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Editoriale Aprile 2007

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Brunetto Salvarani   Editoriale

Modern Times

Brunetto Salvarani

«Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo». Mai come oggi, risuona fallimentare l’antico appello del sapiente della Bibbia noto col curioso nome di Qohelet, «colui che parla nell’assemblea». Non tanto perché le assemblee hanno un sapore rétro persino nella terminologia (che richiama stagioni di impegno politico e partecipazione popolare distanti anni luce dalla nostra), ma piuttosto perché la nozione di tempo, oggigiorno, somiglia sempre ad una marmellata indistinta, priva di connotazioni significative. Mi riferisco, da una parte, alle stagioni atmosferiche, che si confondono e ci appaiono come indistinguibili, fino a spingere i mass media a drammatizzare immancabilmente il fatto – invero poco sorprendente – che d’autunno piova e d’estate faccia caldo; ma soprattutto al tempo della nostra vita. Tempo di una giovinezza che si estende fino all’età in cui i nostri nonni erano già nonni («Sono un ragazzo di quarant’anni», sentita giorni fa alla radio), e tempo di una vecchiaia che non si accetta più come tale, fino ad autoimporci modelli comportamentali perlomeno problematici. Tempo di una giornata in cui le ore sono costantemente poche per gli impegni accumulati, e la perenne reperibilità impostaci dalla necessità di stare sul mercato ha di fatto annullato la sosta per il pranzo e i momenti del riposo. Tempo di una festa ormai irriconoscibile, in cui la domenica deve vedere i negozi aperti per aumentare le opportunità di vendita, e in cui la poesia leopardiana dell’attesa del sabato del villaggio appare appena un residuato demodé

Sembra arduo sottrarsi ad una simile spirale perversa, effetto di una postmodernità occidentale in cui aumentano a dismisura i nonluoghi ben colti da Marc Augé e le appartenenze liquide teorizzate da Zygmunt Bauman: con i megastore aperti 24 ore al giorno tutti i giorni a svolgere la funzione che, storicamente, hanno ricoperto i santuari del sacro e le agorà cittadine, di costruzione di un’identità collettiva e di socializzazione. Sì, nonostante la rivincita di Dio (G. Kepel), il paradigma dell’homo oeconomicus ha preso il posto dell’homo religiosus, e la visita in banca ha sostituito la visita al Santissimo in chiesa! Eppure, gli uomini pensanti – di cui parla il cardinal Martini, contrapposti ai non pensanti e in sostituzione della coppia credenti/non credenti – sono chiamati a non perder tempo nel rimpianto nostalgico del buon tempo andato, quando le cattedrali erano bianche e c’erano ancora dei valori condivisi (?); e a rintracciare un senso anche per il nostro tempo spezzettato e colloso, che – nonostante tutto – è attraversato non meno di altri, passati e all’apparenza più disponibili, da occasioni di accoglienza, apertura mentale, arricchimento umano e, se interessa, spirituale.

Mentre lo stesso Qohelet, disincantato cantore di una stagione ambigua in cui i cieli gli risultavano drammaticamente chiusi, non indulge mai ad una lettura apocalittica della storia e della vicenda umana: fino a proclamare il valore eterno delle esperienze più consuete della quotidianità, il mangiare, il bere, il gustare l’amore. Egli sa bene che l’esistenza è fugace, il ritmo del tempo ci risulta un groviglio inafferrabile e «non c’è niente di nuovo sotto il sole»: a noi, il compito (duro ma possibile) di educarci a sostare, a regalarci spazi per il silenzio e l’ascolto, a riempire di significato le relazioni. Come scriveva il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer dal carcere nazista in cui era segregato, prima di trovare una morte violenta qualche giorno prima della fine della guerra: «Abbiamo imparato che non possiamo concepire progetti nemmeno per l’indomani, che quanto abbiamo costruito viene distrutto la notte successiva e che la nostra vita, a differenza di quella dei nostri genitori, è diventata informe e frammentaria. Posso comunque soltanto dire che non vorrei vivere in nessun altro tempo che il nostro, anche se esso è così indifferente al nostro benessere esteriore».

P.S. Il titolo dell’editoriale è un doppio omaggio a due grandi testimoni dei tempi moderni, Charlie Chaplin e Bob Dylan.

©Cem Mondialità
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