Interculturafase2 Aprile 2007
Intercultura fase2
Incoraggiare, interessare, incuriosire
Le tre «I» per una scuola che sa (s)e-ducere
di Patrizia Canova
Il potente spettacolo continua e tu puoi contribuirvi con un verso. Quale sarà il tuo verso?
(da L’attimo fuggente)
Lopez e Keating, due figure emblematiche che, dalle loro aule in celluloide, sembrano lanciarci un monito: incoraggiare, interessare, incuriosire. Queste le tre vere «I» per una scuola capace di (s)e-ducere.
Essere e avere (di N. Philibert) e L’attimo fuggente (di P. Weir), due film che invitano gli adulti a ripensare al significato profondo dell’educare e che offrono due esempi di scuola dove si insegna e s’impara con passione e libertà, senza lasciarsi «sedurre dal canto delle sirene», ma facendosi «incantare» dalla ricchezza della conoscenza.
Due film all’apparenza diversi: elogio della semplicità e dell’educazione fatta di gesti appena sussurrati, il primo; desiderio di «rendere la propria vita straordinaria», il secondo. In realtà, duefilm con molti elementi di assonanza, non solo per la capacità che possiedono di colpirci al cuore, facendo aderire i nostri sguardi ai volti e all’anima dei protagonisti, ma soprattutto per la forza con cui riescono a valorizzare la dimensione dell’essere senza farla coincidere – come accade nell’universo mediatico – con l’apparire, ma con il pensare e il parlare. Perché parole e idee possono cambiare il mondo…
In un piccolo paese dell’Auvergne, regione agricola della Francia, c’è una scuola; al piano superiore abita l’unico insegnante dell’unica classe della scuola. George Lopez, questo il nome dell’insegnante, tutte le mattine scende e si prepara ad accogliere i «suoi» tredici bambini che vanno dalla scuola materna fino al termine della scuola elementare.
Il regista Nicolas Philibert ha trascorso nella scuola del maestro Lopez circa dieci settimane, familiarizzando con i bambini e creando le condizioni per documentare la vita di quella classe senza rompere o interrompere i suoi ritmi e la sua delicata routine. Il risultato di questo lavoro è Essere e avere, un film che si cimenta in un’operazione straordinaria: filmare la normalità di ciò che accade in quella scuola, la didattica con le sue parole e i suoi gesti, la fatica e il piacere di insegnare e di imparare, il variegato insieme delle relazioni che caratterizzano l’esperienza educativa e che danno vita a una «drammaturgia» pedagogica che genera stupore.
Essere e avere non comprime il mondo in una storia, si limita a registrarne l’impronta. Lavora con persone vere, non con personaggi. Non si basa su una sceneggiatura precostituita, ma coglie e conserva la traccia di ciò che è accaduto davanti all’obiettivo della macchina da presa. Quella di Auvergne, è una scuola che non ha alcun carattere didatticamente innovativo, non vi sono «nuove tecnologie» o esperimenti pedagogici in atto; non è neppure una scuola particolarmente povera e disagiata; più semplicemente è una scuola essenziale, rigorosa. Nella «classe unica», il maestro insegna ai piccoli a scrivere la parola «mamma», li familiarizza con i numeri e con i calcoli, scioglie le loro paure e ritrosie, li accompagna a giocare nella neve e li rimprovera quando non rispettano gli impegni presi. Con discrezione, delicatezza, pudore. A poco a poco anche lo spettatore impara a conoscere e ad affezionarsi ai piccoli studenti. Lo sguardo della macchina da presa sta addosso ai loro volti, registra le loro smorfie e i loro sorrisi, coglie la polifonia di voci e di soggettività che la mescolanza di età della «classe unica» rende simile a una microsocietà eterogenea, ma solidale.
È una società contadina, quella raccontata da Philibert, ma il suo film non vagheggia nostalgicamente un passato perduto, né smercia tesi precostituite sull’educazione. Philibert non ha assunti ideologici da dimostrare, al contrario, proprio ponendosi in un atteggiamento di assoluta ricettività nei confronti di quel che accade in classe, coglie l’essenza stessa del processo educativo, la capacità di un insegnante di segnare dentro i suoi alunni, e di educarli a scoprire i valori di fondo della vita (l’essere) e gli strumenti necessari per relazionarsi al mondo (l’avere). Così Essere e avere offre anche una grande opportunità per riflettere sulla scuola, cercando di ripartire da quanto l’autore sembra ricordarci in ogni frammento di film: educazione è lentezza, è farsi carico, è ascolto…
Ne L’attimo fuggente il professor Keating sprona i suoi allievi a strappare le pagine di un arido razionalismo poetico, a percepire il lieve bisbiglio dell’arte e a un «carpe diem» che, come auspicava Whitman, aiuti «ad allargare l’area della coscienza». La sua concezione della poesia è un tutt’uno con il suo modo di intendere la vita: crescere nello spirito tra i grandi versi poetici e cogliere l’attimo per un’esistenza da esseri umani capaci di emozioni e di scelte.
Siamo nell’austera accademia di Welton (Vermont), sul finire degli anni ’50. La voglia di elevare il proprio spirito, di reinventare se stessi e la propria emancipazione culturale, spinge i suoi alunni migliori a costituire la Dead Poets Society («la società dei poeti estinti», come recita il titolo originale), a ritrovarsi in segreto in una grotta per leggere e inventare versi, per conoscere se stessi, forgiare il proprio essere uomini, capaci, al bisogno, di mettere in discussione i valori dei padri. Il ruolo del Capitano non è quello di costringere gli alunni a imparare nozioni su nozioni, né di sedurli o plagiarli, ma piuttosto quello di guidare la nave delle loro emozioni, instillare in ciascuno il coraggio di esprimere le proprie idee, dar loro fiducia e stima, renderli dei liberi pensatori, pronti ad andare incontro al mondo, anche se forse ancora troppo grande e fuori controllo (come dimostrato nel finale con il suicidio di uno studente).
Senza una pretesa di sudditanza o idolatria, Keating mostra a chi lo segue la possibilità di non farsi incatenare da rigidi indottrinamenti, invitando a vivere, a «succhiare il midollo della vita», rivelando la bellezza del mondo. Passione, ironia, leggerezza e amore sono le novità sovversive che porta nel collegio. Piccole cose a fronte della solennità dei riti, della sicurezza delle norme, dell’imponenza della stupidità pomposa. Eppure esplosive, perché legate alla più esplosiva delle consapevolezze: quella che spinge gli studenti a desiderare di essere individui pensanti, liberi, leggeri, quella che li pone in modo interrogativo di fronte a una lezione complessa che non s’impara sui banchi di scuola: la vita.
Essere e avere e L’attimo fuggente, due film con due grandi pregi: quello di sollecitarci a ripensare al potere di educare senza sedurre, ma sapendo incoraggiare, incuriosire, incantare e quello di stimolarci a immaginare, progettare, ricercare il senso del fare scuola con passione. Quel «senso» che il maestro Lopez e il professor Keating ci hanno mostrato e che oggi sembra così difficile da trovare, se è vero che dalla scuola gli insegnanti cercano di fuggire più che di restare.
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