Il resto del mondo Agosto-Settembre 2007
Agenda interculturale
Dar forma alla mediazione
di Alessio Surian
Si è tenuta a Roma il 6 giugno la tavola rotonda su «Mediazione Culturale: 10 anni di esperienza lavorativa». L’incontro è stato promosso da APIMeC, Associazione professionale italiana dei mediatori culturali, neonato organismo di chi pratica la mediazione culturale sostenuto dal Colap (Coordinamento delle Libere Associazioni Professionali). L’importanza dei temi in discussione è testimoniata dalla qualificata partecipazione di organismi del settore, enti locali, Ospedale S. Gallicano di Roma, Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL) e Organizzazione internazionale delle migrazioni (OIM).
Due le questioni centrali: il riconoscimento della figura del mediatore anche attraverso l’istituzione di un apposito albo professionale e la definizione dei requisiti minimi e dei percorsi di formazione degli operatori.
Su questi nodi è stato presentato da Cecilia Sena Monteiro (Coordinatrice APIMeC) un documento che chiede e da indicazioni sul «riconoscimento della figura e dell’identità professionale del mediatore culturale», mettendo in luce le difficoltà dovute al «non riconoscimento ufficiale della figura», che determina un «mosaico variegato di competenze e di ruoli». Una risposta adeguata dovrebbe prevedere la costituzione di «un organismo istituzionale in grado di regolare una tariffa appropriata» in relazione al lavoro dei mediatori; si chiede, inoltre, l’inserimento di uno o due mediatori in tutte le consulte cittadine per l’immigrazione.
Si tratta quindi di andare oltre il «carattere originario di servizio di emergenza e sperimentale» che ha caratterizzato la normativa sui mediatori formalizzata dalla legge 40 del 1998.
Nel corso della tavola rotonda Madisson Godoy, consigliere aggiunto per i Cittadini stranieri al Comune di Roma, ha ricordato che «ancora oggi il profilo professionale del mediatore culturale è ambiguo. Occorre invece definire la professione e il quadro normativo. Spesso vengono proposti corsi generalisti, e invece abbiamo bisogno di formazione specifica per il settore scolastico piuttosto che per quello sanitario. Non possiamo creare un ghetto professionale. Anche gli italiani possono essere mediatori culturali, non possiamo non lavorare insieme».
Attualmente, non essendoci una normativa chiara in materia, sono le Regioni a gestire l’inserimento lavorativo ed il trattamento del mediatore. Ne risultano difformità di trattamento economico e di organizzazione. Se da un lato è in crescita il numero di lauree dedicate a questa professione, dall’altro non diminuisce la proliferazione di corsi di formazione che si pongono l’obiettivo di sviluppare competenze professionali con un monte ore davvero limitato.
Come uscire dall’attuale stato di confusione? Le proposte vanno dalla stesura di nuovi documenti, all’ordine professionale, alla costituzione di un sindacato: una volta esplorate, l’idea è quella di giungere entro l’estate 2008 ad organizzare un congresso nazionale.
Il 10° Convegno Nazionale dei CentriInterculturali
È organizzato dal CD/Lei (Centro di Documentazione Laboratorio per un’Educazione Interculturale di Bologna) ed è aperto al pubblico previa iscrizione. Per informazioni ed iscrizioni:
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