi crediamo che il nostro compito possa essere quello di presentare sempre più il processo formativo come processo tras-formativo, aiutando cioè il soggetto in formazione ad acquisire le competenze necessarie per pensare la sua transitorietà e la sua costitutiva ibridazione, e per gestire, criticamente e creativamente, le trasformazioni in atto. Ma per far questo serve sviluppare competenze specifiche (scientifiche, immaginative, didattiche), che vadano oltre percorsi conoscitivi ed esistenziali lineari e predefiniti.

Non abbiamo al momento ricette utili per gestire tale processo. Crediamo però che valga la pena, oltre il diffuso senso di fastidio e di preoccupazione per tali trasformazioni, osservare con curiosità e cercare di cogliere anche gli aspetti di opportunità, in chiave formativa, che la situazione attuale offre. Pertanto abbiamo ritenuto opportuno strutturare la rubrica come un luogo di ricerca nel quale ospitare, nella forma dell’intervista, alcuni «esperti», capaci di coniugare osservazione del presente e attenzione al mondo dei giovani, che, a partire dalle nostre domande, tentino di dare risposte o, perché no, rilancino altre domande e piste di ricerca sul tema. La rubrica sarà cioè una sorta di laboratorio: non potrà strutturarsi diversamente vista la delicatezza e la profondità del tema affrontato.

©Cem Mondialità


[1]  Umberto Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli, Milano 1999, p. 715.
[2]  Del filosofo tedesco si veda L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo, Feltrinelli, Milano 1983.
[3]  Wolfgang Sachs, Archeologia dello sviluppo, Macroedizioni, San Martino di Sarsina 1992, p. 24.

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