Interculturafase2 Aprile 2007
Intercultura fase2
L’intelligenza sociale
di Rita Vittori
Sembra sotto gli occhi di tutti gli educatori, genitori o insegnanti che siano, il fatto che le nuove generazioni, sotto l’effetto di un modello educativo troppo centrato sul far emergere ciò che loro sentono senza che nessuno li aiuti a risignificare l’esperienza, siano in balia dei loro impulsi. Spesso troviamo bambini irrequieti, quasi iperattivi, bambini che di fronte a qualche limite posto dal genitore reagiscono urlando, magari dando calci o pugni ai genitori stessi, bambini che fanno finta di non aver sentito richiami dei genitori, bambini sordi a ogni indicazione come se fossero abituati a una autoreferenzialità accanita.
Questi comportamenti stanno cominciando ad allarmare gli adulti perché è ormai chiaro che dietro l’apparente mancanza di rispetto verso l’autorità c’è una sfiducia nei loro confronti, come se non avessero mai sperimentato l’affidamento a qualcuno che ha più esperienza di loro, da cui possono apprendere a diventare adulti.
Una delle competenze sociali fondamentali dell’individuo è la capacità di esprimere i propri sentimenti e comprendere quelli degli altri. La prima possiamo chiamarla autoconsapevolezza, la seconda empatia. Sono necessarie entrambe per vivere con gli altri: lo sbilanciamento su uno dei due versanti provoca ovviamente disagio. Infatti se si sviluppa maggiormente l’autoconsapevolezza a discapito dell’empatia, la personalità del bambino o dell’adulto diventa troppo focalizzata sul proprio sentire, mancando della capacità di mettersi nei panni degli altri; se si sviluppa troppo l’empatia rispetto all’autoconsapevolezza, si diventa succubi del volere degli altri, uno Zelig, insomma, come nel famoso film di Woody Allen.
Per quanto riguarda la capacità di sentire ed esprimere i propri sentimenti esistono norme sociali e culturali che prescrivono quali sentimenti possono essere esibiti in modo appropriato e quando.
- La minimizzazione della manifestazione dell’emozione. Si pensi ad esempio alla cultura giapponese, per cui i sentimenti di sofferenza devono essere mascherati soprattutto di fronte all’autorità.
- L’esagerazione di ciò che si sente, amplificando l’emozione.
- La sostituzione che prevede il nascondere ad esempio la volontà di un rifiuto, mostrando una velata assicurazione positiva.
Queste norme di espressione vengono apprese molto presto dal bambino, in parte attraverso istruzioni precise da parte dei genitori, in parte in modo indiretto attraverso le proprie reazioni. Esse non sono solo gli elementi base per un comportamento appropriato, ma determinano anche il tipo di impatto che i nostri sentimenti avranno sugli altri.
Se un bambino, quando avverte rabbia o rancore, ha la tendenza naturale ad esprimerla in modo anche fisico; se l’adulto pensa che facendogli sfogare l’ira il bambino si calmerà, lascerà che pianga, si dimeni, rompa qualcosa, dia pugni ad un cuscino o altro. Ma in questo modo il bambino sentirà di non riuscire a controllare l’impeto delle sue emozioni e imparerà a lasciare che esse sfoghino la loro forza all’esterno. Si sentirà solo davanti alla sua irruenza e non si sentirà minimamente responsabile di fronte alle conseguenze sugli altri della manifestazione delle sue emozioni, che ovviamente sono forti ma anche volatili.
A livello psicologico è la consapevolezza di poter provocare sofferenza agli altri a cui si vuol bene a diventare il limite interno che impedisce, ad esempio alla collera di manifestarsi in tutta la sua violenza. Melanine Klein chiama questo atteggiamento, su cui si basa la maturazione del bambino, «posizione depressiva», cioè il timore di distruggere il proprio oggetto d’amore con la propria ira.
Questa capacità è essenziale per stabilire dei legami d’amore prima con i genitori poi con altre persone o con i valori interiorizzati. La preoccupazione per il benessere degli altri diventa l’elemento che trasforma alcune emozioni (come la rabbia, il desiderio di vendetta, l’invidia, l’ira, ecc.) in sentimenti tollerabili che si possono provare senza doverli per forza agire.
Un adulto maturo aiuta allora il bambino a ritrovare l’equilibrio delle sue reazioni emotive di fronte ai famosi «no», ai propri desideri, alle difficoltà che incontra. È importante cioè che le emozioni siano appropriate, proporzionate cioè alle circostanze. Quando le emozioni sono troppo tenui compaiono l’indifferenza e il distacco; ma quando sono troppo intense sfuggono al controllo, diventano estreme e persistenti.
L’adulto deve aiutare a dare un nome a ciò che il bambino sente, senza farsene spaventare: questo è il primo passo affinché egli, nel tempo, sviluppi la capacità di comprendere ciò che prova e possa verbalizzarlo senza agirlo fisicamente. I bambini che non capiscono cosa gli stia succedendo avvertono frustrazione, perché il più delle volte non riescono a farsi capire all’esterno: pensano magari di esprimere contentezza, ma a livello non-verbale hanno un’espressione avvilita. Oppure si sentono perennemente incompresi dagli altri, interpretano ogni richiamo come maltrattamento, pensano che solo gli altri abbiano influenza su di loro e non il contrario.
In seguito deve anche proporre un modo diverso di leggere le circostanze che hanno scatenato la forte reazione del bambino, così da fargli interiorizzare la capacità di guardare le cose da più punti di vista e relativizzare sia il panico, che l’ira, che la tristezza.
L’intelligenza emotiva consiste nell’essere consapevole di quali messaggi mandiamo e del loro impatto sugli altri, in modo da diventare coerenti a ciò che sentiamo, ma aperti ad ascoltare gli altri e a rimodulare l’interazione in base ai due punti di vista.
Per riuscire a fare ciò bisogna capire che il proprio modo di percepire la realtà è soggettivo e in qualche modo deve confrontarsi con quello degli altri. L’ascolto reciproco, che non è condiscendenza, ma capacità di interessarsi a ciò che gli altri hanno da dire per cercare il modo migliore di accordarsi o trovare una soluzione condivisa, diventa una competenza necessaria per sviluppare l’empatia, radice dell’altruismo.
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