Intercultura Cem Mondialità, per l'educazione interculturale

Sections

Personal tools

You are here: Pagina principale => Rivista => Arretrati 2007 => Agosto-Sett. => Il resto del mondo Agosto-Settembre 2007
[



CSAM
]



[ Missionari Saveriani ]



[ Missione Oggi ]



[ Video Mission ]



[ Libreria dei Popoli ]



[ San Cristo ]



[ Missione giovani ]



[ Missionari Saveriani Italia ]
 

Il resto del mondo Agosto-Settembre 2007

Document Actions

   Spazio caritas

Parole di pace. Memoria

di Paolo Beccegato

Troppo spesso si constata come la storia «ufficiale» sia per lo più storia della violenza, mentre la gente, e soprattutto i giovani, viene tenuta all’oscuro delle lotte nonviolente del passato ed è incapace di riconoscere quelle esperienze di soluzione nonviolenta dei conflitti che si svolgono sotto i suoi stessi occhi. Uno degli assunti della moderna «educazione alla pace» è proprio quello di riscoprire la «quantità» di nonviolenza contenuta nella storia passata. È una memoria positiva, attiva.

La nonviolenza può dispiegare tutto il suo potere terapeutico, sia nelle relazioni interpersonali, sia nel campo sociale e politico. Il suo primo obiettivo è la liberazione dalla schiavitù della guerra attraverso la guarigione dall’irragionevolezza della violenza e dalla sua ineluttabilità come modalità di relazione tra gli umani. Quanto più appare ormai evidente la follia della guerra attuale e del terrorismo, tanto più dovrebbe maturare l’esigenza di percorrere una via alternativa, la «ragionevolezza» della nonviolenza. Per questo va recuperata la stessa «memoria» della nonviolenza che, come diceva Gandhi, è «antica come le montagne», appartiene cioè alla storia stessa dell’umanità.

Ma c’è un’altra memoria che costruisce pace. È quella purificata all’interno di un processo di riconciliazione. Ciò vale prima, durante o dopo un conflitto violento. Consiste nel liberare la coscienza personale e collettiva da tutte le forme di risentimento o di violenza, che l’eredità di colpe del passato può avervi lasciato. Questo può essere conseguito mediante una rinnovata valutazione storica degli eventi implicati, che conduca ad un riconoscimento di colpa e contribuisca ad un reale cammino di riconciliazione.

La purificazione della memoria

La rimozione dalla memoria personale e collettiva di ogni causa di risentimento per il male subito e di ogni influsso negativo di quello fatto è già un atto di pacificazione: essa serve a vivere meglio il presente, cercando di evitare gli errori del passato e fondando una relazione positiva tra «ex nemici». In ultima analisi, la purificazione della memoria genera un «rinnovato comportamento morale».

Il recupero del passato, della «memoria», dell’inimicizia vissuta è importante in vista del ristabilimento di una situazione nuova, positiva per tutti.

È in virtù di questa «solidarietà che unisce il passato e il presente in un rapporto di reciprocità» che, ad esempio, il popolo tedesco può ammettere le responsabilità nei confronti degli ebrei e dell’Olocausto e chiedere il perdono nel presente per le colpe del passato o, viceversa, le autorità cinesi chiedono da anni le scuse dal Giappone per le atrocità commesse durante la seconda guerra mondiale o, infine, come è accaduto più recentemente, il Parlamento europeo chiede alla Turchia di «riconoscere» il genocidio degli armeni.

La riconciliazione, dunque, non finisce con la «riappacificazione» ma, dopo il riconoscimento e il risarcimento dei danni, implica «un nuovo tipo di atteggiamento reciproco, un progetto comune e un meccanismo di risoluzione dei problemi e del conflitti futuri».Ecco perché spesso la riconciliazione è sinonimo di «guarigione». È chiaro che, come ogni processo umano, non sempre il successo è sicuro, così come non sempre gli «attori» (le «parti») possono concordare sul percorso da seguire per ottenerlo. Lo hanno ben dimostrato le varie commissioni per la verità e la riconciliazione che, negli ultimi decenni, hanno lavorato in paesi che hanno conosciuto guerre «civili», regimi dittatoriali, scontri etnico-religiosi: Sudafrica, Cile, Sierra Leone, Timor Est, Perù, El Salvador… Come ha dichiarato il vescovo anglicano Desmond Tutu, presidente della «Truth and Reconciliation Commission» (Commissione per la verità e la riconciliazione) sudafricana, «riaprire le ferite è un’operazione dolorosa, ma necessaria: bisogna pulirle, disinfettarle. Da qui inizia la guarigione». Si tratta ovviamente di una guarigione che non può essere solo materiale: non basta cioè una mera, seppur necessaria, ricostruzione e riparazione dei danni dopo un trauma o conflitto.

Gestire e provare a risolvere in maniera nonviolenta i conflitti è importante, così come prevenirli. Nel suo rapporto sulla prevenzione del conflitto armato, presentato nel giugno 2001, il segretario generale dell’ONU ha ribadito la necessità di sostituire alla cultura della reazione una cultura della prevenzione. Prevenire i conflitti implica evitare il loro allargamento e la loro degenerazione violenta, ma soprattutto eliminarne le radici e le cause. Si pensi, ad esempio, al ruolo che l’educazione, anche religiosa, riveste in questo ambito, o a quello dell’informazione.

Il diritto alla pace non può essere disgiunto dal diritto a uno sviluppo integrale e solidale. Insomma, l’assunzione della nonviolenza non è una mera questione morale o spirituale, ma mette in discussione l’economia e il sistema giuridico, la cultura e il sistema di governo, i rapporti sociali e quelli internazionali, di un popolo e dell’intera umanità. Così come lo shalom biblico sta ad indicare la pienezza del ben-essere che Dio assicura agli uomini, così la pace può essere tale solo se «piena», cioè completa. È questa pace che gli uomini sono chiamati a costruire.

Pace e perdono nel pensiero di Giovanni Paolo II

Una pace costruita sul perdono, che si oppone al rancore e alla vendetta, non alla giustizia. Il perdono, ci ricorda Giovanni Paolo II, «è innanzitutto una scelta personale, una opzione del cuore che va contro l’istinto spontaneo di ripagare il male col male». Nella visione cristiana esso possiede «una radice e una misura divine», perché ha origine nell’amore infinito di Dio per l’uomo, per tutti gli uomini: se solo Dio può perdonare i peccati, allora il perdono tra gli uomini costituisce una cooperazione con l’opera di Dio. Tuttavia, Giovanni Paolo II supera una visione meramente confessionale del perdono e lo fa «alla luce di considerazioni di umana ragionevolezza». E aggiunge: «Prima fra tutte, quella relativa all’esperienza che l’essere umano vive in se stesso quando commette il male. Egli si rende allora conto della sua fragilità e desidera che gli altri siano indulgenti con lui. Perché dunque non fare agli altri ciò che ciascuno desidera sia fatto a se stesso? Ogni essere umano coltiva in sé la speranza di poter ricominciare un percorso di vita e di non rimanere prigioniero per sempre dei propri errori e delle proprie colpe. Sogna di poter tornare a sollevare lo sguardo verso il futuro, per scoprire ancora una prospettiva di fiducia e di impegno».

Troviamo qui il proposito di fondare «razionalmente» un’etica del perdono, di mostrare, in altre parole, che capace di perdono è anche chi non si riconosce quale discepolo di Cristo o che non professa alcun credo religioso. È un’affermazione di straordinaria apertura e di cogente attualità.

Ma il perdono non riveste solo una dimensione personale, esso è anche «un fatto sociale», in virtù della «essenziale dimensione sociale» della persona, per cui «il perdono si rende necessario anche a livello sociale», per «le famiglie, i gruppi, gli Stati, la stessa comunità internazionale». Il «realismo» del perdono ha qui un chiaro significato politico e strategico, che la violenza non possiede: «Il perdono comporta sempre un’apparente perdita a breve termine, mentre assicura un guadagno reale a lungo termine. La violenza è l’esatto opposto: opta per un guadagno a scadenza ravvicinata, ma prepara a distanza una perdita reale e permanente».

È dunque possibile costruire percorsi di pace a partire dalla memoria. A scuola come in ogni altro luogo, anche quello più lacerato.

Il primo obiettivo della nonviolenza è la liberazione dalla schiavitù della guerra attraverso la guarigione dall’irragionevolezza della violenza e dalla sua ineluttabilità come modalità di relazione tra gli umani.

Gandhi diceva che la nonviolenza è «antica come le montagne», perché appartiene alla storia stessa dell’umanità.

La purificazione della memoria genera un «rinnovato comportamento morale»

È possibile costruire percorsi di pace a partire dalla memoria. A scuola come in ogni altro luogo, anche quello più lacerato.

©Cem Mondialità

« Febbraio 2012 »
do lu ma me gi ve sa
      1 2 3 4
5 6 7 8 9 10 11
12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 23 24 25
26 27 28 29      
11-02-2012
09:30-18:00 Nel Mare di Mezzo Nord Africa-Europa: Paure incertezze speranze
14-02-2012
18:00-20:00 Caro autore ti chiedo... Una serata d'inverno a San Cristo
28-02-2012
18:00-20:00 Caro autore ti chiedo... Una serata d'inverno a San Cristo
Prossimi eventi
Nel Mare di Mezzo Nord Africa-Europa: Paure incertezze speranze
Auditorium San Fedele, via Hoepli 3/b – 20121 Milano,
11-02-2012
Caro autore ti chiedo... Una serata d'inverno a San Cristo
Chiesa di San Cristo - Via Piamarta 9 - Brescia,
14-02-2012
Caro autore ti chiedo... Una serata d'inverno a San Cristo
Chiesa di San Cristo - Via Piamarta 9 - Brescia,
28-02-2012
CONVEGNO 70° ANNIVERSARIO CEM MONDIALITÀ
Casa dei Missionari Saveriani - Viale S. Martino, 8 - 43100 Parma,
17-03-2012
Cerca nel sito
 
 

CEM Centro educazione alla Mondialità
via Piamarta, 9 - 25121 Brescia - tel +39 030 3772780 - fax +39 030 3772781 - email: cemsegreteria@saveriani.bs.it

siti al TOP